I Bianchi di Pistoja, avvisati dell'avvicinarsi di Carlo di Valois, introdussero molti pedoni e cavalli in città; provvidero di petriere le porte e le mura, e prepararonsi come coloro che dovessero essere assediati: in pari tempo invitarono Carlo ad entrare in Pistoja, e mandarongli incontro per onorarlo giostratori e paggi a cavallo. Egli scese lungo l'Ombrone, come se avesse intenzione di approfittare di tali amichevoli disposizioni, ma giunto a Ponte Lungo, due miglia sopra Pistoja, si volse bruscamente a destra e andò ad accamparsi a Borgo a Buggiano posto sulla strada di Lucca[97].

Gli esiliati Neri di Pistoja, ed i capi dello stesso partito a Lucca, adunaronsi prestamente intorno a lui, e lo trassero agevolmente al loro partito. Carlo prese in seguito la strada di Fucecchio, san Miniato e Siena, per recarsi a Roma ed in seguito ad Anagni, onde ricevere gli ordini del papa, avanti d'entrare in alcuna delle città divise dalla nuova lite dei Bianchi e dei Neri. Carlo II, re di Napoli, venne a trovarlo in Anagni a fine di concertare la spedizione di Sicilia, che fu fissata nella vegnente primavera. Intanto il papa mandò Valois a Firenze per pacificarla, o piuttosto per farvi trionfare il partito dei Neri e della Chiesa.

Carlo tornò dunque a Siena ed in seguito a Staggia nell'autunno dello stesso anno, avanzandosi contro Firenze. Erasi in questa città fatta la nomina de' nuovi priori che dovevano entrare in carica il 15 ottobre, e la scelta era più tosto caduta sopra persone inclinate alla pace, e che non davano sospetto ad alcun partito, che sopra coloro la di cui abilità avrebbe potuto salvare la repubblica in così difficili circostanze. Dino Compagni, lo storico di quest'epoca, era uno de' priori, e le sue scritture ci provano che egli era uno di quegli «uomini uniti, senz'arroganza, disposti a mettere le cariche in comune», tra i quali egli colloca sè medesimo[98].

Mentre che i Neri con private contribuzioni avevano messi assieme settanta mila fiorini per pagare il soldo delle truppe di Valois, d'altro non si occupavano i Bianchi che dei trattati di pace tra le famiglie nemiche. I capitani di parte guelfa fecero per ordine de' priori proposte di accomodamento tra i Cerchi e gli Spini. Questi, mostrando di dare orecchio alle proposizioni, non lasciavano di affrettare la venuta di Carlo, mentre i Cerchi, capi dei Bianchi, si addormentavano su queste speranze di pace, e non facevano verun apparecchio di difesa.

Carlo mandò da Staggia i suoi ambasciatori a Firenze per domandare d'essere ricevuto come un amico che veniva a riconciliare la parte guelfa alla Chiesa. Questi ambasciatori chiesero d'essere introdotti nel gran consiglio, ciò che loro non potevasi negare. Quand'essi ebbero parlato, i priori imposero silenzio a tutti i consiglieri, che avrebbero voluto rispondere in presenza loro, al quale oggetto più d'uno erasi già alzato; onde agli ambasciatori di Carlo fu agevole il giudicare dalla premura che ponevano nel voler manifestare la propria opinione in loro presenza, che il partito de' Neri e del principe aveva riacquistata forza ed energia. La signoria, dopo la segreta deliberazione dei consigli e quella delle arti e mestieri, mandò da parte sua ambasciatori a Staggia, promettendo a Carlo d'accoglierlo onorevolmente, a condizione che non mutasse le leggi e le costumanze della repubblica e non pretendesse diritti o giurisdizione di veruna sorte, sia a titolo di vicario dell'impero, sia per tutt'altra ragione. Se Carlo non accordava questa promessa, gli ambasciatori avevano ordine di chiudergli il passaggio di Poggibonzi che era fortificato, e di rifiutargli le vittovaglie. Carlo accordò senza difficoltà tutto quanto gli fu chiesto, e confermò la sua promessa a viva voce dopo il suo arrivo[99].

Magnifico fu l'ingresso del principe francese in Firenze. Carlo aveva portata la sua truppa ad ottocento cavalli; gli abitanti di Perugia l'avevano accompagnato con duecento uomini d'armi sotto colore di testificargli il loro rispetto, ed i Lucchesi erano venuti ad incontrarlo. Cante d'Agobbio, Malatestino, Maghinardo di Susinana, ed altri gentiluomini di Romagna, che incominciavano a far il mestiere di condottieri, arrivavano un dopo l'altro con otto o dieci cavalli per unirsi alla corte, e la signoria non osava negare l'ingresso a verun di loro.

Allora fu che gli uomini più vili ed abbietti credettero di poter fare pompa di coraggio. «Per il bene della patria, dicevano costoro, non temeremo di tirarci addosso la nimicizia della signoria e di mostrare gli errori ch'ella ha commessi.» In fatti, la signoria non era più a temersi, nè più poteva castigarli. «Noi oseremo, aggiungevano, prendere la difesa dei Neri oppressi, e disvelare l'ingiustizia, di cui la signoria si è fatta colpevole verso di loro, escludendoli dagli ufficj.» I Neri, che essi affettavano di prendere sotto la loro protezione, avevano in città mille duecento uomini d'armi ai loro ordini. Altri non si vergognavano di vantare la tranquillità di cui godevano dopo avere perduta la libertà. Baldino Falconieri occupava la tribuna la maggior parte del giorno; e l'argomento de' suoi discorsi era sempre il confronto delle passate turbolenze coi presenti tranquillissimi tempi, ne' quali i cittadini potevano abbandonarsi a sicuro sonno[100].

Mentre uomini senz'onore vantavano questa pretesa tranquillità, i due partiti si preparavano a nuove zuffe. Ma Vieri de' Cerchi, il capo de' Bianchi, non aveva nè i talenti nè l'energia necessaria per ridurre a salvezza il suo partito. I priori, che non volevano perdere il merito dell'apparente loro imparzialità, non prendevano che deboli partiti; e niuno osava porsi in aperta difesa per timore di essere da tutti abbandonato. I Bianchi, che veramente erano d'origine guelfa, cercavano di rappattumarsi coi loro avversarj ripetendo che tutti appartenevano alla stessa fazione; onde i Ghibellini associatisi prima con loro, temevano di vedersi traditi e andavano lentamente ritirandosi per timore che la pace tra i Guelfi non si effettuasse a loro spese. I campagnuoli che avevano ricevuto ordine di armarsi, nascondevano i confaloni e si disperdevano; il podestà coi suoi arcieri aveva fatta una parziale pace coi Neri; e quantunque lo stendardo dello stato fosse esposto alle finestre del palazzo della signoria, i cittadini non prendevano le armi per andarvi in difesa dei loro priori[101]. Frattanto Carlo di Valois aveva domandate le chiavi di porta romana, presso la quale egli abitava; e benchè quando fu ricevuto giurasse di far osservare dai suoi soldati le leggi e le sentenze della repubblica, questa medesima notte fece entrare, per la porta che gli fu data, Corso Donati e tutti gli esiliati.

I priori lagnaronsi con Carlo della violazione dei trattati, ed egli giurò di non avervi avuta parte e di voler castigarne gli autori, chiedendo, per poterlo fare, che i capi delle due parti gli fossero consegnati, ond'essere in istato di metter fine a tanti disordini, e ristabilire una volta l'autorità della repubblica. I priori, che andavano sempre più accorgendosi della loro impotenza, aderirono a tale inchiesta; i capi de' Bianchi e de' Neri andarono volontariamente a darsi in mano di Carlo, i primi con paura, gli altri con piena sicurezza; ed infatti il principe rilasciò subito i Neri, e fece sostenere i Bianchi e custodire in dure prigioni. Allora i priori, ma troppo tardi, fecero dare campana e martello in palazzo, chè il popolo atterrito non osò uscir di casa, e dopo quest'istante i Neri, per lo spazio di sei giorni, abusarono del loro trionfo, senza che fosse stabilito in città alcun magistrato per reprimere l'eccesso del disordine[102]. Le case dei Bianchi furono abbandonate al saccheggio ed in appresso incendiate; molti de' più ragguardevoli uomini di questo partito furono morti o feriti dai loro parziali nemici; molte fanciulle ereditiere vennero tolte di mano alle loro famiglie e maritate per forza ed in mezzo al disordine; e Carlo di Valois fingeva di non saper nulla, e di credere che l'incendio di tanti palazzi di città e di campagna fossero fuochi di gioja o accidentali incendj di qualche povera capanna[103].

Dopo che la città fu abbandonata al saccheggio per sei giorni, i nuovi priori, tutti della parte nera, entrarono in funzione l'undici novembre 1301, ed un nuovo podestà, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, fu incaricato dell'amministrazione della giustizia. Il nuovo giudice veniva incoraggiato alla severità, non solo dalla violenza di quel partito da cui aveva ricevuta la carica, ma più ancora dall'avarizia di Carlo di Valois che doveva con lui dividere le ammende che imporrebbe, ed a cui lo stesso papa aveva rappresentata Firenze come un'inesauribile sorgente di oro. Nello spazio di cinque mesi in cui Carlo dimorò in Firenze, Cante dei Gabrielli condannò circa seicento persone all'esilio, sottoponendole in pari tempo alla multa di sei in ottomila fiorini, con minaccia di confisca di beni se non pagavano. Dante Alighieri, che a quest'epoca trovavasi ambasciatore a Roma per la repubblica, fu compreso in questa proscrizione. Dovremo tra poco parlare di questa condanna pronunciata il 27 gennajo del 1302. Petracco figliuolo di Parenzo dell'Ancisa, padre di Francesco Petrarca, fu esiliato nella stessa circostanza[104]. Altri vennero accusati d'aver cospirato contro la vita di Carlo di Valois, e messi alla tortura, non tanto per istrappare loro di bocca la confessione del supposto delitto, che per sapere ove tenessero nascosti i loro tesori. Finalmente il giorno 4 aprile del 1302 Carlo di Valois partì alla volta della Sicilia carico delle maledizioni de' Toscani, per i quali aveva preso il titolo di pacificatore.