Fu osservato che Carlo di Valois era entrato in Toscana sotto pretesto di ricondurvi la pace, e l'aveva lasciata in guerra, ch'era passato in Sicilia per farvi la guerra; e n'era uscito dopo una vergognosa pace[105]. Valois s'imbarcò a Napoli con Roberto, principe di Calabria, figliuolo di Carlo II, e venne a sbarcare in Sicilia con mille cinquecento cavalli, mentre una flotta di cento galere proteggeva il suo passaggio e l'ajutava nell'assedio delle piazze che voleva prendere. Federico, re di Sicilia, non aveva bastanti forze per istare in campagna contro di lui. Già da vent'anni l'isola resisteva quasi senza stranieri soccorsi a tutta la potenza de' Francesi e della Chiesa; ed il re Federico ne' due o tre precedenti anni erasi veduto indebolire dall'abbandono di Ruggiero di Loria, suo grande ammiraglio, ch'era passato al nemico, e dall'attacco egualmente vile che crudele del suo proprio fratello Giacomo d'Arragona, venuto come confaloniere della chiesa per ispogliarlo di quello stato in cui egli medesimo aveva regnato. Metà della Sicilia era stata conquistata da Giacomo, o si era ribellata in conseguenza delle segrete intelligenze ch'egli vi aveva conservate, quando questo re parve sensibile ai tardi rimorsi, e ripartì nel colmo delle sue vittorie, dichiarando di non voler essere lo strumento o il testimonio dell'ultima catastrofe di suo fratello. Abbandonò la Sicilia l'anno 1299, e poco dopo Federico incominciò a ristaurare i suoi affari con una battaglia in cui fece prigioniero Filippo, principe di Taranto, figlio del re Carlo II.
Quando Valois sbarcò in Sicilia alla fine d'aprile del 1302, impadronissi a tradimento di Termoli; ma Federico, il più valoroso principe ed il più esperto capitano de' suoi tempi, non permettevagli lungo tempo di essere conquistatore. Evitando sempre una battaglia generale, cui le deboli sue forze non consigliavano di affidare la somma della guerra, lo travagliava con continue scaramucce, gl'intercettava i convogli, gli uccideva i cavalli: e raddoppiatesi alle truppe nemiche le fatiche della guerra, il caldo clima della Sicilia non tardò a fare sui soldati francesi i consueti effetti. All'assedio di Sacca la malattia si manifestò nel campo, ed in breve tempo vi fece tale strage, che Valois per ritirarsi dall'assedio fu costretto a chiedere la pace[106], la quale fu fatta a condizioni apparentemente più favorevoli ai Francesi di quello che in effetto lo fossero. Federico fu autorizzato a conservare, finchè vivesse, il governo della Sicilia e delle adiacenti isole col titolo di re di Trinacria; ed egli acconsentiva che dopo la sua morte tornasse il regno agli Angiovini. Dall'una parte e dall'altra i due re si restituirono i paesi conquistati in Sicilia ed in Calabria, ed ambedue confiscarono le terre de' baroni e de' feudatari, che avevano abbandonata la causa del proprio principe per darsi al nemico. Da questa legge generale furono per altro eccettuati Ruggiero di Loria e Vinciguerra di Palazzo. Finalmente si rilasciarono da ambe le parti i prigionieri, e Federico sposò Eleonora figlia di Carlo II.
Sebbene la reversione della corona alla morte di Federico fosse stipulata in favore dei principi francesi, era facil cosa il prevedere che prima che accadesse tale avvenimento, che in fatti si protrasse fino al 1337, nuove guerre e nuovi trattati disporrebbero diversamente della successione alla corona; e potevasi poi naturalmente prevedere che i Siciliani che avevano fatto Federico loro re, ed avevano combattuto vent'anni per iscuotere il giogo degli Angiovini, non credendosi in verun modo legati da questo trattato, non acconsentirebbero di passare nuovamente sotto un'odiata dinastia.
Perchè la pacificazione della Sicilia riuscisse intera, rendevasi al nuovo trattato necessaria l'approvazione della Chiesa, onde fossero tolte le scomuniche da tanti anni fulminate contro quel regno. Ma Bonifacio rifiutavasi di aderire alle convenzioni senza farvi alcune modificazioni; ma per altro scrisse subito a Federico[107] per attestargli il suo affetto ed il desiderio di riconciliarsi con lui; onde per aderire alla sua domanda, nel mese di giugno del susseguente anno 1303, Federico si riconobbe feudatario della santa sede per il regno di Trinacria, come Carlo lo era per quello di Napoli, promettendo l'annuo tributo di tre mila once d'oro[108] ed un soccorso di cento cavalli o di un determinato numero di galere qualunque volta la Chiesa fosse attaccata. Sotto tali condizioni Federico si riconciliò colla santa sede; ed il papa, tanto tempo suo nemico, ben tosto ricorse a lui contro que' medesimi Francesi che aveva fino allora protetti[109].
Dacchè Bonifacio VIII ebbe ottenuto il papato, più non si curò di nascondere due dominanti qualità del suo carattere: un orgoglio senza pari ed un impeto che s'accostava al furore, quand'era contrariato. Per giugnere alla tiara aveva saputo in molte occasioni regolarsi con destrezza e piegare con simulata moderazione alle altrui voglie; ma risguardando poi queste qualità come sconvenevoli ad un capo della cristianità, voleva vincere di fronte ogni ostacolo. E perchè aveva da principio abbracciati gl'interessi della casa di Francia, erasi mostrato il più implacabile nemico de' suoi nemici, perseguitandoli con una acerbità tale, che sembrava escludere qualunque speranza di riconciliazione, onde aveva fatta la guerra otto anni a Federico di Sicilia con non minore accanimento di Carlo d'Angiò. Quando del 1298 Alberto d'Austria, ribellatosi contro Adolfo di Nassò, si fece incoronare in sua vece re dei Romani, e poco dopo lo vinse in una battaglia, in cui Adolfo fu ucciso, Bonifacio non solo rifiutò di conoscerlo, ma lo trattò da traditore e da ribelle; e postasi la corona sul proprio capo, prese una spada e gridò: «Il Cesare sono io, io l'imperatore, io che difenderò i vilipesi diritti dell'impero[110].» Lo stesso papa, che trattava con tant'altura i sovrani, non aveva verun riguardo d'inimicarsi i grandi prelati e signori di Roma. Il mercoledì primo giorno di quaresima, mentre faceva l'augusta e commovente cerimonia della chiesa romana di spargere la cenere sul capo degli uomini più superbi per ricordar loro la nullità della propria esistenza ed il prossimo fine, quando venne la sua volta gli s'accostò per ricevere le ceneri Porchetto Spinola arcivescovo di Genova. Bonifacio gli gettò con violenza la cenere negli occhi, gridando: «Ghibellino! ricordati che tu sei cenere, e che coi Ghibellini tuoi compagni ritornerai in cenere[111].» Ma la circostanza in cui Bonifacio mostrò tutta la violenza del suo carattere si fu nelle lite coi Colonna.
Eranvi nel sacro collegio due cardinali della nobilissima famiglia Colonna, Pietro e Giacomo, i quali si erano mostrati contrari all'elezione di Bonifacio[112] e credutisi abbastanza indipendenti per non nascondere il loro malcontento, poichè la casa Colonna gareggiava di potenza colle famiglie sovrane d'Italia. La città di Palestrina, quelle di Nepi, Colonna e Zagarolo, e molte castella erano di assoluta proprietà della casa Colonna, resa ancora illustre da molti valorosi personaggi. L'aperta inimicizia del pontefice aveva probabilmente consigliati i Colonna a far alleanza col re di Sicilia; e questo fu almeno il pretesto addotto da Bonifacio per fulminare contro di loro una bolla di scomunica che comincia con queste parole:
«Avendo prese in considerazione le abbominevoli azioni dei Colonna ne' passati tempi, la presente loro ricaduta in pessime opere, e le ragioni di temere dal canto loro una non meno criminosa condotta in avvenire, ci hanno evidentemente dimostrato che l'odiosa casa Colonna è amara ai suoi domestici, d'aggravio ai suoi vicini, nemica della repubblica romana, ribelle alla santa Chiesa, perturbatrice del riposo della città e della patria, incapace di soffrire eguali, ingrata ai beneficj, troppo arrogante per servire, troppo ignorante per comandare; straniera alla modestia, agitata dal furore, priva del timor di Dio, senza rispetto per gli uomini, tormentata dal desiderio di turbare la città e tutto l'universo.» Dopo queste invettive tanto indegne di un padre de' fedeli, e così malsonanti in bocca di qualunque sovrano, Bonifacio accusava i Colonna di avere approvata ed incoraggiata la rivoluzione dei Siciliani e dei re d'Arragona, rimproverava loro di non aver voluto dargli in mano le città e castella che possedevano, ed in conseguenza egli privava Pietro e Giacomo Colonna della dignità cardinalizia, gli spogliava di tutti i beni e di tutte le rendite che loro appartenevano e gli assoggettava alla scomunica con tutti coloro che prenderebbero la loro difesa: escludeva i loro nipoti, fino alla quarta generazione, dalla facoltà d'entrare negli ordini sacri, e per ultimo scomunicava chiunque osasse asserire che Pietro e Giacomo Colonna erano ancora cardinali[113].
Ad una così violenta bolla risposero i Colonna con un manifesto, nel quale dichiaravano: di non riconoscere Bonifacio per papa e capo della chiesa; che Celestino V non ebbe il diritto, e forse nemmeno la volontà d'abdicare; che l'elezione del suo successore, fatta mentre egli ancora viveva e regnava, era di sua natura invalida ed illegittima. Questo manifesto accrebbe il furore del papa, che con una seconda bolla confermò la sentenza di deposizione e di scomunica, incaricando gl'inquisitori di perseguitare per delitto d'eresia i Colonna e tutti coloro che avevano le loro opinioni. Indi fece pubblicare contro di loro la crociata con indulgenza plenaria a favore di coloro che vi prenderebbero parte[114].
Il papa non era intenzionato di limitarsi ai soli castighi ecclesiastici, ma, dopo aver atterrato i palazzi de' Colonna in Roma, mandò l'armata crociata ad assediarne le fortezze sotto la condotta dei due legati Matteo Acquasparta, cardinale di Porto, ed il vescovo di san Rufino, che ne presero molte d'assalto: ma Palestrina fece una lunga resistenza; onde si vuole che Bonifacio, disperando omai di sottometterla, chiamasse a dirigerne l'assedio Guido di Montefeltro, quello stesso che del 1282 aveva compiutamente rotti i Francesi a Forlì, e più tardi difesa Pisa dai Guelfi. Questo generale ghibellino, che si era nella milizia reso così illustre, aveva abbandonato il mondo, e viveva penitente vestito dell'abito francescano. Bonifacio, in virtù del suo giuramento d'ubbidienza alla santa sede, gli ordinò d'esaminare come potrebbe prendersi Palestrina, promettendogli plenaria assoluzione di tutto quanto potrebbe fare o proporre contro i dettami della propria coscienza. Guido cedette alle istanze di Bonifacio, esaminò le fortificazioni di Palestrina, e non trovando alcun lato debole per poterla superare a viva forza, tornò al papa chiedendogli di assolverlo ancora più espressamente da ogni delitto ch'egli aveva commesso, o che poteva commettere nel consigliarlo, e quando fu munito di quest'ampia assoluzione: «Io non ci vedo, gli disse, che un solo mezzo, promettere molto e mantener poco[115].» Dopo avere così consigliata la perfidia, si ridusse di nuovo al suo convento. Bonifacio offrì agli assediati ogni larga condizione; accordando il perdono ai Colonna se entro tre giorni si presentavano al suo tribunale. La città s'arrese; ma la sua vendetta non fu compiuta per avere i Colonna avuto sentore che il papa li voleva tutti condannare alla morte: approfittando di tale avviso, e non avendo più alcun castello nella campagna di Roma che potesse tener lungo tempo, rifugiaronsi in lontani paesi, ed alcuni ottennero asilo in Francia da Filippo il bello.