Giovanni di Procida parlò di vendetta ai Siciliani profondamente ulcerati; fece loro comprendere che si avvicinava il tempo d'esercitarla; ma in pari tempo gli esortò a prepararla lentamente per renderla più sicura, e loro promise i soccorsi di Pietro d'Arragona loro legittimo sovrano, e di Michele Paleologo nemico de' loro nemici.

Andò infatti a Costantinopoli, ed informò il Greco imperatore de' formidabili apparecchi che si preparavano contro di lui[389]. Carlo faceva equipaggiare ne' porti delle due Sicilie cento galee leggeri, venti grossi vascelli, trecento navi da trasporto e duecento palandre per trasportare i cavalli. Quaranta conti avevano promesso d'unirsi alla crociata, e dieci mila cavalli si allestivano sotto i suoi ordini. Nello stesso tempo negoziava col doge Giovanni Dandolo, segnava un trattato, in forza del quale la repubblica di Venezia obbligavasi a prendere parte alla crociata, mandando lo stesso doge con quaranta galere armate in guerra[390]. Queste forze sembravano sufficienti per distruggere l'impero greco, e Paleologo aveva più volte esperimentato l'impetuoso valore dei Latini, e la viltà delle sue truppe. Procida facendogli conoscere il pericolo che gli sovrastava, gli offrì nello stesso tempo di eccitare negli stati del suo nemico una ribellione che non gli permettesse di pensare per molto tempo a guerre straniere. Gli offriva inoltre di mettere Carlo in guerra con una nazione non meno valorosa della Francese, una nazione la di cui formidabile infanteria non lascerebbesi spaventare o rovesciare dall'urto degli uomini d'armi. La sola cosa ch'egli chiedeva a Paleologo era del denaro per supplire alle spese della spedizione degli Arragonesi, e per comperare armi ai Siciliani ribellati.

(1280) Nicolò III governava ancora la Chiesa, e Paleologo che con tanti sagrificj erasi riconciliato colla santa sede, non voleva perdere la sua protezione. Accordò un primo soccorso di danaro a Procida, esigendo che non si facesse la ribellione di Sicilia senza l'assenso del papa[391]. Giovanni, che viaggiava sotto mentito abito di monaco francescano, tornò a Malta con un segretario dell'imperatore greco. Colà si recarono tre de' più principali baroni siciliani, e confermarono al segretario dell'imperatore le promesse di Procida, incaricandolo di far conoscere al papa ed al re d'Arragona la qualità del giogo ch'essi portavano e l'impazienza loro di liberarsene.

Procida passò a Roma coll'inviato dell'imperatore, ed ottennero da Nicolò III una segreta udienza nel castello di Suriano. Colà si pretende che Procida si valesse dell'oro de' Greci presso il conte Bertoldo Orsino e presso lo stesso papa[392]; ma soprattutto ricordò all'ultimo, che Carlo aveva sdegnato d'imparentarsi colla sua famiglia, ed aveva rifiutata l'offerta con un insultante motto[393]; che lo stesso Carlo erasi costantemente opposto a' suoi progetti; che sforzavasi di riaccendere le guerre civili, che il papa cercava di spegnere; per ultimo, ch'egli erasi eretto in arbitro dell'Italia, e teneva quasi la Chiesa in servitù. Per abbassare la potenza de' Francesi altro Procida non domandava al papa che il suo assenso in iscritto a favore di Costanza d'Arragona per far valere i suoi diritti sulla Sicilia[394]. L'ottenne, e munito di lettere pontificie dirette al re di Arragona, si pose in viaggio per la Spagna.

Ma non era appena giunto alla corte di Barcellona, che l'inaspettata morte di Nicolò III poco mancò che non rovesciasse tutti i suoi progetti. Pietro d'Arragona pareva già scoraggiato; ed era a temersi che i Siciliani si disanimassero vedendo il capo della Chiesa dichiararsi contro di loro, invece d'appoggiarli. Procida risolse di tornare a Costantinopoli onde affrettare i sussidj attesi dal re Pietro; e volle che gli ambasciatori di questo re indagassero le disposizioni del nuovo pontefice, e che i Siciliani dal canto loro implorassero la sua protezione, sperando che non solo non gli ajuterebbe, ma gli avrebbe al contrario esacerbati con una manifesta parzialità pei Francesi.

(1281) L'ambasciatore del re d'Arragona aveva per missione ostensibile, presso Martino IV, di felicitarlo intorno alla sua elezione e di domandargli la canonizzazione di frate Raimondo di Pinnaforte, monaco catalano, ch'era morto nel principio del 1275, dopo avere, si diceva, risuscitati almeno quaranta morti, ed attraversato il mar Baleare sopra il suo mantello che gli teneva luogo di nave[395]. Le raccomandazioni dell'Arragonese non furono vantaggiose alla causa del beato; furono anzi cagione che la sua canonizzazione si protraesse fino all'anno 1601. Quando poi l'ambasciatore arragonese volle ricordare al papa i diritti di Costanza alla corona delle due Sicilie, Martino gli rispose adirato: «Dite al vostro padrone che, prima di chiedere grazie alla santa sede, pensi a pagarle con tutti gli arretrati l'annuo tributo, che suo avo promise alla Chiesa allorchè se ne dichiarò vassallo e feudatario[396]

Gli ambasciatori de' Siciliani furono ancora più mal ricevuti: era stato scelto per questa missione Bartolomeo, vescovo di Pacto, ed un religioso domenicano. Martino non volle ascoltarli che in pieno concistoro; e quando furono ammessi, osservarono con maraviglia, che sedeva tra i loro uditori anche il re Carlo. Pure il prelato, senza punto sbigottirsi, prese per testo le seguenti parole della Scrittura: «Figlio di Davide, abbi pietà di me, perchè la mia figliuola è crudelmente tormentata da un demonio.» Espose in seguito la tirannia e le soverchierie dei ministri di Carlo, e voltosi al re con nobile sicurezza, lo richiese di porvi rimedio. Quand'ebbe terminato il discorso, fu congedato senza risposta; ma sortendo dall'udienza le guardie di Carlo presero i due ambasciatori e li chiusero in carcere[397]. Vero è che il prelato potè a forza di danaro corrompere i custodi e fuggire; ma l'altro penò più anni in una crudele prigione. Il vescovo, tornato in Sicilia, manifestò francamente a Messina l'esito della sua legazione. Altri Siciliani, arrivati da Napoli, soggiunsero, che Carlo preparavasi a spedire nell'isola l'armata assoldata contro i Greci, disposto a punire le sediziose disposizioni de' Siciliani col ferro e col fuoco.

Frattanto Giovanni di Procida aveva nel 1281 fatto un secondo viaggio a Costantinopoli, e ne aveva riportate venticinque mila once d'oro, che diede al re Pietro, colla promessa di più ragguardevole sussidio, che gli verrebbe pagato tosto che la sua armata sarebbesi posta in movimento[398]. Pietro non frappose ulteriori dimore, e, dando voce d'andare ad attaccare i Saraceni dell'Affrica, adunò un'armata di dieci mila uomini a piedi, con soli trecento cinquanta cavalli, e fece equipaggiare pel trasporto diecinove galere, quattro grandi vascelli ed otto palandre[399].

Tutti i trattati di Giovanni di Procida erano rimasti affatto ignoti; ma perchè si conoscevano le pretese sulla Sicilia della regina Costanza, il re di Francia e quello di Napoli concepirono qualche sospetto intorno all'armamento del monarca arragonese. Filippo l'ardito, ch'era suo cognato, gli fece domandare ove volesse portare le sue armi; ed egli rispose che voleva attaccare i nemici della fede siccome avevano praticato i suoi antenati, e che pregava Filippo di voler concorrere a così santa impresa, mandandogli 40,000 lire tornesi di cui aveva grandissimo bisogno. Filippo lo fece; ma non avendo deposto ogni sospetto, consigliava il papa e Carlo a chiedere a Pietro nuovi schiarimenti. Martino mandò all'Arragonese un Domenicano per interrogarlo a nome della Chiesa intorno al segreto della sua spedizione, promettendo i soccorsi della santa sede, se effettivamente armava contro i nemici della fede; e vietandogli di procedere più oltre se pensava di attaccare un principe cristiano. Pietro si accontentò di rispondergli che se una delle sue mani manifestasse all'altra il suo segreto, la troncarebbe all'istante[400]. Allorchè Martino comunicò tale risposta a Carlo: «Io ve lo aveva ben detto, soggiunse il re di Sicilia, che l'Arragonese era un miserabile;» non pertanto egli non prese veruna precauzione. Gli apparecchi di Pietro si prolungarono fino al cominciamento del 1282 che egli spiegò le vele alla volta dell'Affrica. A quest'epoca era già scoppiata la congiura in Sicilia, ma Pietro non poteva saperlo, e stette aspettando l'andamento delle cose nelle vicinanze d'Ippona, facendo freddamente la guerra ai Mori.