In forza del diploma di Rodolfo, lo stato della Chiesa acquistò l'estensione conservata fino ai nostri giorni. Ma i diritti de' quali era in possesso l'imperatore, quelli che poteva trasmettere alla santa sede, altro non erano che una dipendenza, una signoria che pochissimo ristringeva l'autorità de' particolari governi. Tra le province dipendenti dalla santa sede eranvi molte repubbliche, come Bologna, Perugia ed Ancona; varj principati, quali erano Montefeltro e Bertinoro, che non s'avvisarono d'avere in verun modo perduta la loro indipendenza. E come i pontefici avevano lasciati passar molti secoli prima di domandare agl'imperatori la consegna delle province ch'essi avevano date alla santa sede, così lasciarono decorrere altri due secoli prima di chiedere ai popoli di riconoscere questa trasmissione di diritti, o d'esercitare sui medesimi la loro sovranità. Il poter aspettare, essere prodighi del tempo e calcolare sopra una signoria che non avrà fine, fu sempre pei papi un sicuro mezzo a giugnere ai loro fini. Intanto i popoli liberi non credettero peggiorata la loro condizione. Gli storici contemporanei di Bologna si accontentano di dire che lo stesso anno la città si diede al papa, riservandosi tatti i diritti sopra la Romagna; e non suppongono che tale avvenimento meriti ulteriori schiarimenti[366].

Nicolò III, dopo avere accresciuti i diritti ed i possedimenti della santa sede, volle procurare alla propria famiglia il frutto de' suoi acquisti. Nominò conte di Romagna Bertoldo Orsino suo fratello[367]; creò tre cardinali della sua famiglia, e diede pure la porpora a molti signori romani che voleva rendersi ben affetti, onde procurarsi la maggiorità de' suffragi nel sacro collegio. Ma per quanto fosse grande la sua ambizione, pareva combinarsi sempre col mantenimento della pace e della pubblica prosperità. Incaricò il prediletto de' suoi nipoti, il cardinal Latino, vescovo d'Ostia, d'una legazione in Romagna, nella Marca, nella Toscana, nella Lombardia, commettendogli specialmente di riconciliare le fazioni, le città e le famiglie. Lo autorizzò pure a ricevere di nuovo nel seno della Chiesa tutti coloro che erano stati scomunicati come Ghibellini, ed a non avere parzialità per alcun partito spargendo tra i fedeli gli spirituali favori.

Il cardinale Latino cominciò in Romagna la sua missione di pace: vi trovò i Geremei ed i Lambertazzi di Bologna indeboliti da una lunga serie di combattimenti. I primi, ch'erano rimasti in possesso della città, non erano sufficienti a difenderne il territorio, ed ogni giorno provavano nuove perdite, mentre i secondi, nel loro esilio non avendo più nulla da perdere, con improvvisi attacchi si assicuravano quasi sempre la vittoria. Il cardinale incominciò dal far riconoscere in ogni città l'autorità di suo cugino, il nuovo conte di Romagna, affinchè queste dominate da' Guelfi o da' Ghibellini che fossero, trovandosi dipendenti da un capo solo avessero un punto d'unione ed un arbitro delle loro discordie. Recossi in tutte queste città col conte Bertoldo; e perchè il cardinale era predicatore dell'ordine di san Domenico, nell'istante dell'inaugurazione del conte, predicò la pace ai Lambertazzi a Faenza ed a Forlì, ed a' Geremei a Imola ed a Bologna. Giunto in quest'ultima città, dietro gli espressi ordini avuti dal papa, adunò cinquanta commissarj d'ogni fazione, ai quali presentò un progetto d'accomodamento fatto dallo stesso papa, in forza del quale i Lambertazzi e tutti i fuorusciti dovevano essere chiamati a Bologna e riammessi all'intero godimento de' loro beni. Erano peraltro eccettuati alcuni capi, la di cui presenza avrebbe potuto risvegliare i sopiti odj, i quali per certo determinato tempo dovevano ancora soggiornare fuori di Bologna ne' luoghi che loro assegnerebbe il papa; tutte le proprietà prese da ambe le parti dovevano essere restituite; le società popolari, che non servivano che a tener vivo lo spirito di partito ed a far nascere le guerre civili, furono abolite; per ultimo, il papa riservavasi il diritto di mantenere con tutte le pene ecclesiastiche, se il bisogno lo richiedesse, le condizioni della presente pace[368].

(1279) Dopo lunghi trattati la pace fu finalmente conchiusa sotto le condizioni dettate dal papa; ogni partito garantì la pace colla promessa di cinquanta mila marche d'argento; ogni comune della Romagna segnò pure il trattato e diede cauzione per una determinata somma. Finalmente il giorno 4 agosto del 1279 essendo stati conchiusi tutti questi trattati, le due fazioni de' Geremei e de' Lambertazzi si adunarono sulla piazza di Bologna, tutt'all'intorno ornata di ricchi tappeti sparsi di ghirlande di fiori e di festoni di verzure. Stava presso la porta dei palazzo una cattedra magnifica coperta di broccato, nella quale andò a sedere il cardinal legato, accompagnato dagli arcivescovi di Bari e di Ravenna, dai vescovi di Bologna e d'Imola e dall'abate di Galliati, tutti pontificalmente vestiti. Il legato con un eloquente discorso predicò la pace ai cittadini adunati, fece in appresso leggere le lettere del papa ed il sottoscritto compromesso; e infine fece che si avanzassero cinquanta de' più riputati cittadini d'ogni fazione, e fece loro giurare sul santo vangelo, in nome di tutti i loro concittadini, di vivere continuamente in buona pace ed amicizia gli uni cogli altri. I procuratori ed i sindaci delle due fazioni si abbracciarono, e quest'augusta cerimonia si terminò con feste rallegrate dalla gioja universale[369].

Prima che avesse fine il pacificamento di Bologna, il cardinale Latino erasi allontanato da quella città per pacificare anche le città della Toscana. Giunse a Firenze il giorno 8 d'ottobre del 1278, accompagnato da trecento cavalieri, sudditi della chiesa. Vennero ad incontrarlo i magistrati, il clero ed il popolo, preceduti dal carroccio. Firenze non abbisognava meno di Bologna d'un paciere; perchè non solamente trovavansi esiliati i Ghibellini, ma si era pure manifestata nel partito guelfo una nuova divisione. La casa degli Adimari erasi inimicata con quelle dei Donati, dei Tosinghi e dei Pazzi; e queste numerose e potenti famiglie avevano ridotto il popolo a prendere parte alla loro lite. Il cardinale legato impiegò quattro mesi a soffocare queste private nimistà, ad assicurare la riconciliazione delle famiglie coi matrimoni, a punire colla scomunica coloro che rifiutavansi di pacificarsi, i quali poi erano dalla repubblica esiliati. Dopo le quali pratiche, in febbrajo del 1279 adunò il popolo in parlamento sulla piazza di santa Maria Novella, ch'era stata per tale circostanza ornata di fiori; esortò i Fiorentini alla pace, della quale pronunciò le condizioni: il ritorno de' Ghibellini in patria, la restituzione dei loro beni, la partecipazione agli ufficj pubblici; impegnò centocinquanta de' più ragguardevoli cittadini d'ambo le parti a darsi in presenza del popolo il bacio di pace; fece bruciare tutte le sentenze ch'erano state pronunciate; e non abbandonò Firenze finchè non ebbe ristabilita la tranquilità e la concordia[370].

Anche a Siena si fece la pace per le persuasioni dello stesso cardinale a condizioni press'a poco eguali; e furono richiamati i Ghibellini esiliati[371]. Pacificate la Marca d'Ancona, la Romagna e la Toscana, altro non rimaneva al compimento della missione del cardinal Latino che di riconciliare anche in Lombardia i Guelfi ed i Ghibellini. Il re Carlo che, avanti il pontificato di Nicolò, era stato l'arbitro d'Italia, vedevasi ora ridotto al solo governo delle Sicilie; rotti erano tutti i suoi progetti, i suoi nemici tornati al possedimento de' loro beni e del governo della loro patria, quando il papa, sorpreso dalla gocciola, improvvisamente morì a Suriano[372].

Carlo non aveva fatto conoscere quanto fosse irritato per la condotta del papa; ma mentre dissimulava le sue ingiurie, andava assicurandosi della seguente elezione, onde non fosse dato alla chiesa per capo un suo nemico. Quand'ebbe avviso della morte di Nicolò, recossi subito a Viterbo ove trovavansi adunati i cardinali; e siccome Giovanni XXI nel suo breve pontificato aveva sospesa la costituzione di Gregorio X, in virtù della quale i cardinali dovevano essere chiusi in conclave, Carlo seppe ben tosto in quali partiti era diviso il sacro collegio. Aveva contro di lui tutti i cardinali italiani, e particolarmente i parenti dell'ultimo papa. Per giugnere a' suoi fini fece nascere in Viterbo una sedizione, durante la quale fece rapire i due cardinali Orsini e il cardinale Latino e li sostenne in una specie di prigione, mentre strigneva gli altri a nominare il papa[373]. Dopo un interregno di sei mesi i cardinali italiani che restavano in conclave, spaventati dalla sorte dei loro colleghi, il 22 febbrajo del 1281 unirono i loro suffragi a quelli de' cardinali francesi e nominarono papa Simone, cardinale di santa Cecilia, in addietro canonico di Tours. Carlo non poteva scegliere un uomo che gli fosse più attaccato, che più ciecamente favoreggiasse i suoi progetti, o più bassamente servisse alle sue passioni in onta delle leggi della chiesa e dell'interesse della Cristianità.