Per altro, dicono gli economisti, la nazione è composta soltanto di proprietarj di terre; e come potrebbesi supporre una lega tra questi per escludere da un paese tutti i non proprietarj, così deve ammettersi che rimangono in arbitrio de' proprietarj le condizioni sotto le quali accordano agli altri la facoltà di abitare nel loro terreno[128]. Strano raziocinio, dal quale potrebbesi pure dedurre la perfetta schiavitù di tutti coloro che non sono proprietarj; perchè non è più difficile il supporre un accordo di tutti i proprietarj dell'universo, come di tutti quelli di una nazione. E quale sarebbe adunque la misura delle umiliazioni, cui sarebbero costretti di soggiacere gli uomini scacciati in ogni luogo? A meno che non violassero le leggi, dice il già citato economista. E chi può dubitarne, che dovrebbero violare le leggi, quando le leggi altro non fossero che il risultamento della volontà di una classe usurpatrice, che avrebbe spogliata la nazione della sua eredità, quando la proprietà che non ha che la garanzia del contratto sociale, sarebbe considerata come principio del diritto di distruggere tutte le guaranzie che il contratto sociale ha riservate per tutti i cittadini.

Sappiano adunque gli economisti, che il loro sistema venne compiutamente adottato, e che, per lo spazio di molti secoli, la sovranità tutta intera fu abbandonata ai soli proprietarj del suolo; giacchè tutto il terreno d'Europa era stato diviso tra i nobili, i quali altro non erano che soldati, e che in tutto l'Occidente più non rimaneva una sola particella di terra, che non fosse proprietà di qualche gentiluomo. Questi proprietarj prescrissero a coloro che volevano abitare sul loro suolo, una sola condizione, la servitù: e perchè non rimanesse veruno asilo aperto a coloro che non volevano soggiacere a tale condizione, i proprietarj convennero di rinviarsi vicendevolmente i fuggitivi[129]. Ma grazie alla provvidenza ed allo spirito di libertà, che si alimenta e si solleva per le riunioni degli uomini, questa legge fu violata. Dovunque sopra la proprietà d'un nobile, le prossime abitazioni de' mercanti e degli artigiani formarono una città, i borghesi di questa città, colle armi alla mano, costrinsero il nobile proprietario a rinunciare alle sue tiranniche pretensioni, ed a riconoscere egli medesimo i limiti del diritto di proprietà. In tal modo dal decimo fino al dodicesimo secolo, gli uomini privi di proprietà territoriale riconquistarono la libertà per le future generazioni.

La lite tra i nobili proprietarj delle campagne ed i borghesi stabiliti nelle città aveva omai cambiata natura ed oggetto nel tredicesimo secolo. I primi riconoscevano la libertà civile dei secondi, e protestavano di rispettarla; ma chiedevano, per un riguardo dovuto alla loro nascita, e per il decoro delle repubbliche alle quali erano essi incorporati, di essere esclusivamente incaricati dell'amministrazione dello stato. Eglino soli, dicevano, potevan nutrire o affamare le città, di cui erano parte, eglino soli erano radicati al suolo, e non potevano separare il loro particolare interesse da quello della patria, mentre avevano veduto sorgere nelle città certe fortune mobili che potevano prosperare in mezzo alle calamità pubbliche, ed essere dai commercianti facilmente sottratte a tutte le rivoluzioni. Questi nuovi ricchi, soggiugnevano, si sottraggono facilmente alle leggi, e non guarentiscono la società del loro attaccamento e della loro ubbidienza: stranieri alla propria città, saranno assai più che ai naturali loro magistrati, subordinati al soldano che regna in Antiochia e conquista san Giovanni d'Acri, all'imperatore di Costantinopoli o al re di Francia, ove tengono i loro banchi e le ricchezze.

Dall'altra banda i mercanti, che per un generoso attaccamento alla patria, sostenevano quasi soli le gravezze dello stato sopra quelle loro sostanze che i finanzieri della repubblica non avrebbero potuto ferire, si sdegnarono a ragione vedendo che si tentava di escluderli da quella sovranità ch'essi avevano conquistata e di cui erano tuttavia il principale sostegno. E siccome non è mai vero che una qualunque classe abbia sola un interesse sempre conforme a quello dello stato, potevano vittoriosamente rispondere alle allegazioni de' gentiluomini. Questi pretendevano di alimentare il popolo, perchè tutto il grano raccoglievasi nelle loro terre; i mercanti perchè somministravano al popolo tutto il danaro per comperarlo. Avevano ancora fatto assai più; avevano dato ai gentiluomini i mezzi per coltivare le terre: ed i frutti della campagna non sono meno dovuti al terreno che li porta, che al capitale mobiliare che li fa nascere. È vero che i negozianti non danno garanzia allo stato, anzi ne esigono una essi dallo stato, la libertà. Fedeli alla patria finchè si manteneva libera, e ne avevano date luminose prove in tempo delle sue calamità, non erano uomini che un tiranno potesse cogliere ed incatenare. In mezzo al libero mare, o viaggiatori in mezzo a nazioni schiave, maturavano nell'esilio i giorni della vendetta e della libertà; mentre i nobili, venduti ora agl'imperatori ora ai condottieri, oppure ai piccoli tiranni che avevano eretto un principato in mezzo ai loro eguali, avevano pur troppo provato ch'essi lasciavansi incatenare dalle loro proprietà territoriali, e che tali proprietà non erano già una guarenzia del loro amore per la patria, ma della loro obbedienza in tempo di pace al padrone, qualunque egli si fosse, e della viltà loro in tempo di guerra in faccia a qualsiasi nemico purchè potesse occupare o guastare le loro campagne. Finchè i nobili veneziani, dedicati interamente alla mercatura, non possedettero poderi al di là delle loro lagune, sprezzarono gli sforzi de' barbari e dell'intera Europa alleata contro di loro: ma quando investirono una porzione delle loro fuggitive fortune nell'acquisto di fondi in terra ferma, s'attaccarono essi medesimi al collo quella catena colla quale ogni potente nemico poteva legarli. «Quale fu, cittadini, la politica de' nostri antenati?» diceva il conte Ugolino ai Pisani, quando voleva persuaderli a fare la pace coi Guelfi. «Essi conquistarono la Sardegna e la Corsica; desiderarono ricchezze e signorie oltre mare; ma vollero mantenersi amiche le vicine città. Non contesero ai Fiorentini il loro vasto e ricco territorio: ed infatti qual giovamento possiamo sperare dalla presente guerra con Firenze? ad inimicarci i nostri sudditi di Buti e di Calcinaja, perchè le loro proprietà vengono guastate; ad esporci a dolorose umiliazioni per beni che non costituiscono la nostra vera ricchezza[130]

Per altro non erano proprietarj i soli nobili: eranvi due altre classi d'uomini che avevano delle terre, cioè i mercanti possessori di case in città e di ville in campagna, ed i contadini che le repubbliche avevano liberati dalla schiavitù. Ma i primi, la di cui proprietà mobiliare era spesso le trenta e le cinquanta volte maggiore de' beni stabili, non avevano peranco adottati i sentimenti che inspiravano ai gentiluomini una proprietà composta di soli terreni; e sebbene il trionfo d'un partito fosse quasi sempre accompagnato dalla demolizione delle case e dal sequestro de' fondi della contraria fazione, conservavano non pertanto anche in mezzo alle rivoluzioni l'indipendenza del loro carattere. Dall'altro canto i contadini non si prendevano pensiere de' pubblici affari ed ubbidivano senza deliberare a chi voleva loro comandare. Agli uomini della più bassa classe non possono essere ispirate idee superiori alla circoscritta periferia degl'interessi domestici, nè si può far loro sentire l'esistenza d'una nazione cui devono le loro cure, che coll'abitudine delle adunanze e della vita cittadinesca.

Finchè i mercanti delle repubbliche italiane non domandarono di partecipare alla sovranità, che proporzionatamente all'interesse che prendevano alla prosperità della loro patria, la loro domanda era giusta e consentanea ai diritti d'un popolo libero. Ma l'irritamento di una lunga lite, l'ambizione accresciuta dai prosperi avvenimenti e dai disordini degli avversarj, spinsero questi nuovi capi di popolo al di là d'ogni confine; talchè negli ultimi vent'anni del tredicesimo secolo, non contenti di dividere le prerogative della nobiltà, s'arrogarono esclusivamente il governo delle repubbliche, che incominciarono allora a risguardarsi come potenze mercantili. Niuno poteva appartenere in Firenze al consiglio dei priori, senza esercitare personalmente la mercatura o un mestiere[131]. Lo statuto, che istituisce i nove signori e difensori del comune di Siena, vuole che sieno mercanti e della classe mezzana[132]; e gli anziani di Pistoja dovevano essere mercanti o borghesi, esclusi a perpetuità gli antichi nobili e coloro che lo stato, in pena de' loro delitti, descriverebbe nel registro de' nobili[133]. Ne' due ultimi capitoli, rendendo conto de' motivi che provocarono tali leggi, abbiamo descritte le rivoluzioni che le precedettero. Nè le città toscane furono le sole che di que' tempi escludessero la nobiltà da ogni incumbenza governativa. I Modenesi avevano un registro intitolato libro dei nobili, nel quale trovavansi iscritti tutti i gentiluomini con alcuni borghesi associati coi nobili dai tribunali, siccome colpevoli de' medesimi disordini, e quindi egualmente esclusi dalle pubbliche cariche[134]; e la stessa legislazione si stabilì poco dopo in Bologna, Padova, Brescia, Pisa, Genova ed in tutte le città libere.

L'assoluta esclusione de' possidenti da ogni amministrazione fu cagione di gravissimi disordini, non per altro di quelli preveduti dai moderni economisti in simili casi. Il governo fu per molti rispetti parzialissimo ed ingiusto, come lo sarà sempre in mano di una sola classe qualunque; ma non sagrificò le campagne all'industria cittadina, che anzi favoreggiò e protesse l'agricoltura. Ho parlato in altra mia opera de' residui tuttavia esistenti della somma prosperità delle campagne toscane sotto il governo delle antiche repubbliche, e dell'estrema diversità che si ravvisa tra i feudi arricchiti dalla loro unione a qualche repubblica, e quelli che rimasero miserabili sotto il perpetuo dominio degli antichi loro signori[135]. Il governo de' mercanti non si occupò esclusivamente del traffico; che anzi si condusse con maggiore liberalità de' sovrani che loro succedettero. Siccome i negozianti impiegavano la maggior parte delle loro sostanze ne' paesi stranieri, ove non potendo sperare privilegi, limitavansi a domandare la libertà, e perciò erano i primi a darne l'esempio nel proprio stato. Le loro leggi non crearono il monopolio, ed è cosa maravigliosa come essendo tutti mercanti ed i magistrati e gli storici così parcamente abbiano parlato del commercio.

Ma l'aristocrazia de' mercanti, un'aristocrazia plebea, si rese bentosto esosa a tutte le altre classi della nazione. Ben possono risguardarsi come ingiusti i privilegi dei natali; ma ancora più ingiusti sono i privilegi contro la nascita. I nobili non sapevano soggiacere ad una esclusione che loro doveva parer tirannica; ed i cittadini di un ordine inferiore ai borghesi vedevano di mal occhio avviliti coloro ch'erano abituati a risguardare come i più distinti dello stato. Siccome frequentemente la ricchezza è il premio della viltà o del vizio, così non suole, scompagnata dal merito personale o dalla nascita, ispirare confidenza e rispetto. I ricchi borghesi tentarono di distinguersi col nuovo titolo di popolani grassi, onde separarsi dagli inferiori cittadini cui diedero il nome di plebei; ma questa loro opulenza non gli ottenne quella considerazione cui aspiravano: e la nuova nobiltà fu bentosto odiata dall'antica, derisa dal popolo, invidiata da tutti. Attaccata caldamente dagli ordini superiori ed inferiori si difese con modi affatto arbitrarj: «La stessa cagione, dice il segretario fiorentino, che tenne disunita Roma, questa, se egli è lecito le piccole cose alle grandi agguagliare, ha tenuto divisa Firenze; avvegnachè nell'una e nell'altra città diversi effetti partorissero. Perchè le inimicizie che furono nel principio in Roma fra il popolo e i nobili disputando, quelle di Firenze combattendo si diffinivano. Quelle di Roma con una legge; quelle di Firenze con l'esilio e con la morte di molti cittadini si terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù militare accrebbero, quelle di Firenze al tutto la spensero. Quelle di Roma da una egualità di cittadini in una disuguaglianza grandissima quella città condussero; quelle di Firenze da una disuguaglianza a una mirabile ugualità l'hanno ridotta. La quale diversità di effetti conviene sia dai diversi fini che hanno avuti questi due popoli causata. Perchè il popolo di Roma godere i supremi onori insieme coi nobili desiderava; quello di Firenze per essere solo nel governo, senza che i nobili ne partecipassero, combatteva. E perchè il desiderio del popolo romano era più ragionevole, venivano ad essere le offese ai nobili più sopportabili; talchè quella nobiltà facilmente e senza venire all'armi cedeva; di modo che dopo alcuni dispareri a creare una legge, dove si soddisfacesse al popolo ed ai nobili nelle loro dignità rimanessero, convenivano. Dall'altro canto il desiderio del popolo fiorentino era ingiurioso ed ingiusto; talchè la nobiltà con maggiori forze alle sue difese si preparava; e perciò al sangue ed all'esilio si veniva de' cittadini. E quelle leggi che di poi si crearono, non a comune utilità, ma tutte in favore del vincitore si ordinavano[136]

Nelle risse che prima ebbero luogo fra i cittadini ed i nobili, poi fra i primi ed il popolo, la libertà civile fu spesse volte vilipesa, e violati i diritti del contratto sociale; pure in mezzo a tanto disordine, e quando era affatto spenta la libertà civile, non perì la libertà democratica. Formata non di guarenzie, ma di poteri, non assicura alle nazioni nè il riposo, nè l'ordine, nè l'economia, nè la prudenza, ed è solo premio a sè medesima. Niente riesce più dolce ad un cittadino che l'abbia una volta conosciuta, quanto il poter influire sui destini della sua patria, avere parte alla sovranità, e più di tutto il collocarsi immediatamente sotto la legge, e non riconoscere altre autorità che quelle da lui create. Questa maniera di uscire, se posso così esprimermi, da sè, per vivere in comune, per sentire in comune, per far parte d'un tutto, solleva l'uomo e lo rende capace delle più grandi cose. Le passioni politiche formano assai più eroi che le passioni individuali; e sebbene non vi si scorga un immediato rapporto, è pure dall'esperienza dimostrato che sono inoltre più feconde di artisti, di poeti, di filosofi, di letterati d'ogni maniera. Ne fa luminosa testimonianza il secolo da noi descritto. In mezzo alle convulsioni delle sue guerre civili rinacquero in Firenze l'architettura, la scultura, la pittura; vi fiorirono que' grandi poeti che tanta gloria spargono ancora al presente su tutta l'Italia; la filosofia ebbe nuovi ammiratori e seguaci; ed agli studj d'ogni sorte fu dato quel primo impulso, che secondato dalle altre città libere d'Italia, produsse i secoli delle belle arti e d'ogni gentil costume.