Questa sommossa di Milano parve un segnale dato a tutte le città guelfe di Lombardia per ribellarsi e scacciare i vicarj imperiali cogli emigrati richiamati da Enrico nella loro patria. Crema, Cremona, Brescia, Lodi e Como si ribellarono tutte ad un tempo, e si allearono con Guido della Torre, che aveva seco tutti i Milanesi fuorusciti. Ma queste città non eransi preparate a fare una lunga resistenza: senza vittovaglie e senza denaro, erano più atterrite della sorte dei Torriani, che disposte a vendicarli; di modo che, appena passato quel primo inconsiderato impeto che loro aveva poste le armi in mano, le più deboli implorarono la clemenza di Enrico, tosto che lo conobbero determinato a volerle sottomettere. Lodi e Crema gli aprirono le porte ed ottennero il perdono, che per altro non le salvò da molte particolari molestie. I capi de' Guelfi cremonesi fuggirono, ed i Ghibellini, avendo resa la città, furono dall'imperatore crudelmente puniti di una colpa, cui non avevano avuta parte. Duecento de' principali cittadini, venuti a gittarsi ai suoi piedi per ottenere il perdono, furono cacciati in orribili prigioni; furono atterrate le mura e le rocche di Cremona; il comune fu assoggettato ad un'emenda di cento mila fiorini, e le proprietà e le persone de' cittadini abbandonate alla licenza ed alle molestie de' Tedeschi vincitori.
La sola città di Brescia, non peranco sottomessa, aveva ricevuti i fuggitivi di Lodi e di Crema, onde, udendo dagli ultimi quanto fossero pentiti d'essersi arresi, determinò di volersi difendere. Il 19 di maggio del 1311, Enrico l'assediò con tutte le sue genti. In questa città era capo del partito guelfo Tebaldo Brusati, al quale colla cura della difesa della patria era stato dato il titolo e l'autorità di signore e di principe[263]. La città si difese valorosamente tutta la state, avendo in molte sortite battuti gl'imperiali; e, sebbene una volta fosse fatto prigioniero Tebaldo, non vollero salvargli la vita a prezzo della libertà. Anzi questo generoso capo, benchè prigioniero, esortava i suoi concittadini a difendersi, onde Enrico, per punire tanta audacia, lo dannò a crudelissimo supplicio, che i Bresciani vendicarono barbaramente, facendo appiccare ai merli delle loro mura sessanta prigionieri tedeschi. Poco dopo Valerano, conte di Luxemburgo, fratello d'Enrico, fu ucciso in una scaramuccia, ed il monarca che si moriva di voglia di ricevere a Roma la corona imperiale, e che d'altra parte trovava l'onor suo interessato a vendicare gli affronti ricevuti sotto Brescia, vedevasi ridotto in difficile posizione, tanto più che le malattie incominciavano a fare stragi nel suo campo.
In tale stato di cose pensò di ricorrere alle armi spirituali della chiesa. Era egli accompagnato da tre cardinali legati, incaricati d'incoronarlo a Roma in nome del papa, onde pregò uno di loro a fulminare la scomunica contro i Bresciani; ma questi gli rispose che sebbene avesse il potere di sciogliere e di legare in suo nome, non voleva compromettere l'autorità della chiesa senza speranza di felice riuscita, e soggiunse: «che gl'Italiani si prendevano poco fastidio delle scomuniche; che i Fiorentini non avevano fatto verun caso di quelle del cardinale vescovo d'Ostia; che i Bolognesi non temettero quelle del cardinale Napoleone Orsini, nè i Milanesi quelle del cardinale Pelagrua. Se la spada temporale non li riduce per timore al dover loro, meno potrà farlo la spirituale[264].»
I cardinali adunque, invece di fare il dubbio esperimento della scomunica, cercarono d'interporre il loro credito personale ed i loro consigli. Avendo potuto entrare in città ottennero dai Bresciani, che cominciavano a mancare di vittovaglie, un'onorevole capitolazione che poi fu male osservata. L'imperatore entrò in città per la breccia, ed ebbe dai Bresciani sessanta mila fiorini; indi, prendendo la strada di Cremona, Piacenza, Parma e Tortona, arrivò a Genova il 21 di ottobre[265].
Genova era stata ne' precedenti anni minata dalle guerre civili. Obizzo Spinola, sostenuto dal partito ghibellino, aveva signoreggiata un anno la repubblica con un quasi assoluto potere, e n'era stato cacciato dai Grimaldi e dai Fieschi, spalleggiati dai Doria. Finalmente stanchi delle comuni sconfitte erano venuti ad una pace, che non sembravano volere lungamente osservare, quando la venuta di Enrico in Genova portò, come osserva lo storico di quella repubblica, un importante cambiamento nella costituzione dello stato. «Per la prima volta, egli dice, una straniera potenza fu tra noi riconosciuta, esempio più volte imitato ne' posteriori tempi; di modo che è cosa veramente maravigliosa, che quello stesso popolo che non perdonò a dispendio d'uomini e di danaro, che tanto si mostrò bellicoso ed ostinato quando volle stendere il suo dominio sulle nazioni straniere affatto lontane; che quel popolo che sì grandi perdite sostenne e tanti pericoli incontrò per vendicare la maestà del suo nome contro i più grandi potentati, non abbia poi prese le armi per conservare la sua indipendenza, ed abbia creduto di metter fine alle intestine sue discordie sottoponendosi volontariamente ad una straniera potenza. Vero è ch'egli provò ben tosto essere di tutti i popoli quello che sapeva meno pazientemente soffrire la servitù, poichè scacciò tutti i padroni chiamati a governarlo[266].»
In fatti i Genovesi accordarono ad Enrico per venti anni un'assoluta autorità sulla repubblica; ma poi non tardarono a pentirsene. Enrico licenziò il podestà che amministrava in città la giustizia, surrogandovi un vicario imperiale; privò de' suoi onori l'abate del popolo, che così chiamavasi un magistrato popolare, che a guisa de' tribuni di Roma doveva essere il protettore della plebe; finalmente impose sulla repubblica una tassa di sessanta mila fiorini[267]. Enrico si trattenne più mesi in Genova, ove perdette la sua consorte che lo aveva colà accompagnato; e non andò molto che, trovandosi senza danaro, fu costretto di contrarre debiti per supplire al suo giornaliero mantenimento. E siccome non li pagava, i suoi creditori cominciarono a spargere contro di lui calde invettive. Aveva nello stesso tempo avvisi, che quasi tutta la Lombardia erasi, per le suggestioni de' Fiorentini, ribellata un'altra volta, ed aveva formata una lega guelfa, nella quale erano pure entrati Giberto di Coreggio, signore di Parma, Filippone Langusco di Pavia, il marchese Cavalcabò esiliato Cremonese, Guido della Torre esiliato Milanese, Vercelli, Asti, ed altre città[268].
Gli ambasciatori di Roberto, re di Napoli, vennero a Genova alla corte d'Enrico. Questi due sovrani, che si disputavano il dominio dell'Italia, dovevano osservarsi con diffidenza. Enrico, malgrado l'imparzialità mostrata al suo arrivo, non aveva trovati nemici che tra i Guelfi, e zelanti partigiani soltanto tra i Ghibellini. Dall'altro canto Roberto era alleato di tutti i Guelfi d'Italia, si era dichiarato loro protettore e faceva alla scoperta apparecchi per difenderli. Pure fino a quest'epoca Enrico aveva cautamente evitato ogni motivo di disgusto con lui, non avendo voluto ricevere il giuramento di fedeltà dalle città d'Alba e d'Alessandria, nè dal marchese di Saluzzo, sebbene dipendenti dall'impero, perchè queste città ed il marchese si erano posti sotto la protezione di Roberto. Enrico mostravasi inoltre apparecchiato a ravvicinare le due famiglie col matrimonio di una delle sue figliuole con uno dei principi di Napoli, ma i deputati di Roberto chiedevano per condizione di questo parentado, che uno de' fratelli del loro re venisse fatto senatore di Roma e vicario della Toscana. Si seppe in breve che il principe Giovanni di Napoli era entrato con un'armata in Roma per difendere il circondario di questa capitale dall'armata imperiale, e che, essendosi unito agli Orsini, aveva attaccati i Colonna e tutti i partigiani di Enrico. All'avviso di tali emergenze i deputati di Roberto fuggirono la notte da Genova: e i due re, senza veruna dichiarazione di guerra, fecero nuovi apparecchi per offendersi[269].
La lega guelfa di Toscana, di cui era capo Roberto, aveva guarnito di truppe lo stato di Lucca ed il paese di Sarzana per chiudere il passaggio ad Enrico; faceva guardare gli Appennini tra Fiorenza e Bologna per difendere anche quest'ingresso della Toscana[270]. Enrico aveva spediti per questa strada due deputati, incaricati di allestire gli alloggiamenti e di ricevere dai Toscani il giuramento di fedeltà. Erano questi Pandolfo Savelli, notajo pontificio, e Nicola Vescovo di Botronto, autore dell'interessante relazione della spedizione d'Enrico in Italia[271].
Questi due deputati giunti sul territorio di Bologna, fecero domandare al podestà e consiglieri della repubblica il permesso di attraversare la città per andare in Toscana. In vece di dar loro risposta, fu posto in prigione il messo, il quale, avendo avuto modo di fuggire, andò ad avvisare i deputati del comune pericolo. Essendo questi tre sole miglia lontani dalle mura, si affrettarono di prendere la strada della montagna senza avvicinarsi a Bologna, ma trovandola guardata dai soldati fiorentini, a stento e tra molti pericoli ottennero di arrivare il secondo giorno alle Lastre, due sole miglia lontana di Firenze.
«Prima di giugnervi, dice il vescovo di Botronto, fu da noi spedito al podestà, capitano, ed altri governatori della città, lo stesso notajo ch'era stato imprigionato a Bologna, onde prevenirli che venivamo quali messaggeri di pace pel bene della Toscana con lettere di vostra santità e del re, pregandoli in pari tempo di prepararci un alloggio. Avendo i magistrati ricevute le nostre lettere, adunarono, secondo il costume di Firenze, il gran consiglio che non si sciolse prima del tramontare del sole. Il nostro messo, dopo avere molto aspettato, non essendogli stata preparata alcune stanza, si ritirò, incaricando alcuna persona di avvisarlo nel luogo indicato, quando fosse richiesto per ricevere una risposta. Appena giunto al suo alloggio, il consiglio si separò e fece conoscere coi fatti la risposta che aveva determinato di darci. Gli usceri della città, in ora così avanzata, proclamarono al popolo, per parte del consiglio, in tutti i luoghi consueti, ch'eravamo giunti due miglia lontano dalla città, noi messi ed ambasciatori di quel tiranno, re di Germania, che aveva in Lombardia distrutto il più che avea potuto del partito guelfo, e che adesso preparavasi ad entrare in Toscana dalla banda del mare per distruggere i Fiorentini ed introdurre in casa loro i più fieri nemici; che questo re aveva spediti noi per la via di terra, noi ch'eravamo preti, per sovvertire la loro patria sotto l'ombra della chiesa: onde bandivano pubblicamente il signor re e noi ch'eravamo suoi nunzj, permettendo, a chiunque il volesse, di offenderci impunemente sia nelle persone che nelle proprietà, essendo a loro notizia che portavamo molto danaro per corrompere i Toscani ed assoldare i Ghibellini. — Il nostro messo, atterrito da questa bandigione, non osò uscire dalla casa in cui erasi ritirato, nè mandare persona ad avvisarci del pericolo in cui eravamo. Ma un vecchio di casa Spini, ch'era stato banchiere di papa Onorio, zio del signor Pandolfo, mio compagno, gli fece sapere per lettera tutte queste cose. Noi eravamo già a letto addormentati quando ci fu recata la sua lettera alle Lastre; e ci levammo senza sapere quale partito prendere: il tornare a Bologna o nel suo territorio era per noi la più pericolosa risoluzione, come ne avevamo di già fatta esperienza; altronde non conoscevamo verun'altra strada, e l'ora avanzata faceva più grande il nostro pericolo. Scrivemmo dunque al podestà ed al capitano di Firenze nati amendue nelle terre della Chiesa, uno a Radicofani, l'altro nella Marca, per intendere da loro come regolarci dopo quella bandigione. Appena fatto giorno si fecero allestire i nostri cavalli e caricare gli equipaggi: e mentre stavamo a mensa, in attenzione del messo, udimmo suonare campana a martello e subito le strade furon piene di uomini armati a piedi ed a cavallo, i quali circondarono la nostra casa; ed un uomo di bella presenza della famiglia Magalotti, plebeo, volle salire la nostra scala, gridando a morte! a morte! ma il nostro ospite colla spada alla mano non permetteva a chicchessia di salire le scale.