Nel cuore della notte l'arcivescovo introdotto da' suoi seguaci nella terra di Desio, attaccò mentre dormivano i suoi nemici. Francesco della Torre ed Andreotto, suo nipote, e Ponzio degli Amati, podestà di Milano, furono uccisi: Napoleone fu fatto prigioniero con cinque de' suoi parenti, e perchè era caduto in mano de' Comaschi, questi per vendicarsi d'un eguale trattamento ch'egli aveva fatto ad alcuni loro compatriotti, posero i sei prigionieri in tre gabbie di ferro.

Due signori della Torre, Gastone, figliuolo di Napoleone, e Goffredo, essendo ancora liberi a Cantù ove comandavano un corpo di cavalleria, corsero a Milano per chiamare il popolo a prendere le armi ed a liberare i loro parenti; ma il popolo, informato della disfatta de' Torriani, si era di già rivoltato contro di loro, e ne saccheggiava le case, intorno alle quali aveva palificate le strade. Gastone e Goffredo cercarono, scorrendo quelle medesime strade, di sedare il tumulto, ma i sassi cadevano loro addosso per ogni parte[360]. Intanto i cittadini armati concorrevano al Broletto vecchio e risolvevano di mandare deputati all'arcivescovo Ottone per dargli avviso che i Milanesi lo avevano creato signore perpetuo della loro città e per invitarlo ad entrarvi. Per la qual cosa i Torriani, non vedendosi sicuri, sortirono dalia città, pensando di ritirarsi a Lodi o a Cremona; ma queste due città già loro soggette non vollero riceverli, e solamente in Parma trovarono essi un asilo sicuro.

In tal maniera fu fondata la sovranità della casa Visconti sopra i Milanesi, e ben tosto sul restante della Lombardia[361]. Questa era già una dinastia che succedeva ad un'altra: i Torriani che si erano innalzati come demagoghi, vi avevano introdotte delle costumanze monarchiche, abbassando la nobiltà e scacciandola dalla patria. Quando i Visconti entrarono alla testa della medesima nobiltà lungo tempo proscritta, minata e resa mercenaria, trovarono il popolo corrotto dalla servitù ed i grandi snervati dall'esilio. Più non eravi nella nazione spirito d'indipendenza, carattere elevato, nè amore di libertà: e perciò, quantunque si mantenessero ancora lungo tempo in vigore e consigli repubblicani e società popolari, essendo mancato quello spirito di vita che avrebbe dovuto animarli, non furono di ostacolo alle usurpazioni del nuovo signore, il di cui potere si trasmise da padri virtuosi a figliuoli perduti ne' vizj, o affatto inetti, senza che però la nazione cercasse mai di riprenderlo, o che i Milanesi, quand'ancora attaccarono la famiglia Visconti, pensassero a riporsi in libertà.

In questo stesso anno i cardinali diedero per capo alla Chiesa Giovanni Gaetano degli Orsini, che si fece chiamare Nicolò III. Questo pontefice apparteneva ad una delle più illustri famiglie di Roma: aveva la fierezza e l'ambizione convenienti alla sua nascita; e benchè il suo carattere fosse meno puro di quello di Gregorio X e meno disinteressata la sua condotta, benchè si occupasse dell'ingrandimento della sua famiglia o della santa sede, e giammai del bene generale del cristianesimo; pure egli contribuì più che Gregorio X al ristabilimento della libertà in Italia, perchè meno di lui impegnato nell'impresa di Terra santa, sentì che bisognava ristabilire nella propria patria quell'equilibrio che i suoi predecessori avevano distrutto, ed abbassare la potenza di Carlo da loro troppo innalzata.

Carlo era in allora assoluto sovrano delle due Sicilie, senatore di Roma, vicario imperiale in Toscana, ove più non contavasi una sola città che non fosse a lui subordinata; governatore di Bologna, e come tale signore di tutte le città guelfe della Romagna; protettore del marchese d'Este, e perciò onnipossente per mezzo suo nella Marca Trivigiana; signore di molte città del Piemonte e prossimo ad opprimere le altre, alle quali faceva già la guerra. Nicolò III con un'accortezza singolare approfittò della grande potenza di questo re, che dicevasi tuttavia vassallo della Chiesa, per far desiderare all'imperatore Rodolfo la sua amicizia. Quand'ebbe in questa guisa contratta alleanza coll'Impero, vendette a Carlo la sua protezione presso l'imperatore a prezzo d'importantissime concessioni: in seguito la moderazione del re di Sicilia si diede a Rodolfo come regola di condotta, ed il pontefice ottenne in tal modo di determinare, uno col mezzo dell'altro, i due sovrani rivali ch'egli temeva, a spogliarsi in suo favore delle prerogative che gli avevano resi formidabili.

Rodolfo dava voce di venire presto a Roma a prendere la corona dell'Impero, e già stava apparecchiando l'armata che doveva accompagnarlo; ma in pari tempo lagnavasi di Carlo perchè avesse usurpati i suoi diritti su quasi tutta l'Italia, intitolandosi vicario imperiale, quando niun imperatore gli aveva accordato questo titolo. Rodolfo accoglieva i Ghibellini, che, perseguitati in ogni parte d'Italia per la causa dell'Impero, affrettavansi d'adunarsi intorno al nuovo imperatore. Sebbene non avesse questi dichiarata la guerra al re di Sicilia, si prevedeva che l'imminente sua spedizione sarebbe contro di lui diretta. Di che mostrandosi Carlo timoroso, Nicolò si diede premura d'intromettersi tra i due monarchi per riconciliarli, predicando loro moderazione.

Rodolfo era tanto più da temersi, che era uscito vittorioso da una pericolosa guerra con Ottocarre di Boemia, nella quale questo principe aveva perduta la vita; e che aveva conquistati colle sue truppe ed uniti a' suoi stati i ducati d'Austria, di Stiria e di Carinzia. Carlo che temeva la potenza ed il valore di questo imperatore, non poteva far valere alcun diritto sulla Toscana e sulla Lombardia, che pure erano l'argomento della loro controversia; poichè in forza ancora della sua bolla d'investitura e del giuramento che accompagnava il suo vassallaggio verso la santa sede, egli aveva convenuto che queste province non potrebbero essere mai possedute dal re delle due Sicilie, e ch'egli erasi obbligato a rinunciare al vicariato di Toscana ed al senatorato di Roma qualunque volta il papa lo richiedesse. Nicolò III fece questa domanda come necessaria condizione della pace, ch'egli trattava tra Carlo e Rodolfo, ed il 16 di settembre del 1278 Carlo depose l'ufficio di senatore di Roma[362]; rinunciò al vicariato di Toscana; richiamò le sue truppe da questa provincia, e rese al cardinal Latino, incaricato dal papa di far eseguire questa promessa, tutti i castelli in cui teneva guarnigione, tutti gli ostaggi ch'egli erasi fatti dare dalle città. Supponeva il papa che in tali circostanze Carlo manifesterebbe del malumore, somministrando così un pretesto per trattarlo con maggiore severità. Ma quando seppe che aveva ricevuto gentilmente il cardinal Latino, e che la sua moderazione non erasi smentita ne' discorsi, disse: «Questo principe può avere ereditata la fortuna dalla casa di Francia, la finezza da quella di Spagna, ma la circospezione nel parlare non può averla imparata che frequentando la corte di Roma[363]

Carlo, dietro le istanze di Nicolò, aveva accordata piena soddisfazione a Rodolfo, onde questi non poteva sotto verun pretesto rifiutarsi alle domande del papa. La promessa solenne fatta a Gregorio X di crociarsi, che più non pensava di soddisfare, rendevagli necessario il favore di Nicolò, poichè il solo papa poteva assolverlo dal giuramento e dalla scomunica. Rodolfo in vista di tali considerazioni accordò finalmente la carta da tanto tempo richiesta per separare chiaramente in Italia le province dipendenti dalla santa sede o dall'Impero.

Da oltre un secolo tutti gl'imperatori, all'epoca della loro incoronazione avevano confermato alla santa sede il possedimento di tutto lo stato ecclesiastico da Radicofani sino a Ceperano, ossia fino alle frontiere del regno di Napoli; e di più di tutta l'Emilia, o Romagna, della Marca d'Ancona e della Pentapoli. La santa sede che non aveva mai posseduto queste tre ultime province, facendo fondamento sulla sua perpetuità, non si era affrettata di domandarne il godimento, e soltanto si era data cura di far confermare le donazioni più volte contrastate di Carlo Magno e di Luigi il buono, aspettando che i suoi diritti avessero acquistata la forza che loro poteva dare l'antichità. Gl'imperatori, tutti occupati soltanto del presente, avevano risguardate come vane formole le carte, che copiate da più antichi documenti conservavano alla santa sede un titolo sopra alcune province delle quali avevano essi l'attuale godimento. Ma come i papi l'avevano preveduto, giunse il tempo nel quale un nuovo imperatore, ignorando i diritti della sua corona, e perfino la geografia dell'Italia; impotente ancora nelle province delle quali non gli si contrastava l'alto dominio, prese per titoli indubitati i contraddittorj diplomi de' suoi predecessori.

Un cancelliere imperiale aveva scorse tutte le città italiane, ed aveva senza difficoltà ottenuto il rinnovamento degli stessi giuramenti, ch'esse prestavano agli altri imperatori. Nicolò scrisse a Rodolfo per intimargli di rinunciare ad una sacrilega usurpazione[364]. Gli mandò copia delle carte di Luigi il buono, di Ottone I e d'Enrico VI, e gli chiese d'esprimere con eguale chiarezza quali fossero le città spettanti alla Chiesa, onde liberarle dal giuramento di fedeltà che avevano prestato per errore. Difatti Rodolfo, colle sue lettere patenti del quattro delle calende di giugno, riconosce che gli stati della Chiesa stendevansi da Radicofani a Ceperano; che comprendevano inoltre la Marca d'Ancona, il ducato di Spoleti, le terre della contessa Matilde, il contado di Bertinoro, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, Massa Trabaria, e tutti gli altri luoghi che un grande numero di diplomi imperiali hanno accordato a san Pietro ed a' suoi successori[365]. Quest'ultima clausola lasciando così libero il campo a nuove usurpazioni, Rodolfo in pari tempo rivocò ed annullò il giuramento di fedeltà che il suo cancelliere aveva ricevuto dai cittadini di Bologna, Imola, Faenza, Forlimpopoli, Cesena, Ravenna, Rimini, Urbino ed altri luoghi pretesi dalla Chiesa, ed ordinò al suo protonotaro di dar parte a tutti i cittadini di questi luoghi, che gli aveva sciolti da ogni obbligazione verso di lui.