Lo pane altrui, e come è duro calle

Lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»

Si fa ancora predire dallo stesso Cacciaguida le nimicizie che si procaccerà coll'amarezza de' suoi rimproveri; ma queste considerazioni cedono a quelle della gloria.

«E s'io al vero son timido amico,

Temo di perder vita tra coloro

Che questo tempo chiameranno antico[158]

Il poema di Dante che gli acquistò sì gran nome, è il racconto, come ognun sa, d'un misterioso viaggio a traverso all'inferno, al purgatorio, al paradiso; fissa l'epoca di tale viaggio dal lunedì santo del 1300 fino al giorno di Pasqua, quando il poeta aveva trentacinque anni; scorre i due primi regni dei morti sotto la direzione di Virgilio, e quello del paradiso in compagnia di Beatrice dei Portinari, che, da lui amata in gioventù, era morta del 1290. Questo poema diviso in cento canti, ciascuno di circa cento cinquanta versi, non è meno sorprendente per gli animati maestosi quadri di questo paese degli estinti che pone sotto ai nostri occhi, quanto per la profonda sensibilità di alcuni episodj e per la ricchezza delle idee e delle cognizioni che fa supporre nell'autore. Abbiamo già prodotti in quest'opera molti passi di Dante, nè egli può essere giudicato che sopra il suo poema.

Due scrittori nati prima che Dante morisse, i quali lo commentarono, ed erano a portata più che tutt'altri di conoscere la sua storia, affermarono che Dante compose i primi canti prima dell'esilio[159]. Parmi cosa assai difficile che trovar si possano autorità di tal peso che distruggano quelle di Giovanni Boccaccio e di Benvenuto da Imola. Le prove desunte dallo stesso poema, che il marchese Maffei, Flaminio del Borgo ed altri addussero contro l'asserzione dei due contemporanei di Dante, non possono troppo valutarsi; imperciocchè non è a dubitare che il poeta non abbia in diversi tempi ritoccato il suo poema, ed aggiunti in varj luoghi versi analoghi alle cose de' tempi in cui faceva que' pentimenti. Il più dilicato squarcio del poema, il commovente episodio di Francesca da Rimini, mostra i riguardi che Dante credeva dovuti a Guido da Pollenta, padre dell'infelice Francesca, e suo ultimo ospite e protettore[160]. Nel primo canto dal verso 101 al 111 trovasi una predizione relativa alla futura grandezza di Cane della Scala, che Dante non ha potuto scrivere prima del 1318, quando Cane fu nominato capo della lega ghibellina. Tutti i commentatori, niuno eccettuato, supposero che si cominci a scrivere un poema dal primo verso, e si prosegua fino all'ultimo senza mai tornare a dietro; lo che essendo vero, ci obbligherebbe a conchiudere che Dante incominciò il suo poema tre soli anni prima di morire, quando non aveva più tutto il vigore della robusta virilità per idearne il vasto piano, quando la sua mente non era più riscaldata dagli insegnamenti di Brunetto Latini, morto del 1294, nè più era incoraggiato ad intraprendere quell'immenso lavoro dal suo amico Guido Cavalcanti, morto avanti l'esilio di Dante l'anno 1302[161].

Una particolarità riferita da molti autori coetanei appoggia il racconto del Boccaccio intorno all'avere Dante abbozzati i primi sette canti del poema avanti d'essere esiliato. Egli sapeva che la copia lasciata a Firenze non era solamente stata veduta da Dino Frescobaldi e da Dino Compagni, che gliela rimandarono, ma inoltre da molte altre persone, alle quali fece del 1304 nascere il pensiere d'una festa affatto strana. Solevasi d'ordinario festeggiare in Firenze il primo giorno di maggio. «In fra le altre cose gli abitanti di san Priano mandarono un bando per la terra, che chi volesse sapere novelle dell'altro mondo, dovesse essere il dì di Calende di maggio in sul ponte alla Carraja e d'intorno all'Arno; e ordinarono in Arno sopra barche e navicelle palchi, e fecionvi la somiglianza e figura dello 'nferno con fuochi ed altre pene e martorj con uomini contraffatti a demonia, orribili a vedere, ed altri, i quali avevano figura d'anime ignude, e mettevangli in quelli diversi tormenti con grandissime gride e strida e tempeste, la quale parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere, e per lo nuovo giuoco vi trassono a vedere molti cittadini; e il ponte pieno e calcato di gente, essendo allora di legname, cadde per lo peso con la gente che v'era suso; onde molta gente vi morìo e annegò in Arno, e molti se ne guastarono la persona, sì che il giuoco da beffe tornò a vero com'era ito il bando, che molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro mondo[162].» I due storici che raccontano quest'orribile festa, non nominano Dante, ma non può chiamarsi in dubbio che la lettura de' primi canti del suo poema speditigli da Fiorenza appunto in quest'epoca, non abbiano suggerito il pensiero di rappresentare ciò ch'egli aveva così bene dipinto all'immaginazione, ma che non doveva mai presentarsi ai sensi.