Peraltro il principe Giovanni non aveva prese le necessarie precauzioni per raccogliere il frutto della sua congiura: spaventato dal sangue che aveva versato, e tormentato dai rimorsi, fuggì tra le montagne, ove visse alcun tempo solitario: di là venne in Italia, nascondendosi a Pisa, nel qual luogo si crede che terminasse i suoi giorni in un convento d'Agostiniani[248]. Nè soltanto i suoi complici, ma tutti i loro parenti, amici e servitori, perseguitati crudelmente da Agnese, vedova d'Alberto, perirono per mano del carnefice: e la morte del re fu vendicata con quella di più di mille persone, quasi tutte innocenti.

Filippo il bello, udita la morte d'Alberto d'Austria, chiese al papa che in compimento della grazia innominata, riservatasi allorchè gli procurò la tiara[249], l'ajutasse a far ottenere la corona imperiale a Carlo di Valois suo fratello. Clemente non sapeva rifiutargli alcuna cosa e gli promise il suo appoggio, ma in pari tempo scrisse agli elettori tedeschi perchè affrettassero l'elezione se volevano sottrarsi all'influenza della Francia, e per dir loro che il personaggio più degno de' loro suffragi era il conte Enrico di Luxemburgo, principe poco ricco e poco potente, benchè d'illustre famiglia, il quale godeva universale opinione di avere animo nobile, generoso e leale. L'elezione, con estrema sorpresa di tutta la cristianità, si pubblicò il giorno 25 o 27 di novembre, ed avendola il papa approvata senza ritardo, Enrico VII di questo nome tra i re di Germania, VI tra gl'imperatori, fu coronato il giorno dell'Epifania del susseguente anno ad Aquisgrana[250].

Sebbene Enrico non possedesse che la piccola contea di Luxemburgo e la città di Treveri ch'egli aveva aggiunta ai suoi dominj in una fresca guerra, e della quale era vescovo suo fratello, i suoi parentadi gli assicuravano il favore di molti principi di second'ordine. Una sorella di suo padre aveva sposato quel famoso Gui, conte di Fiandra, che aveva tante volte battuti i Francesi; ed egli stesso aveva sposata una figlia del duca del Brabante: Amedeo, conte di Savoja, aveva sposata l'altra, ed il fratello del delfino del Viennese era genero del conte di Savoja.

(1309) La riputazione personale di cui godeva Enrico, chiamò intorno a lui molti baroni tedeschi, fiamminghi e francesi, i quali fin dal primo anno del suo regno lo resero abbastanza potente per assicurare alla sua famiglia il regno di Boemia, facendo sposare a suo figliuolo Giovanni una figlia di Venceslao il vecchio: il duca di Carizia, che aveva sposata la sorella, fu con un decreto privato di ogni parte dell'eredità[251]. Noi vedremo questo stesso Giovanni, re di Boemia, avere alcun tempo dopo un influenza grandissima nelle cose d'Italia, e la corona imperiale ritornare per mezzo di suo figliuolo nella casa di Luxemburgo.

Ma Enrico VI, che avrebbe eccitata ben tosto la gelosia di tutti i principi dell'impero se avesse tentato di estendere maggiormente la sua autorità in Germania, pensò che portandosi in Italia, oltre che avrebbe acquistata nuova gloria e potenza, calmava l'inquietudine de' principi tedeschi che non volevano avere alcuno superiore. L'Italia era omai divenuta in qualche modo straniera all'Impero romano. Dopo la deposizione di Federico II, ordinata dal concilio di Lione l'anno 1245, la Chiesa e la sua fazione in Italia più non avevano riconosciuti imperatori. Vero è che da oltre trentacinque anni regnavano in Germania i re de' Romani destinati a ricevere la corona imperiale, i quali non erano semplici candidati, ma capi riconosciuti dell'impero; pure questi medesimi capi attaccavano la più alta importanza alla consacrazione del papa, ed al ricevimento dalle sue mani della corona d'oro nella città di Roma. Tra gl'Italiani e tra gli ecclesiastici d'ogni paese molti eranvi i quali credevano che l'autorità del monarca sopra l'Italia derivasse da questa cerimonia, o piuttosto dal trovarsi il monarca al di qua delle Alpi. Questa supposizione veniva confermata dall'abbandono di Rodolfo d'Absburgo e de' suoi successori, che quasi non avevano avuta veruna relazione con l'Italia. Nello spazio di sessantaquattro anni tutti i governi di questa contrada eransi emancipati dall'impero, come se l'imperatore più non conservasse veruna autorità sopra di loro.

È veramente uno strano fenomeno, che l'Italia in quel lungo interregno, lungi dal pronunciarsi contro l'autorità imperiale, di circoscriverla, o di annullarla, l'abbia per lo contrario ingrandita ed innalzata oltremodo, atterrando innanzi a lei que' limiti che gli si erano opposti in altri secoli.

Gli Enrici, Lotario, Corrado e Federico Barbarossa erano i capi di una libera corporazione; le loro prerogative venivano ristrette dai privilegi dei grandi e del popolo; il potere legislativo era riservato alla nazione adunata nelle sue diete; i doveri de' feudatarj, regolati dal loro vassallaggio, riducevansi a certi servigi perfettamente noti ai feudatarj ed al loro capo, ed avevano essi insegnato a questo capo a conoscere ancora quali diritti eransi essi medesimi riservati. Dopo un secolo e mezzo di guerre, quasi tutte svantaggiose all'impero, dopo sessantaquattro anni d'interregno, questa costituzione fu sepolta nell'obblio, e l'imperatore venne risguardato come un monarca assoluto. Quando era riconosciuto dalla chiesa, consacrato e coronato dal sommo pontefice, quand'egli soggiornava in Italia ed innalzava il suo tribunale in una terra dell'impero, più non si supponeva che vi fosse alcun potere sulla terra, tranne quello del papa, che potesse sollevarsi contro di lui, verun diritto, verun privilegio, di cui non ne fosse egli l'arbitro e che non potesse confermare o annullare. Tutte le libere istituzioni dei popoli del settentrione si dimenticarono, e l'imperatore sempre augusto venne risguardato come il legittimo rappresentante dei Cesari di Roma, antichi padroni del mondo, cui tutta la terra era, o doveva essere sottomessa. Enrico di Luxemburgo era un povero principe, il quale non aveva altra forza che quella del suo nobile carattere, generoso, cavalleresco; quindi non fu già in conseguenza d'una possanza reale, ma per la sola forza dell'opinione che questo principe riuscì a mutare lo stato dell'Italia; che a sua voglia abbassò o rialzò i tiranni ed i principi sovrani; che comandò alle repubbliche e distrusse le loro leggi ed i loro governi; che impose enormi contribuzioni, pagate senza resistenza; che finalmente unì sotto le sue insegne popoli, ai quali era stato fin allora straniero e che non pertanto credevansi tenuti di servirlo a proprie spese. Se tre o quattro repubbliche soltanto gli resistettero, ciò avvenne pel segreto sentimento d'aver mancato al loro dovere, poichè i loro storici e gli scrittori guelfi più zelanti della libertà avevano adottata l'opinione del loro secolo rispetto agl'illimitati diritti dell'imperatore.

Questo sentimento di diritto e di dovere diventa specialmente notabile quando viene applicato ad un sovrano elettivo, nominato da un popolo straniero, e che la nazione che credesi legata verso di lui è per altro una nazione libera ed avvezza alle costumanze ed alle idee repubblicane. Un'opinione pubblica tanto contraria alle naturali passioni degli uomini fu l'opera degli eruditi, e specialmente de' giurisperiti. Lo studio dell'antichità ch'erasi rinnovato col più vivo ardore nel tredicesimo secolo, non aveva prodotti, come dovevasi supporre, sentimenti più generosi, più elevazione d'animo, nè maggior amore per la libertà. La Grecia era quasi affatto sconosciuta ai dotti, e rispetto a Roma si conservavano più assai monumenti dell'impero, che della repubblica. Tutti i poeti latini sonosi infamati colle vili adulazioni prodigate agl'imperatori; gli storici, sebbene più fieri e più liberi, avevano per altro reso qualche omaggio ai Cesari sotto de' quali viveano; i filosofi si erano formati nelle scuole della disgrazia e della tirannide: dirò di più, che gli scrittori del secolo d'Augusto, ancora pieni delle memorie di una fresca libertà, non furono risguardati ne' tempi di cui trattiamo come gli scrittori più illustri della latina letteratura. I dotti del tredicesimo e del quattordicesimo secolo non si proponevano quasi meno d'imitare Boezio, Simmaco, Cassiodoro, che Cicerone, o Tito Livio[252]; e quell'antichità che oggi ci rappresentiamo sempre libera, parve ai nostri antenati sempre soggetta all'impero de' Cesari.

Ma i giureconsulti, ancora più degli eruditi, contribuirono a sottomettere l'opinione del tredicesimo secolo alle leggi ed alle costumanze della corte de' Cesari di Roma e di Costantinopoli. Giammai la giurisprudenza non fu più universalmente studiata; perchè giammai nè questo, nè altro studio aprì così larga e sicura strada agli onori ed alle ricchezze. Studiando le leggi positive di Giustiniano, i legisti andavano a poco a poco rinunciando alla propria ragione, e s'avvezzavano a cercare non quello che ordinava la giustizia, ma quello che avevano pronunciato gl'imperatori. Si può osservare nelle opere di Bartolo e di Baldo, che fiorirono nel XIV secolo, l'immenso lavoro ad un tempo e l'abietta servilità de' legisti. Affezionandosi al libro su cui avevano sparsi tanti sudori, concepivano per le Pandette un rispetto, o piuttosto una venerazione che s'avvicinava all'idolatria; onde vedevano nelle leggi d'una monarchia straniera o distrutta l'unica norma del diritto pubblico, siccome del diritto naturale e civile.

Lo stesso Enrico era intimamente persuaso del suo diritto divino sopra tutte le terre dell'impero, ma era ancora penetrato del più profondo rispetto per la Chiesa romana; ammetteva tutte le concessioni che i Cesari suoi predecessori avevano fatte al papa; risoluto di voler essere il suo campione, non il suo avversario; e credevasi sicuro del favore di Clemente V, che l'aveva invitato a recarsi a Roma, e che aveva fatti partire i suoi legati per accompagnarlo in questo viaggio e coronarlo a nome della chiesa nel Vaticano. Ma Clemente V, debole, vano, bugiardo, fu sempre in contraddizione con sè medesimo. Alleato de' principi nemici, che spesso aveva egli armato gli uni contro gli altri, li tradiva tutti egualmente, perchè tradiva sè stesso: e la sua politica pareva agli altri inesplicabile, perchè egli medesimo non ne aveva la chiave.