Il cardinal Latino fu il primo a dare il suo voto al venerabile eremita, ed il suo esempio fu all'istante seguito dagli altri, onde Pietro Morone fu eletto papa a pieni voti. Gli si mandarono un arcivescovo e due vescovi per partecipargli la seguìta elezione. Il povero eremita, vedendo arrivare que' prelati di un rango tanto superiore al suo, si gittò alle loro ginocchia; ed i prelati anch'essi si prostrarono chiedendo la benedizione al nuovo papa. Quando gli si potè far intendere il sorprendente cambiamento del suo stato, tentò di sottrarsi colla fuga a tanti onori; ma la gente che accorreva da ogni banda per vedere un mendico trasformato in sovrano, gli chiuse la via e lo sforzò a tornare alla sua celletta[56].

Il nuovo papa potè contare due re tra la folla che venne a vederlo, Carlo II re di Napoli, che già da sei anni era stato posto in libertà dagli Arragonesi mediante un trattato di pace che poi non osservò, perchè il papa lo dispensò dagli emessi giuramenti, e suo figliuolo, Carlo Martello, che aveva il titolo di re d'Ungheria per avere sposata l'erede di quel regno. I due re vollero superare le dimostrazioni di rispetto date a Pietro Morone dai loro sudditi, tenendo ambedue la briglia del suo asino quando il papa, che si fece chiamare Celestino V, fece il suo solenne ingresso nella città dell'Aquila. Ma essi con sì fatti esteriori segni di rispetto acquistarono la più grande influenza sullo spirito del nuovo pontefice. Incominciarono dal persuaderlo a non prestarsi al desiderio de' cardinali che lo stimolavano a raggiugnerli a Perugia, a Roma, o in altra città dello stato ecclesiastico. Celestino V, malgrado le loro preghiere, fissò la sua residenza all'Aquila, poscia in Napoli. Poco dopo, Carlo ottenne da lui la nomina di dodici nuovi cardinali, niuno de' quali nato nello stato della Chiesa, essendo tre delle due Sicilie e sette francesi: e questa promozione può risguardarsi come la prima causa del traslocamento della santa sede in Avignone[57].

Non tardò Celestino a dare le più luminose prove della sua assoluta incapacità nel governo della Chiesa; convincendo coloro che potessero ancora dubitarne, che le virtù negative dì un eremita, l'astinenza, la penitenza, la non curanza del mondo e de' suoi interessi non sono qualità che si convengano al sovrano di uno stato, o anche al supremo direttore delle coscienze di tutta la Cristianità. I ministri che lo avvicinavano, l'ingannavano ogni giorno rispetto alle grazie che gli facevano distribuire. Talvolta accordava lo stesso beneficio a quattro o cinque persone, non ricordandosi mai d'averlo già ad altri conceduto: talvolta concedeva indulgenze tanto plenarie e così facilmente acquistate, che scandalizzavano la Cristianità; e non di rado si ostinava a non voler occuparsi degli affari. Chiudevasi allora in una cameretta che aveva fatta fabbricare nel suo palazzo, e durante una delle quattro quaresime ch'egli aveva poste sul suo calendario, non voleva vedere chicchesia, occupandosi esclusivamente degl'interessi della sua anima[58].

Una così stravagante condotta che comprometteva l'onore e l'indipendenza della Chiesa, allarmò i cardinali. Uno di loro, il cardinale Benedetto Caietano di Anagni, fomentava i loro bucinamenti, ingrandendo agli occhi loro i pericoli ond'era minacciata la Cristianità. Questo uomo, per desterità e per dissimulazione a tutti superiore, aveva saputo ad un tempo lusingare i cardinali che lo risguardavano come il sostegno delle prerogative del loro collegio, e signoreggiare lo spirito di Celestino che tutto faceva dietro le sue istruzioni, e che forse non avrebbe commessi tanti falli, se il suo perfido direttore non avesse voluto renderlo odioso e ridicolo. Rimaneva per altro al cardinale Caietano un potente nemico nel re Carlo II, ch'egli aveva offeso nel precedente conclave, rispondendo alteramente ai rimproveri che questo monarca faceva ai cardinali divisi. Raccontasi che una notte andò dal re di Napoli e gli disse: «Sire, il tuo papa Celestino ha voluto ed ha potuto servirti, ma non seppe farlo; se tu fai in modo ch'io gli sia sostituito, io vorrò, io potrò e sopra tutto saprò esserti utile.» Convenne allora del modo che avrebbe tenuto per assoggettare a Carlo tutte le forze della Chiesa, se egli gli assicurava i suffragi di dodici cardinali sue creature, nominati da Celestino. Avutane la promessa, non si occupò d'altra cosa che di persuadere Celestino a rinunciare ad una dignità che non gli conveniva[59]. Raccontano alcuni che per mezzo di una tromba parlante ne facesse venire l'ordine dal cielo[60]. Ma senza tale artificio, il cardinale aveva mille mezzi per determinare un uomo così timido e semplice, di cui egli seppe allarmare la coscienza. In vano quando si sparse la voce che Celestino disponevasi a rinunciare, una processione di tutto il clero di Napoli venne a supplicarlo di conservare la sua dignità[61]; che Celestino, di consentimento dei cardinali, pubblicò una costituzione che dava ai papi il diritto di rinunciare il papato per la salute delle loro anime; e nel prossimo concistorio del 13 decembre 1294 presentò la sua rinuncia quale l'aveva per lui scritta il cardinale Caietano. I cardinali stando alla costituzione di Gregorio X intorno al conclave, che Celestino aveva chiamata in vigore, furono immediatamente chiusi in conclave, ed il giorno 23 dello stesso mese, gli unanimi loro suffragi si unirono a favore del cardinale Caietano, il quale fecesi chiamare Bonifacio VIII.

Temeva il nuovo papa che qualcuno approfittasse della debolezza del suo predecessore, per rendergli dubbiosa la legittimità della sua rinuncia, riducendolo a dichiararsi nuovamente papa. Effettivamente parte della Chiesa negava la validità della rinuncia di Celestino, altri l'attribuivano ad una vergognosa debolezza, e Dante collocò l'ombra di colui che fece il gran rifiuto tra la gente dimenticata che visse senza infamia e senza gloria:

«Questi non hanno speranza di morte,

E la lor cieca vita è tanto bassa,

Che invidiosi son d'ogni altra sorte.

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«Mischiati sono a quel cattivo coro