L'architettura fu di tutte le belle arti la prima a rinascere ne' secoli di mezzo. Siccome questa non è un'arte imitatrice, e s'innalza al di sopra degli oggetti creati per rappresentare le forme ideali della bellezza simmetrica ed astratta come viene dall'uomo concepita, così è quella tra tutte le arti che presenta più immediatamente il carattere del secolo e fa meglio conoscere la grandezza e l'energia, o la piccolezza della nazione in cui fiorì, dell'uomo che la perfezionò. È questa l'arte che abbisogna meno che le altre delle scoperte delle precedenti generazioni, che col genio e colla forza della volontà può supplire alle minute teorie, alle pratiche, alle discipline che conviene avere imparate prima di farsi creatori nelle altre arti. Le piramidi d'Egitto anteriori al perfezionamento delle altre arti ed ancora delle arti meccaniche, trasmisero in distanza di molte migliaja d'anni la misura della forza e della magnificenza di un popolo che senza tali monumenti si terrebbero per cose favolose. L'imponente cupola di Firenze e cento altri stupendi edificj innalzati nel tredicesimo secolo delle repubbliche italiane, conserveranno egualmente la memoria di questi popoli liberi e generosi, ai quali la storia non rese finora la debita giustizia.
L'architettura del tredicesimo secolo porta ancora sott'un altro aspetto l'impronta de' costumi di quel tempo: ella è affatto repubblicana, e vedesi interamente destinata ad una comune utilità, o ad un comune godimento. Le mura delle città, i palazzi del comune, i templi aperti a tutto il popolo, i canali che portano la fertilità in tutto il territorio, sono opere di questo secolo. Il numero e la qualità degli edificj cominciati nella stessa epoca in tutte le città d'Italia, mostra quanto l'emulazione di tali governi riesca alle belle arti più vantaggiosa, che non il lusso delle monarchie; quanto lo spirito di comunità ove si fanno in su gli occhi del pubblico per fino le case private, incoraggisca gli architetti assai più dello spirito delle monarchie, nelle quali si fabbricano i pubblici edificj sotto gli occhi del principe; per ultimo quanto gli artisti si appaghino più delle ricompense e dell'ammirazione de' loro concittadini, che dell'approvazione e della mercede di un padrone.
I pubblici canali e le mura delle città immediatamente ed unicamente destinate all'utilità appartengono più alle scienze che alle belle arti. Nulla di meno un genio creatore dovette costantemente presedere a queste intraprese, che ci parranno ancora più grandi quando si confrontino colle forze dello stato che le ordinava. Il canale, detto Naviglio grande, che conduce le acque del Ticino a Milano per lo spazio di trenta miglia, intrapreso l'anno 1179, e dopo alcuni anni l'interrotto lavoro ricominciato del 1257 ed in breve tempo ridotto a termine, forma ancora la ricchezza d'una vasta porzione della Lombardia[137]. Nello stesso tempo la città di Milano rifabbricava le sue mura che giravano ventimila braccia, e faceva innalzare sei porte di marmo, la di cui magnificenza le rendeva degne della capitale di tutta l'Italia[138]. Dal canto loro i Genovesi edificarono del 1276 e 1283 le due belle darsene e la grande muraglia del molo, e nel 1295 terminarono il magnifico condotto che da lontanissima sorgente conduce a traverso di aspre montagne in città copiose purissime acque[139]. Tutte le città d'Italia eseguirono in quell'epoca opere dello stesso genere. Le comunicazioni tra paese e paese vennero agevolate col mezzo di solidissimi ponti di pietra fabbricati sui fiumi e coll'aprire comode e sicure strade: e la comodità de' cittadini e l'interna eleganza delle città si risguardarono siccome oggetti degni delle cure di un libero governo[140].
L'architettura religiosa precedette le opere di cui abbiamo parlato. I primi edificj degni della nostra ammirazione, innalzati dagli sforzi uniti de' cittadini, furono destinati ad onorare l'Ente Supremo; e le due città che prima delle altre acquistarono la libertà, Venezia e Pisa, furono quelle che dedicarono i primi magnifici templi alla divinità. La chiesa di san Marco in Venezia, imponente edificio che presenta una strana mescolanza di grandiosità e di barbarie, fu terminata del 1071; ed il duomo di Pisa, il primo modello del gusto toscano, di quel gusto maschio, solido ed imponente che non è nè greco nè gotico, fu cominciato del 1063 e condotto a termine in sul finire dello stesso secolo[141]. Il battistero ossia chiesa di san Giovanni della stessa città ebbe cominciamento del 1152, e la maravigliosa torre, tutt'all'intorno arricchita da duecento sette colonne di marmo bianco, e che potrebbe riguardarsi come il più elegante edificio de' secoli di mezzo, quand'anche la sua inclinazione di sei braccia e mezzo fuori della perpendicolare non richiamasse l'universale attenzione, fu fondata del 1174.
Questi capi d'opera dei Pisani, la bellezza dei marmi ch'essi portavano dal Levante per abbellire i pubblici edificj della loro patria, i monumenti dell'antichità che avevano opportunità di vedere ne' loro viaggi, fecero rivivere in questa città il gusto del bello e del grande, che poi si diffuse in tutta la Toscana[142]. I migliori architetti del tredicesimo secolo o furono Pisani, o allevati in Pisa. Suole risguardarsi come la prima maraviglia dell'arte di quest'epoca il tempio di san Francesco in Assisi, il quale, per testimonianza di Giorgio Vasari, fu innalzato da quel Niccola da Pisa che lavorò ancora nel duomo di Siena, e fu Maestro d'Arnolfo e di Lapo[143]. Arnolfo più celebre che il maestro, dal 1284 fino al 1300 in cui morì, diresse in Firenze le fabbriche della loggia e della piazza dei priori, della chiesa di santa Croce e di quella ancora più magnifica di santa Maria del Fiore. Quest'ultima non fu veramente terminata da Arnolfo, ma fu suo il primo pensiero della stupenda cupola, emula di quella di san Pietro in Vaticano. Lasciò, morendo, incominciata l'opera, senza indicare il metodo che voleva tenere per terminarla: ma il magnifico ardire di colui che progettò una tal cupola, mentre tutti gli altri uomini credevano impossibile il poterla chiudere, ed il sommo ingegno di quell'altro che la innalzò senza ponti, resero gloriosa la memoria di Arnolfo e di Brunelleschi[144].
Nè meno sorprendenti furono i progressi fatti in questo secolo dalla scultura in bronzo ed in marmo, rinnovata dai Pisani, perfezionata dai Fiorentini. Fino nel 1180 Buonanno di Pisa fuse per il duomo della sua patria quella magnifica porta di bronzo che poi perì nell'incendio del 1596. Ma per quanto fosse bello questo lavoro, non aggiugneva di gran lunga alle porte del battistero di Firenze fatte da Andrea Pisano figliuolo dell'architetto Nicola. Si fecero queste del 1300 per uno degl'ingressi del battistero; vinte poi di lunga mano da quelle del Giberti poste ad un altro, le quali Michelangelo giudicava degne del paradiso; comechè non lasciano perciò di essere un maraviglioso testimonio del valore di Andrea nell'arte di lavorare i metalli. Si paragonino queste porte a quelle della basilica di san Paolo di Roma fuor di mura, lavoro de' tempi del magno Teodosio, eseguito dai primi scultori dell'impero, sotto gli occhi di sì grande monarca, quando gli artefici, ovunque si volgessero, vedevano maravigliosi modelli di antiche sculture. Le porte di san Paolo, non iscolpite in rilievo, ma soltanto incise, hanno le linee formanti il contorno delle figure ornate d'argento: malgrado però il sussidio della ricchezza questo lavoro prova l'estremo decadimento dell'arte[145]: per l'opposto le porte del battistero di Firenze sono di alto rilievo, e divise in iscompartimenti che formano altrettanti quadri di squisita bellezza. Tali sono gli effetti del despotismo e della libertà. Tra gli ornamenti del duomo di Firenze osservansi pure alcune statue di marmo dello stesso scultore; altre di Nicolò Pisano, suo padre, abbelliscono la faccia del duomo di Orvieto: ed il padre Guglielmo della Valle assicura che Michelangelo e Luca Signorelli hanno più volte studiati quei modelli[146].
Il tredicesimo secolo produsse pure Cimabue e Giotto, che i Fiorentini risguardano come i ristauratori della pittura, sebbene Pisa, Siena, Bologna e Venezia, pretendano di avere avuti pittori più antichi e non inferiori a questi di merito. È probabile che alcuni pittori portassero in Italia nel dodicesimo secolo il barbaro stile della greca pittura d'allora, i duri contorni, le loro figure in profilo, le goffe ed assiderate loro attitudini. Tutti i quali difetti, a fronte della più barbara maniera degli antichi pittori italiani, venivano imitati ed ammirati come fossero maravigliose cose, se non altro a motivo della vivacità del colorito, e del fondo di oro, che dava qualche rilievo alle loro figure. Ci assicurano il Vasari ed il Baldinucci, che Cimabue, trovandosi in Firenze del 1240, apprese l'arte da alcuni di questi pittori greci; ma che ben tosto, spinto dal suo buon genio, abbandonò quegl'informi esemplari per seguire i migliori che gli presentava la natura. Fu egli il primo che seppe rappresentarla con alquanto di verità; e tutti gli antichi scrittori lo rappresentano come un uomo straordinario, che chiamò sopra di se l'universale ammirazione[147].
Tra il 1270 ed il 1276 nacque a Colle di Vespignano presso Firenze da un povero contadino il suo maggior scolare, Giotto. Un giorno che guardando la sua greggia, stava disegnando sulla terra, fu veduto da Cimabue, il quale colpito dal suo ingegno lo condusse seco in città. «Sotto la direzione di tanto maestro, dice il Baldinucci, si fece a studiare caldamente e fece così rapidi progressi e così maravigliosi, che si può dire aver egli risuscitata la pittura. Egli cominciò a dare qualche vivacità alle teste ed a far loro esprimere qualche passione, l'amore, la collera, il timore, la speranza. Seppe piegare più naturalmente le vesti che prima non si faceva, e scoprì qualche regola degli scorti; finalmente diede alle figure una certa tenerezza, al maestro affatto sconosciuta[148].»
Ma al di sopra di Cimabue, di Giotto, e di quant'altri artisti furono allora, deve collocarsi il poeta creatore che diede all'Italia la sua lingua, la sua poesia, la sola energia di cui sappia abbellirsi anche al presente; il poeta che riscaldò sempre ed inspirò tutti i sommi uomini della sua nazione, che diede il proprio carattere a Michelangelo, e che cinque secoli dopo la sua nascita formò Alfieri e Monti[149].