Mentre Clemente covava un segreto odio contro Filippo il bello che lo teneva sotto il suo giogo, e che, per frenarne l'ambizione, gli creava un rivale in Enrico di Luxemburgo; che, dopo di avere a questi procurati i suffragi degli elettori in pregiudizio di Carlo di Valois, lo sollecitava a portarsi in Italia per abbassare l'alterigia della casa di Francia; lo stesso papa distribuiva i regni ai principi francesi, e gli arricchiva coi tesori della chiesa. Il 5 maggio del 1309 era morto Carlo II re di Napoli, la di cui successione fu cagione di grave contesa tra Roberto suo secondo figliuolo, e Cariberto, o Carlo Uberto, re d'Ungheria, figlio di Carlo Martello, fratel maggiore di Roberto, morto prima del padre. Roberto, avanti che suo nipote sapesse della morte dell'avo, si portò alla corte pontificia in Avignone, dalla quale, sebbene non assistito che da titoli ereditarj contrari alle leggi fondamentali dei regni d'Europa, ottenne una sentenza che gli dava il possesso del regno di Napoli, confermando quello d'Ungheria al nipote. Roberto ricevette la corona dalle mani di Clemente, che in pari tempo gli condonò tutto il debito che suo padre aveva colla Chiesa, che si diceva comunemente di trecento mila zecchini[253].
Enrico di Luxemburgo si avanzò fino a Losanna nella state del 1310, per prepararvisi a scendere in Italia; e colà ricevette gli ambasciatori di quasi tutti gli stati italiani. I capi delle fazioni dominanti volevano coll'ajuto dell'imperatore conservare il loro potere; e gli esiliati riclamavano il suo favore per rientrare in patria. I Guelfi come i Ghibellini credevano meritarsi la sua protezione, perchè Enrico era alleato del papa, e tutti erano in fatti cortesemente ricevuti. Ma nè Roberto re di Napoli, la di cui corona non proveniva dall'impero, nè le principali repubbliche guelfe della Toscana, Firenze, Siena e Lucca, e nemmeno Bologna, gli mandarono ambascerie. Pure anche le città toscane avevano già nominati i loro deputati, ma avendo avuto avviso che Enrico dava voce di voler pacificare l'Italia, facendo richiamare gli emigrati in tutte le città, determinarono di non voler porsi con lui in una relazione che le renderebbe ben tosto sue dipendenti. I Pisani per lo contrario concepirono grandissime speranze quando videro l'imperatore disposto ad entrare in Italia ed incaricarono i loro ambasciatori di deporre a' suoi piedi il dono di sessanta mila fiorini, supplicandolo a passare subito in Toscana[254].
In sul finire di settembre del 1310 Enrico di Luxemburgo attraversò le Alpi della Savoja e scese in Piemonte per il Monte-Cenisio. Dopo avere visitato Torino, entrò in Asti il 10 di ottobre, ove que' cittadini lo accolsero come loro signore. Allora non aveva con lui più di due mila cavalli, e questi ancora non arrivarono in un solo corpo, ma erano venuti di Germania gli uni dietro gli altri per unirsi a lui. Appena comparso, tutti i signori d'Italia si mossero per incontrarlo. Guido della Torre che comandava a Milano col favore della parte guelfa, fece dire all'imperatore di fidarsi di lui, promettendogli di condurlo per tutta l'Italia, come per una provincia suddita, portando lo sparviero in pugno, e senza che fosse bisogno di condurre soldati[255]. Filippone, conte di Langusco, signore di Pavia, Simone di Colobiano, signore di Vercelli, Guglielmo Brusato di Novara ed Antonio Fisiraga di Lodi, vennero in persona alla corte con una deputazione scelta nelle città da loro signoreggiate. Enrico, senza distinzione di parti, gli ammise tutti al suo consiglio, a tutti promettendo grazie e favori personali, ma dichiarando in pari tempo che illegittimo era il potere che si erano usurpato nelle città; ch'egli voleva che queste rientrassero sotto l'immediato suo dominio, e che fossero richiamati tutti i fuorusciti. Siccome la sua domanda era conforme al voto di tutti i cittadini, vedendo i signori di non gli potere opporre veruna resistenza, mostrarono di rinunciare di buon grado la loro signoria nelle mani dell'imperatore, e gli consegnarono le chiavi delle loro città. Ebbero in compenso e feudi e titoli di nobiltà[256].
Il solo Guido della Torre pareva disposto a far resistenza, sebbene avesse col suo messaggio riconosciuto l'imperatore. Aveva egli stretta alleanza colle città toscane, guelfe come lui; ed ancora senza i loro soccorsi ben poteva colle proprie forze opporre ad Enrico un'armata eguale alla sua, e pagarla più lungo tempo che l'imperatore. Lo vedeva privare tutti i signori del loro potere, ed egli aveva più che tutt'altri ragione di temere un eguale trattamento, perchè Matteo Visconti suo nemico, e nemico della sua casa, unitosi all'arcivescovo di Milano, Casone della Torre suo nipote, col quale aveva avuto fresche dissensioni, si era recato al campo imperiale sollecitando Enrico a venire a Milano[257].
Enrico soggiornò due mesi in Piemonte, ove riformò il governo di tutte le città, creando ovunque vicarj imperiali per fare giustizia in suo nome, in luogo dei podestà e dei magistrati municipali: in pari tempo abbassò i tiranni, richiamando in tutte le città gli esiliati ed i fuorusciti. Si pose poi in viaggio alla volta di Milano, facendosi precedere dal suo maresciallo con ordine di fargli allestire la sua stanza nello stesso palazzo del comune, abitato da Guido: in pari tempo fece avvisar Guido di venirgli all'incontro senz'armi, fuori di città, con tutto il popolo. Ovunque Enrico aveva fin allora cercato di felicitare i popoli col ristabilire la pace, la giustizia, la libertà; poichè la libertà veniva ben più rispettata da' vicari generali ch'egli nominava, che non dai signori forzati ad abdicare la loro tirannide: e però i cittadini di Milano lo vedevano avvicinarsi con piacere. Conoscendo Guido queste disposizioni del popolo ed atterrito dall'inaspettata marcia dell'imperatore e dall'ordine che gli aveva mandato, prendendo consiglio dalle circostanze, licenziò le sue truppe, e senz'armi uscì di città alla testa del popolo per ricevere e riconoscere il suo sovrano[258].
La sommissione di Milano trasse seco quella dell'intera Lombardia. Invitate dall'imperatore eletto, tutte le città dalle Alpi fino a Modena e fino a Padova spedirono i loro deputati per assistere all'incoronazione, che si eseguì il giorno 6 gennajo del 1311 in Milano colla corona di ferro. «Tutti i deputati giurarono fedeltà all'imperatore» dice nella sua relazione il vescovo di Botronto che accompagnava Enrico, «fuorchè i Genovesi ed i Veneziani, i quali, per non giurare, allegarono molte ragioni che più non so risovvenirmi, tranne ch'essi sono di una quint'essenza, che non vuole appartenere nè alla chiesa, nè all'imperatore, nè al mare, nè alla terra, e perciò negavano di giurare[259].»
Nel mese successivo alla sua incoronazione, Enrico rappacificò, senza distinzione di parte, tutte le città a lui subordinate. Fece rientrare i Ghibellini a Como, a Brescia i Guelfi, a Mantova i Ghibellini, a Piacenza i Guelfi, e lo stesso fece in ogni città, nominando dovunque, per rendere giustizia, vicarj generali colle attribuzioni degli antichi podestà. I signori della Scala, che dominavano in Verona, furono i soli che si opposero ai desiderj d'Enrico, non avendo voluto acconsentire che tornassero in città i Guelfi condotti dal conte di san Bonifacio, esiliati da oltre sessant'anni: nè l'imperatore insistette nella sua inchiesta, sia che Verona gli paresse città troppo forte e lontana per tentare di ridurla colle armi, o pure che lo stringessero troppo importanti obbligazioni ai fratelli Cane ed Alboino della Scala, caldi partigiani dell'impero, che prima d'ogni altro eransi dichiarati in suo favore, onde porre in qualche pericolo la loro autorità.
Enrico era povero, e la sua armata era in certo modo composta solamente d'avventurieri, di principi e di signori che avevano abbandonati i loro piccoli stati, nella lusinga di fare una rapida fortuna seguendo l'imperatore; e la necessità in cui trovavasi Enrico di appagare le loro brame, fu cagione che dovesse ben tosto alienarsi que' popoli cui lo avevano reso poc'anzi così caro i suoi talenti e le sue virtù.
Per supplire ai suoi primi bisogni aveva domandato alle città un dono gratuito in occasione del suo coronamento. Fu adunato il senato di Milano per deliberare della somma che, dietro lo stato della pubblica fortuna, potrebbero pagargli il popolo ed il comune. Trovavansi in senato i due capi delle opposte fazioni, Matteo Visconti e Guido della Torre, che non solo ambivano la sovranità della loro patria, ma ne erano già stati a vicenda padroni. Avevano l'uno e l'altro il progetto o di procacciarsi l'esclusivo favore d'Enrico, o d'inasprire il popolo contro di lui per cacciarlo poi di città. Amendue perciò proposero una maggior somma di quella di cinquanta mila fiorini progettata da Guglielmo della Pusterla. Il Visconti disse di aggiugnerne altri dieci mila per l'imperatrice, ed il della Torre fece ammontare la somma totale a cento mila. Invano i mercanti ed i legisti fecero supplicare il monarca dai loro deputati a minorare una contribuzione che la città non poteva portare, ma egli non volle condonare nulla di quanto il senato gli accordava, e le tasse vennero all'istante accresciute con infinito malcontento del popolo[260]. Perchè si cominciò a mormorar fortemente ed a minacciare gli oltramontani, in modo che il vescovo di Botronto non ardiva talvolta uscire dal convento in cui era alloggiato, per tema d'essere insultato dal popolo. Enrico, che appunto in quest'epoca pensava di lasciar Milano per recarsi a Roma, volle condurre con se molti ostaggi, onde assicurarsi della fedeltà delle due fazioni. Sotto colore di rendere più magnifico il suo seguito, domandò al comune cinquanta cavalieri; ma egli destinò a questa spedizione Matteo Visconti, Galeazzo suo primogenito e ventitre gentiluomini ghibellini; Guido della Torre con Francesco, suo primogenito, e ventitre gentiluomini guelfi. Questa scelta accrebbe il malcontento e parve che ravvicinasse le due fazioni. Il popolo rassomigliava di nuovo gli oltramontani a tutti i barbari antichi, nemici del nome romano, dava loro lo stesso nome, e chiaramente diceva essere cosa indegna l'assoggettar loro la patria. Alcuni facevano l'enumerazione delle forze reali d'Enrico e mostravano ai malcontenti come alienandogli le forze italiane, non Milano, ma la più piccola città lombarda potrebbe a lui pareggiarsi.
I figli dei due capi di parte, Galeazzo Visconti e Francesco della Torre ebbero un abboccamento fuori di porta Ticinese, dopo il quale molti cavalieri girarono le contrade gridando «morte ai Tedeschi! Il signor Visconti ha fatto pace col signor della Torre![261]» All'istante il popolo prese le armi, e si riunì in diversi rioni, ma specialmente presso di porta nuova intorno alle case dei Torriani. Enrico senza perder tempo spedì tutte le sue truppe ad attaccare quelle case, prima che fossero più gagliardamente fortificate. Frattanto egli era estremamente agitato; non dissimulandosi che con un pugno di cavalieri tedeschi non avrebbe potuto tener fermo in mezzo ad una città nemica, qualora i Visconti si fossero uniti ai Torriani e la nobiltà al popolo. Ma pare che Matteo Visconti avesse ordito un doppio tradimento, e che, avendo persuaso Guido della Torre ad impugnare le armi, egli avesse adunati i suoi antichi partigiani per essere a portata di piombare addosso al suo antico rivale. Galeazzo suo figliuolo comandava un grosso corpo di Ghibellini, i quali dopo essere rimasti alcun tempo indecisi, probabilmente per vedere da qual parte piegava la vittoria, vennero a far causa comune coi Tedeschi. I nobili ed i Ghibellini che combattevano tra le file dei Torriani, non vedendosi comandati da verun capo ghibellino, uscirono dalla zuffa. Allora le barricate furono rotte, le case dei Torriani saccheggiate ed incendiate, e Guido e suo figlio costretti di mettersi in salvo colla fuga[262].