Guido Cavalcanti, dopo Dante il più illustre poeta del suo secolo, ed il più rinomato filosofo, quello che per la sublimità della sua mente Dante indicò come sè medesimo capace di scorrere i tre regni dei morti, era uno de' più caldi nemici di Corso Donati[87]. Il Cavalcanti, genero com'egli era di Farinata degli Uberti, inclinava segretamente al partito ghibellino favorito dai Bianchi; inoltre egli aveva ragione di credere che Donati avesse cercato di farlo assassinare in un pellegrinaggio ch'egli di fresco aveva fatto a san Giacomo di Gallizia. Altrettanto cortese quanto valoroso, ma altero ed amico della solitudine, non fece veruno apparecchio per vendicarsi. Solamente attraversando una volta le strade di Firenze a cavallo con molti giovani della famiglia Cerchi, incontrò Corso Donati pure a cavallo in compagnia de' suoi figliuoli ed amici; onde corse sopra di lui per ferirlo con una freccia, senza però averlo potuto cogliere; ma abbandonato dai suoi amici, ed esposto alle pietre che gli venivano scagliate addosso dalle finestre, dovette allora fuggire.
La parte Bianca pareva a Firenze formata degli uomini più ragguardevoli pel loro carattere, i loro talenti ed il loro sapere; Dante Alighieri, Guido Cavalcanti e Dino Compagni, lo storico, gli appartenevano egualmente; ma per mala sorte Vieri de' Cerchi, il capo di questo partito, non era degno degli uomini ch'egli doveva condurre. I Neri avevano maggior credito alla corte di Roma e presso papa Bonifacio, sia perchè più affezionati alla parte guelfa, che Bonifacio favoreggiava caldamente, o perchè il banchiere del papa ed altre persone, che lo circondavano, appartenevano a questa fazione. In conseguenza furono essi che stimolarono Bonifacio ad interporsi per tornare la pace tra i Fiorentini; ma il violento suo carattere non si confaceva all'ufficio di pacere.
Bonifacio fece venire a Roma Vieri dei Cerchi, e lo richiese di fare la pace con Corso Donati, promettendogli a tale patto la sua protezione; ma gli rispose Vieri che, non essendo egli in guerra con persona, non aveva a fare veruna pratica per riconciliarsi con chicchessia, e ripartì senza aver nulla promesso[88]. Allora il papa mandò in Toscana il cardinale d'Acquasparta come mediatore dei due partiti; il quale, giunto essendo a Firenze in giugno del 1300, pregò la signoria di accordargli la balìa della città per istabilirvi la pace; disse in pari tempo essere sua intenzione di fare scelta di coloro che dovevano essere priori nel susseguente anno, in modo che vi fosse un egual numero di Bianchi e di Neri, e di distribuire i loro nomi nelle borse per tirare a sorte ogni due mesi, onde evitare i tumulti cui dava luogo ogni elezione in un tempo che il popolo si abbandonava con tanto furore allo spirito di parte[89]. Ma all'epoca in cui venne il cardinale a Firenze, avendo i Bianchi la principal parte nel governo, temettero che la corte di Roma approfittasse de' poteri che domandava per abbassarli, e rifiutarono al cardinale la balìa; perchè questi uscendo subito di città, la sottopose all'interdetto.
La signoria abbandonata a sè medesima si provò di ristabilire, senza il concorso di uno straniero, la pace nella città; ciò che credè di ottenere esiliando i capi delle due fazioni: ed in conseguenza ordinò ai Neri di portarsi alla Pieve nel territorio di Perugia, ed ai Bianchi di restare confinati a Sarzana sui confini dello stato di Genova. Il poeta Dante era uno de' priori che pronunciarono questa sentenza, e Dino Compagni assicura avere egli medesimo consigliata la signoria a prendere tale risoluzione[90]. Ma i priori non conservarono lungo tempo quella parzialità che gli aveva diretti nel primo atto; e dietro inchiesta di Guido Cavalcanti, caduto infermo a Sarzana, permisero soltanto ai Bianchi di rientrare in Firenze, protestando l'insalubrità dell'aria nel luogo del loro esilio.
I capi del partito dei Neri erano confinati in un luogo prossimo a Roma ed alla corte del papa; ed avendo già protettori ed amici in questa corte, approfittarono della vicinanza per acquistarne degli altri. Corso Donati andò a Roma; ed ebbe l'aperto favore dei parenti del papa, del suo banchiere e del cardinale Acquasparta che non poteva perdonare ai Fiorentini d'avere rifiutata la sua mediazione. Tutti d'accordo eccitarono Bonifacio contro i Bianchi e contro il partito del governo, e lo consigliarono a cercare un principe che punisse i Fiorentini della poca loro deferenza, e che escludendo dal numero de' Guelfi gli uomini tiepidi o moderati ristabilisse il partito della Chiesa nell'antica sua purità. Doveva questo principe pacificare la Toscana e conquistare la Sicilia, imperciocchè al papa stava più a cuore il vendicarsi di don Federico e di Ruggiero di Loria, che la punizione de' Bianchi fiorentini.
Verso quest'epoca Carlo di Valois, fratello di Filippo il bello, re di Francia, erasi acquistata grandissima riputazione colla conquista di tutta la Fiandra[91]; onde Bonifacio pose gli occhi sopra di lui. Sapeva per l'esperienza fattane da' suoi predecessori che i principi francesi erano proclivi a riconoscere come titoli incontrastabili i doni che loro faceva la santa sede anche in que' luoghi in cui non aveva alcuna giurisdizione. Sapeva ch'essi ed i loro soldati erano sempre disposti a combattere, non per una sola causa, ma per tutte le cause del mondo e contro tutti gli uomini. Promise a Carlo di Valois come premio della spedizione, cui l'invitava, la stessa Caterina di Fiandra erede dell'Impero latino di Costantinopoli, che aveva poc'anzi offerta all'infante Federico di Sicilia; e perchè questa principessa era prossima parente di Carlo, gli spedì le necessarie dispense per isposarla[92], a condizione che sollecitamente venisse con un sufficente corpo di cavalleria a combattere a proprie spese per la causa della santa sede contro Federico usurpatore della Sicilia, e contro qualunque altro nemico della Chiesa. La successione all'Impero di Costantinopoli non era la principal promessa che Bonifacio facesse a Carlo; non avendo come papa voluto riconoscere Alberto d'Austria per re de' Romani, lusingava Carlo di questa medesima dignità, assicurandolo intanto che gli conferirebbe i diritti di vicario imperiale in Toscana, in quel modo che uno de' suoi predecessori l'aveva fatto in favore di Carlo d'Angiò. Aggiugneva Bonifacio a queste lontane speranze immediate concessioni che avrebbero luogo tosto che Carlo avesse accettato il proposto trattato. Nel 1301, il papa lo creò conte della Romagna, capitano del patrimonio di san Pietro, signore della Marca di Ancona, e, con un nuovo titolo, pacificatore della Toscana[93].
Prima che il principe francese potesse giugnere in Toscana, la parte de' Bianchi, che allora dominava ne' consigli di Firenze, aveva cercato di rendersi forte; e giudicò opportuno di fare a Pistoja l'esperimento delle sue forze e de' mezzi che poteva impiegare per trionfare. Il capitano del popolo di questa città non rimaneva in carica che sei mesi. Il governo fiorentino, in forza della balìa che gli era stata confidata, diede prima questa carica a Guido Cavalcanti appartenente ad una famiglia altra volta ghibellina. Questo nuovo magistrato violò la legge pubblicata per la pacificazione di Pistoja, ed in cambio di dividere egualmente le magistrature tra le due parti, scelse tutti gli anziani tra i Bianchi; e poco dopo ajutato dagli stessi anziani, destituì tutti i Neri che possedevano il governo di qualche castello o carica di confidenza, per sostituir loro dei Bianchi[94]. Passati i sei mesi, i Fiorentini nominarono in sua vece Andrea Gherardini, la di cui amministrazione doveva essere ancora più parziale e più violenta della precedente. Andrea si afforzò d'armi e di cavalli, si assicurò la dipendenza delle compagnie popolane e de' loro confalonieri; indi accusando i Neri di voler dare Pistoja ai Lucchesi, citò, una dopo l'altra, le principali famiglie del partito nero a presentarsi al suo tribunale. E perchè queste esitavano a porsi nelle sue mani, andò ad attaccarle cogli arcieri ed i confalonieri delle compagnie; prese a viva forza le loro case colle macchine di guerra o col fuoco; e dopo aver vinto tutto ciò che gli faceva resistenza, cacciò di città tutti i Neri, spianò i loro palazzi e fortezze, abbandonandone i beni al saccheggio.
I Neri, esiliati da Pistoja, ritiraronsi quasi tutti a Pescia, nella valle di Nievole, città che, dopo essere stata incendiata dai Lucchesi l'anno 1282, era rimasta sotto la loro dipendenza. Eranvi in Lucca, siccome in tutte le città della Toscana, dei Guelfi assai caldi che dovevano associarsi ai Neri, e dei Guelfi moderati che, non interessandosi più che tanto delle antiche contese, non facevansi scrupolo di allearsi coi Ghibellini onde acquistare col mezzo loro maggior credito nella repubblica; e questi adottarono per sè medesimi il nome pistojese di Bianchi. I primi trovaronsi rinforzati dall'unione di tutti gli esiliati di Pistoja, ed erano inaspriti dalla diffidenza che i Fiorentini mostravano a loro riguardo: onde poco dopo la rivoluzione che aveva cacciati i Neri da Pistoja, i Bianchi furono esiliati da Lucca[95]. Castruccio Castracani degl'Interminelli, che in appresso rialzò il partito de' Ghibellini, e che si fece signore di Lucca, di Pisa e di Pistoja, venne compreso in questa proscrizione dei Bianchi, tra i quali egli era il più distinto pel lustro della sua famiglia. In età di soli vent'anni fissò la sua dimora in Ancona, di dove, avendo in sul finire dell'anno perduti i suoi genitori, passò in Inghilterra, ove s'addestrò nelle armi[96]. Intanto Carlo di Valois, cedendo alle istanze del papa, erasi mosso con circa cinquecento cavalli per servire la Chiesa ed ajutare il re di Napoli. Attraversò senza difficoltà la Lombardia, e dopo essersi alcun tempo riposato in Bologna, entrò in Toscana per le Alpi di Pistoja, ossia strada di Sambuca.
La parte dei Bianchi aveva fatte sue le passioni dei Ghibellini che le si erano uniti; ma sebbene più non fosse una parte moderata, pure bramava ancora di essere creduta tale, e però non ardiva confessare gl'interni sentimenti, credendosi obbligata a conservare certi riguardi che minoravano la sua forza, senza illudere i suoi nemici. Se i Bianchi si fossero apertamente dichiarati Ghibellini, avrebbero potuto fortificare i passaggi della Sambuca, e fermare o ruinar Carlo che non aveva che un pugno di gente; avrebbero stretta alleanza coi Ghibellini di Pisa, di Arezzo e delle città di Romagna, e postisi in tale situazione da non poter essere facilmente oppressi. Ma i Bianchi volevano ancora coprirsi del nome del partito guelfo; mostrarsi ancora ligi alla chiesa ed alla casa di Francia, e non osavano prendere alcuna vigorosa risoluzione; onde senza porsi in istato di resistere ai loro nemici, non ottennero nè meno di placarli.