Al re di Sicilia non poteva riuscire utile il riconciliamento delle due fazioni in Italia: per lo contrario la sua ambizione non potev'essere soddisfatta che dal trionfo de' Guelfi e dalla ruina de' Ghibellini. Il nuovo papa, che fecesi chiamare Martino IV, spogliò del comando della Romagna il conte Bertoldo Orsino, e diede questo contado ad un ufficiale di Carlo, detto Giovanni d'Appia, cui ordinò di attaccare i Ghibellini ed i Lambertazzi cacciati nuovamente da Bologna; di perseguitare Guido di Monte Feltro loro generale, e d'assediare Forlì ove tutti eransi ritirati[374]. Invano questi, già traditi a Faenza da Tibaldello Zambrasi, che approfittò del sonno de' suoi ospiti per darli colla sua patria in mano de' Guelfi[375], spedirono ambasciatori al papa per rappresentargli ch'erano esiliati e proscritti in ogni luogo. Proponevano di ritirarsi ancora da Forlì, purchè il papa loro assegnasse un luogo in cui potessero vivere. Martino non si degnò di rispondere, ed invece li colpì con nuove scomuniche, ordinando in tutta la cristianità il sequestro dei beni degli abitanti di Forlì a profitto della santa sede.

Martino erasi fatto nominare senatore di Roma; ma invece di conservare per sè una dignità conferitagli dal popolo, la trasmise subito al re Carlo, in onta alle costituzioni di Nicolò III, che escludevano i re ed i principi potenti dalla dignità senatoriale. Nello stesso tempo distribuì le truppe francesi non solo in tutta la Romagna, ma nella Marca d'Ancona, nella Campania, nel ducato di Spoleti e nel patrimonio di san Pietro, dando a tutte le città governatori e comandanti, che sceglieva tra gli ufficiali, o nella stessa famiglia del re siciliano. Carlo, per non perdere di vista questo pontefice che vivea sotto la sua tutela, dimorava sempre con lui in Viterbo[376].

Finalmente il re di Sicilia volgeva gli ambiziosi suoi pensieri alla Grecia, che meditava di togliere a Paleologo per darla a suo genero Filippo, figliuolo dell'ultimo imperatore de' Latini; e Martino IV cercò d'adonestare questa nuova guerra con motivi di religione. Scomunicò Michele Paleologo per essere ricaduto nello scisma, o eresia de' Greci[377], accomunando la stessa pena a tutti coloro che contraessero con lui alleanza, o gli prestassero ajuto, mentre l'infelice Paleologo, per aver voluto rappacificarsi colla chiesa d'Occidente, erasi provocato l'anatema del suo clero e di tutti i suoi sudditi. La ribellione era scoppiata ne' suoi stati, e Carlo non aveva avuto vergogna di soccorrere gli scismatici, che non eransi ribellati contro il loro sovrano che per avere egli cercato di riconciliarli col papa[378].

Intanto Carlo annunciava qual nuova crociata la spedizione che stava preparando contro Costantinopoli. Egli aveva formato un numeroso corpo di cavalleria, chiesti soccorsi a tutti i suoi alleati, armati vascelli, e di già spedito, dall'altra banda dell'Adriatico a Canina, presso Durazzo, un corpo di tre mila uomini sotto il comando di Rousseau de' Soli[379], cui in breve sarebbesi unito egli medesimo per occupare il Levante. Ma l'insaziabile sua avidità, la sua ambizione, la sua crudeltà avevano finalmente stancata la fortuna e la pazienza de' suoi sudditi. Un privato nemico, uomo d'un carattere generoso e profondo, un uomo animato dalla gratitudine e dall'amore verso i suoi antichi sovrani, dal desiderio di vendicarli; dall'odio della tirannide; un uomo solo colle sue forze individuali intraprese ad abbattere l'usurpatore che opprimeva il suo paese, e riuscì a preparare e condurre a termine questa grande vendetta nazionale.

Giovanni di Procida, nobile salernitano, era padrone di quell'isola di Procida, posta nel golfo di Napoli, che viene oggi visitata dal curioso forestiere per vedervi conservate le costumanze e l'abito de' Greci. Era inoltre signore di Tramonte, Cajano e Pistilione[380]. I suoi natali non gli avevano però impedito di studiare la medicina, che allora veniva coltivata dai principali signori. Era egli stato il medico e ad un tempo il confidente e l'amico di Federico II e di Manfredi[381], ed aveva prese le armi per Corradino, quando questo giovane principe era entrato nel regno. Dopo la vittoria di Carlo, tutti i suoi beni essendo stati confiscati, erasi egli ritirato presso Costanza, figliuola di Manfredi, e regina d'Arragona, ultima erede della famiglia di Svevia, la quale avealo accolto come un suddito fedele ed uno zelante amico. Il re Pietro d'Arragona, per indennizzarlo di quanto aveva perduto, lo nominò barone del regno di Valenza, signore di Luzzo, Benizzano e Palma[382].

Ma nè feudi, nè ricchezze potevano fare scordare a Procida la tragica morte di Manfredi e di Corradino, la sventura della sua patria e l'oppressione de' suoi concittadini. Dalle corrispondenze ch'erasi egli conservate nelle due Sicilie, riceveva continui avvisi delle vessazioni de' Francesi, delle loro ingiustizie, delle loro crudeltà, ed in particolare dell'affettato disprezzo che mostravano d'una nazione, ch'essi per altro non avevano conquistata, ma che si era da sè medesima data nelle loro mani per la tradita speranza d'un miglior governo.

Giovanni di Procida informava il re e la regina d'Arragona delle lagnanze de' Siciliani, i quali, trovandosi più lontani da Carlo, erano abbandonati a' suoi vicarj, e più crudelmente vessati dei Pugliesi. Faceva sentire alla regina, ch'ella era la sola legittima erede della casa di Svevia e del regno delle due Sicilie; che Corradino, morendo, l'aveva in un modo solenne chiamata a raccogliere la sua eredità ed a vendicare il suo supplicio; che non si trattava soltanto d'un diritto, ma ch'era per lei un dovere d'accettare il governo d'un paese che gli veniva trasmesso dalle leggi delle due nazioni e dai voti dei popoli: e perchè Pietro e Costanza non erano sconsigliati dalla guerra di Sicilia, che per credersi troppo deboli da attaccar soli un re che aveva fama d'essere allora il più potente di tutta la Cristianità, Procida vendette tutti i beni che aveva ricevuti dalla loro liberalità, onde impiegarne il prezzo ne' suoi viaggi diretti a suscitare nemici a Carlo in tutto il mondo allora conosciuto[383].

Nel 1279 passò prima in Sicilia per conoscere personalmente lo stato de' sudditi di Carlo. Trovò che non doveva sperar molto dalle province di terra ferma al di qua del Faro[384], perchè sopra le rovine de' partigiani della casa Sveva molti baroni francesi eransi stabiliti così sodamente quanto potevano esserlo i loro predecessori. Comprese che la vicinanza della corte, i frequenti passaggi delle armate, l'occhio vigilante del padrone che scorreva frequentemente queste province, vi comprimerebbero la ribellione nel suo nascere.

Diverso affatto era lo stato della Sicilia, la quale siccome si era tutta intera dichiarata a favore di Corradino, così i Francesi avevano voluto punire tutta intera. I baroni erano stati spogliati ed oppressi, ma i Francesi non aveano potuto nè tutti imprigionarli, nè tutti scacciarli dall'isola; ed agli antichi oltraggi se ne aggiungevano ogni giorno di nuovi, che per altro non li privavano affatto dei mezzi di vendicarsi. I Francesi abitavano le città e le coste, ma appena osavano di penetrare alcuna volta tra le montagne dell'interno dell'isola, ove tanto i signori che i contadini avevano conservata tutta la loro indipendenza. Tre grandi ufficiali di Carlo governavano l'isola. Eriberto d'Orleans, vicario reale; Giovanni di san Remi, giustiziere di Palermo; e Tomaso de Busant, giustiziere di Val di Noto[385]. La venale loro parzialità, l'avarizia, la crudeltà li facevano degni successori di Guglielmo detto lo Stendardo, il carnefice de' Siciliani[386]. Anche la pubblicazione della crociata contro i Greci irritava maggiormente questi popoli. «Di già, dice Neocastro, avea Carlo spiegate contro i nostri amici della Grecia la croce dell'assassinio, imperciocchè suole appunto sotto questa sacra bandiera spargere il sangue degl'innocenti. I suoi sforzi per istrascinare il popolo siciliano in questa guerra formavano la disgrazia e la desolazione della nostra patria»[387]. Col pretesto di questa crociata, Carlo esigeva da' suoi sudditi insopportabili sovvenzioni di guerra, imposte inaudite. Nello stesso tempo «disponeva arbitrariamente delle ricche o nobili eredi, che dava ai suoi partigiani in matrimonio come compenso dei loro servigi; mentre condannava alla morte, senza che pur fossero accusati d'alcun delitto, o faceva languire entro infernali prigioni, o condannava alla deportazione ed a lungo esilio gli uomini che gli erano sospetti. Molti signori, che la religione, l'età, o la dignità loro facevano venerabili, venivano assoggettati ad insultanti trattamenti come i più vili del popolo; e per colmo d'oltraggio, oltraggio che in ogni luogo precipitò i tiranni, le donne erano esposte alla brutalità dei soldati»[388]. Infatti tale offesa sorpassa tutte le altre: non è la galanteria, che potrebbe eccitare il furore della nazione la più gelosa, bensì l'insolenza del forte esercitata contro il debole; l'impudenza della dissolutezza, che disprezza la protezione che gli sposi ed i fratelli debbono alle loro spose o sorelle.