Dante nacque in Firenze del 1265 dalla famiglia guelfa degli Alighieri[150]. Suo padre Aldighiero degli Elisei era stato bandito cogli altri Guelfi dopo la battaglia di Monte Aperto, ma era tornato in Firenze prima de' suoi compagni, quando la città era governata dal conte Guido Novello. Morendo Aldighiero quando Dante era ancora giovanetto, fu dato in cura a Brunetto Latini, riputatissimo filosofo, di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo, onde col di lui ajuto e del poeta Guido Cavalcanti, suo amico, apprese tutte le scienze allora conosciute, e l'antica letteratura tanto estesamente quanto lo permetteva la poca copia che allora si aveva de' libri classici. Dante aveva in gioventù visitati gli studj di Bologna e di Padova; e dopo esiliato si trattenne alcun tempo nell'università di Parigi per imparare la teologia[151]. Egli aggiungeva a quello delle lettere il gusto delle belle arti, onde fu amico di Oderigo da Gubbio e di Giotto pittori, come pure del musico Casella[152]. Nè l'amore dello studio lo deviò dalla carriera politica e militare, che a niun cittadino di uno stato libero è permesso di abbandonare. Fu nel 1289 alla battaglia di Campaldino, nella quale i Fiorentini ottennero così segnalata ma sanguinosa vittoria sugli Aretini; e nel susseguente anno militò pure contro i Pisani allora capitanati dal valoroso conte di Montefeltro[153].

Coloro che due secoli dopo commentarono il suo poema, volendo in ogni cosa mostrarlo grandissimo, dissero ch'era a lui affidata in gran parte la fortuna della repubblica fiorentina. In una vita inedita di Dante, pretende Maria Filelfo che fosse incaricato di quattordici ambascerie, e che, tranne l'ultima, conseguisse sempre l'intento: tutti poi attribuiscono in gran parte ai suoi consigli la parte presa dai priori, di esiliare i capi delle due fazioni che dividevano Firenze. Ma di ciò niuna testimonianza troviamo presso gli autori contemporanei. Dino Compagni ch'era uno de' priori quando si fece la rivoluzione, e che circostanziatamente descrive le più minute cose, le pratiche, i discorsi, la leggerezza di tutti i Fiorentini allora più influenti, non ricorda altrimenti Dante come uno de' capi dello stato. Nè pure di lui parla Giovanni Villani, che viveva nella stessa epoca, ed era piuttosto parziale della parte dei Neri, siccome Dino lo era dei Bianchi. Lo stesso dicasi di Coppo de' Stefani[154] e di Paolino di Piero, altri scrittori contemporanei che scrissero cronache dei loro tempi[155], onde io inclino a credere che il solo fatto ben avverato della parte presa dal nostro poeta ai pubblici affari, è di essere stato priore dal 15 giugno al 15 agosto del 1299, come vogliono alcuni, e secondo altri del 1300[156]; che fu uno degli ambasciatori mandati a Roma dalla parte Bianca in gennajo del 1302; e per ultimo, che fu compreso in una sentenza d'esilio emanata nella stessa epoca contro seicento cittadini della sua medesima fazione. Viene in tale sentenza accusato d'avere venduta la giustizia, e ricevuto del danaro contro le disposizioni delle leggi; ma lo stesso rimprovero veniva fatto con eguale ingiustizia a tutti i capi del partito vinto. Canto dei Gabrielli era un giudice rivoluzionario che desiderava trovare dei colpevoli, e che si accontentava de' più leggeri indizj per condannarli. Questa sentenza è un curioso documento del costume di que' tempi di mescolare l'italiano al latino; ed è così barbaramente dettata, che pare appositamente fatta per offendere il fondatore dell'italiana letteratura[157].

Invano cercò Dante di rientrare in patria. Gli si fece un imperdonabile delitto d'avere nel 1304 tentato cogli altri fuorusciti di parte Bianca di sorprendere Firenze; di essersi collegato strettamente colla fazione ghibellina, e d'avere fatto istanza all'imperatore Enrico VII di Luxemburgo di prendere in Italia la difesa del suo partito. Per ultimo, siccome il suo carattere estremamente irritabile, e la sua inclinazione alla satira lo avevano reso non meno odioso che formidabile ai suoi nemici, del 1315 fu riconfermata la condanna di perpetuo bando: onde dopo avere viaggiato assai in tutte le parti d'Italia, si stabilì finalmente alla corte di Guido da Pollenta, Signore di Ravenna, ove morì nel settembre del 1321, in età di cinquantasei anni. Nel suo immortale poema si fa profetizzare da Cacciaguida suo trisavolo, la miseria e la dipendenza degli estremi suoi giorni, tanto umiliante per un'anima intollerante e fiera com'era quella di Dante.

«Tu lascerai ogni cosa diletta

Più caramente, e questo è quello strale

Che l'arco dell'esilio pria saetta.»

«Tu proverai siccome sa di sale