Malgrado il favore che Bonifacio aveva in generale mostrato a tutta la casa di Francia, aveva già avuto qualche disputa col re Filippo, il quale, nè meno intollerante essendo, nè meno iracondo di Bonifacio, aveva più presenti le ingiurie che i beneficj. Per un insigne tradimento Filippo teneva in prigione Gui, conte di Fiandra, ed i due suoi figliuoli che per far levare l'assedio di Gante avevano con Carlo di Valois sottoscritto un trattato che Filippo non voleva riconoscere. Bonifacio instava per la liberazione di questi prigionieri, ed il re si teneva offeso da queste istanze che facevano più manifesta la vergogna del suo operare. Inoltre il papa aveva voluto interporsi per terminare la guerra tra la Francia e l'Inghilterra, e Filippo aveva risguardato tale atto come un attentato a' suoi diritti. Per ultimo il papa aveva, senza il consentimento del re, eretto un nuovo vescovado a Pamiers, nominando il nuovo vescovo legato apostolico in Francia[116].

Sebbene in diverse occasioni avesse accordate ai principi francesi annate e decime per la guerra di Fiandra, talvolta aveva però cercato di chiudere il tesoro ecclesiastico, o per lo meno che si dispensasse con maggiore economia che non voleva un principe sempre avido di denaro. Il re dal canto suo aveva proibito l'esportazione del danaro del regno, onde privare la corte di Roma di una specie d'entrata che percepiva sulle coscienze de' suoi sudditi[117]. In occasione di qualche alterco avuto col vescovo di Pamiers, lo aveva fatto imprigionare, ed intentata contro di lui un'accusa che lo faceva colpevole di ribellione e di lesa maestà: e perchè il papa, oltre questa violazione delle immunità ecclesiastiche, gli rimproverava d'essersi appropriate le entrate di molte mense vescovili, Filippo pensò di munirsi, contro l'autorità della Chiesa, di quella degli stati del suo regno[118].

Fu questa la prima volta in cui la nazione ed il clero di Francia si mossero per difendere le libertà della Chiesa gallicana. Avidi di servitù, chiamarono libertà il diritto di sacrificare perfino le coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che loro offriva contro la tirannide un capo straniero ed indipendente. In nome di queste libertà della Chiesa, fu al papa ricusato il diritto d'informarsi intorno alle tasse arbitrarie che il re imponeva al suo clero, all'arbitraria prigionia del vescovo di Pamiers, all'arbitrario sequestro delle entrate ecclesiastiche di Rheims, di Chartres, di Laon, di Poitiers; rifiutossi al papa il diritto di dirigere la coscienza del re, di fargli delle rimostranze intorno all'amministrazione del suo regno e di punirlo colle censure ecclesiastiche quando violava i giuramenti[119]. Non è a dubitarsi che la corte pontificia non avesse manifestata una ambizione usurpatrice; ed i re avevano ragione di cautelarsi contro la sua prepotenza: ma i popoli dovevano anzi desiderare che i sovrani despotici riconoscessero al di sopra di loro un potere venuto dal cielo che li fermasse sulla strada del delitto; e se i papi, invece di farsi dipendenti di Filippo il bello, fossero sempre rimasti a lui superiori, la Francia sarebbesi almeno salvata dall'obbrobrio della condanna de' Templari.

Mentre il clero scriveva al papa per riclamare le sue così dette libertà, i gentiluomini francesi procedevano ancora con maggior impeto verso il capo della Chiesa. Quegli stessi uomini, che avevano poc'anzi trucidati gl'innocenti abitanti dell'Arragona e della Sicilia perchè il papa aveva conceduti que' regni ad uno de' loro principi, osarono per servire al loro re d'intentare un processo contro lo stesso papa. Guglielmo di Nogaret presentò, il 12 marzo 1301, una supplica al re, in presenza de' principi del sangue e de' vescovi, colla quale accusava Bonifacio di simonia, d'eresia, di magia e di altri enormi delitti, chiedendo l'assistenza del re onde adunare un concilio generale per liberare la Chiesa dalla sua oppressione[120].

Bonifacio non era uomo da lasciarsi soverchiare in fatto di violenze: convocò a Roma un'assemblea del clero francese ad oggetto di riformare gli abusi introdotti dal re nell'amministrazione civile ed ecclesiastica del regno[121]; e perchè il re vietò al suo clero d'andare a Roma, Bonifacio fulminò la scomunica generale contro tutti coloro che impedissero ai Cristiani d'avvicinarsi alla sede degli apostoli, qualunque si fosse la condizione de' contravventori, fossero pur anche rivestiti della dignità reale, e sebbene avessero ottenuto il privilegio da qualche papa di non poter essere scomunicati[122]. Questa bolla era diretta contro lo stesso Filippo il bello; e Bonifacio il quale teneva per fermo che quest'atto di severità lo avrebbe indotto a sottomettersi, spedì un legato in Francia con facoltà d'assolvere il re tosto che si fosse ravveduto. Ma invece di sottomettersi, Filippo preparava una tale vendetta che verun principe cristiano nè prima nè dopo osò mai prendersi del capo della Cristianità.

(1303) Guglielmo di Nogaret, quello stesso che aveva prima accusato il papa, partì alla volta d'Italia con Musciatto Franzesi, cavalier fiorentino, Sciarra Colonna ed altri nemici di Bonifacio. Fissò la sua dimora a Staggia, castello posto tra Firenze e Siena, sotto pretesto di essere più vicino alla corte di Roma, colla quale doveva trattare gl'interessi del suo padrone. Il papa abitava allora in Anagni sua patria. Nogareto, che aveva seco condotti circa trecento cavalli, profuse il danaro per farsi degli amici nello stato pontificio e nella stessa città d'Anagni. Quando tutto fu apparecchiato, ed ebbe sicurezza che una porta della città gli sarebbe data in mano da un traditore, si recò con una rapida marcia ad Anagni il giorno 7 settembre in sul fare del mattino: la porta gli fu aperta, ed i Francesi, accompagnati dai partigiani dei Colonna, corsero le strade gridando: Viva il re di Francia, muoja Bonifacio! Entrarono senza ostacolo nel palazzo pontificio; e mentre i Francesi si dispersero subito per gli appartamenti per rubare i molti tesori che il papa vi teneva, Sciarra Colonna solo cogli Italiani si presentò a Bonifacio[123].

È cosa indubitata che i congiurati erano disposti a trucidare il papa; poichè non avevano presa alcuna misura nè per condurlo via, nè per custodirlo sicuramente ov'era. Ma questo vecchio, reso venerando dall'avanzata età di ottantasei anni, e che, quando senti avvicinarsi i nemici, aveva vestiti gli abiti pontificali, ed erasi posto a ginocchio pregando innanzi all'altare, incusse, malgrado loro, un insuperabile rispetto ai congiurati: minacciarono bensì di tradurlo a Lione prigioniero per esservi giudicato da un concilio; ma non osarono portar la mano sulla sua persona[124]; e Guglielmo di Nogareto rimase interdetto quando Bonifacio si fece ad interpellarlo se da lui, siccome da discendente da una famiglia eretica, doveva aspettarsi la corona del martirio. I Francesi continuarono tre giorni a saccheggiare i tesori di Bonifacio senza nulla risolvere intorno al loro prigioniero. Finalmente il popolo d'Anagni, ch'era stato sorpreso e che in quel primo istante pareva quasi favorire i congiurati, eccitato dal cardinale Fiesco a prendere le armi, attaccò i Francesi, gli scacciò dal palazzo e liberò Bonifacio.

Ad ogni modo i malvagi desiderj del re di Francia ebbero compimento, senza che bisogno vi fosse di adoperare la spada contro il pontefice; il quale avendo sofferto tre giorni di spavento e di angosce in mano de' suoi nemici, perdette quasi affatto l'uso della ragione, e cadde infermo: fu trasportato a Roma immediatamente siccome in luogo di maggiore sicurezza, e confidato agli Orsini, che supponevansi nemici dei Colonna. Ma ben tosto fu o credette di essere egualmente da loro trattenuto. Reso estremamente geloso del suo potere e della sua indipendenza, perchè statone privo tre giorni, risguardava qualunque menomo atto di resistenza come un attentato contro la sua autorità. Dall'altro canto, o sia che gli Orsini volessero nascondere al pubblico lo scandalo d'un papa frenetico, o pure che, sotto tale pretesto, lo ritenessero d'accordo coi Colonna veramente prigioniero, un giorno che Bonifacio voleva uscire dal Vaticano ed andare a Laterano ove pensava di porsi sotto la protezione degli Annibaldeschi, i due cardinali Orsini gli vietarono l'uscita, forzandolo a rientrare nelle sue camere[125].

Il vecchio, fremente di rabbia, fu lasciato solo con Giovanni Campano mostratosi a lui fedele in ogni circostanza, il quale lo andava esortando a sostenere coraggiosamente la sua sventura, confidando nel consolatore degli afflitti, che vi apporterebbe rimedio: ma Bonifacio, non rispondendo una sola parola, cogli occhi travolti, colla schiuma alla bocca, faceva sentire lo stridore dei denti e ricusava ogni alimento. All'avvicinarsi della notte parve che la sua frenesia prendesse maggior forza, e passò tutta la notte senza chiudere gli occhi. Finalmente quando trovossi affatto affievolito dall'eccesso dei patimenti della sua anima intollerante, ordinò ai domestici che gli stavano intorno, di ritirarsi, e rimasto affatto solo si chiuse per di dentro col chiavistello. Quando dopo avere aspettato lungo tempo, i suoi domestici forzarono la porta, lo trovarono sul letto freddo assiderato. Il bastone che portava in mano era rosicchiato e lordo di schiuma; e vedendogli i bianchi capelli rosseggianti di sangue, si conghietturò che, dopo avere violentemente dato del capo contro le pareti, si fosse poi gettato sul letto, e che, copertosi il capo colle coltri, morisse soffocato sotto le medesime[126].