Quando si seppe a Firenze l'arrivo dell'imperatore in Arezzo, la signoria, senza aspettare i soccorsi delle città alleate, fece partire quasi tutte le forze della repubblica, cioè 1800 lance ed un grosso corpo di pedoni per il castello dell'Ancisa, posto in sull'Arno a quindici miglia da Firenze. Speravano i generali fiorentini di fermare lungo tempo Enrico avanti a questo castello senza poter essere forzati di venire ad un fatto d'armi, ch'essi rifiutarono: ma l'imperatore, diretto dai Ghibellini del paese, girò intorno al castello per una strada che attraversa le montagne, e venne ad accamparsi tra l'Ancisa e Firenze, dopo aver rotte alcune truppe della repubblica che volevano opporsi al suo passaggio. L'armata fiorentina trovavasi per così dire tagliata fuori all'Ancisa; e se l'imperatore si fosse avvisato di strignerla, trovandosi questa quasi senza viveri, avrebbe corso un grandissimo pericolo. Ma egli credette più utile consiglio il marciare subito sopra Firenze. In fatti quando l'armata imperiale giunse il 19 settembre presso a questa città, abbruciando le case ed i villaggi di mano in mano che andava avanzando, la riempì di terrore e di costernazione; non potendo darsi a credere che fosse colà arrivata senza aver prima distrutta l'armata fiorentina posta all'Ancisa, di cui non sapevasene novella. Per altro al suono della campana del comune, tutte le compagnie della milizia si adunarono nella piazza de' Priori, essendosi armato anche il vescovo co' suoi preti, il quale, coi cavalli che soleva impiegare nelle cerimonie religiose, venne a prendere la guardia della porta sant'Ambrogio. Furono palificate le fosse, alzati i ridotti, e tutto disposto per combattere. Soltanto dopo due giorni, l'armata fiorentina, avanzandosi di notte per istrade sviate, potè rientrare in Firenze. Erasi Enrico lusingato che l'improvvisa sua venuta ecciterebbe qualche tumulto in città, ma non avendo che un migliajo di cavalli con lui, non si credette abbastanza forte per attaccarla regolarmente[282].

Ne' susseguenti giorni fu raggiunto dal rimanente dell'armata che aveva lasciato a Todi ed in Val d'Arno di sopra. Ebbe pure rinforzi dai Ghibellini e dai Bianchi della Toscana e della Marca, che venivano a militare sotto le sue insegne; ma più considerabili soccorsi arrivarono ancora ai Fiorentini. I Lucchesi mandarono alla signoria seicento cavalli e due mila fanti, ed altrettanto fecero i Sienesi; Pistoja cento cavalli e cinquecento fanti; Prato, Colle, Sanminiato e san Gemignano duecento cavalli e mille pedoni; Bologna quattrocento cavalli e mille pedoni; e le città della Romagna e dello stato della chiesa quattrocento cinquanta cavalli e mille cinquecento uomini a piedi: sicchè i Fiorentini si trovarono avere quattro mila cavalli, ch'erano il doppio di quelli che aveva l'imperatore.

Tranquillizzati da forze tanto superiori, i Fiorentini si diedero alle consuete loro occupazioni come in tempo di pace; tutte le porte erano aperte, fuorchè quella che metteva direttamente al campo dell'imperatore, e si spedivano le mercanzie come all'ordinario: ma pure non osarono mai di attaccare Enrico, o di difendere contro di lui le loro campagne colla forza; gli lasciarono perfino passar l'Arno e guastare le campagne presso san Casciano, ove Enrico pose il suo nuovo quartiere generale finchè finalmente il 6 gennajo 1313, vedendo che nulla avvantaggiato avrebbe con un più lungo soggiorno e che le malattie cominciavano a fare strage della sua armata, lasciò Firenze, ed andò a stabilirsi a Poggibonzi sulla strada di Siena, ove si trattenne due mesi[283].

I Fiorentini si lodarono senza dubbio di non avere posta in compromesso la sorte della loro patria con una battaglia quando era noto che l'armata dell'imperatore s'andava distruggendo per le malattie prodotte dalle fatiche e dal bisogno; le quali malattie nè la salubrità dell'aria di Poggibonzi, nè la stagione facevano cessare. A questo disastro s'aggiungevano le molestie de' Sienesi e de' Fiorentini, i quali scaramucciando ogni giorno cogl'imperiali, gli toglievano ogni giorno qualche soldato, e gli rendevano difficile l'approvigionamento. Perchè conoscendo l'imperatore lo svantaggio di più lunga dimora in Poggibonzi, partì il 6 di marzo colla sua armata prendendo la strada di Pisa. Colà, avendo eretto un tribunale imperiale, chiamò in giudizio tutte le città che avevano a lui resistito, pretendendo di sottomettere colle sentenze que' nemici che non aveva potuto vincere colle armi. I primi ad essere condannati furono i Fiorentini; furono annullati i loro privilegi, cassati i loro giudici e notai, il comune tassato in cento mila fiorini e privato del diritto di battere monete, il quale fu accordato collo stesso conio, lo stesso titolo e lo stesso valore ad Ubizzino Spinola di Genova ed al marchese di Monferrato[284].

Finalmente il tribunale chiuse le sue procedure con una condanna più ardita: il giorno 7 delle calende di maggio Enrico sentenziò Roberto re di Napoli, dichiarandolo decaduto del trono, come verso di lui colpevole di lesa maestà, sciogliendo in pari tempo i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, e proibendo loro di ubbidire per lo innanzi al proprio re[285].

Ma queste condanne, nell'atto medesimo che l'imperatore le pronunciava, erano piuttosto oggetto di derisione che di timore; perciocchè la sua armata era talmente indebolita, che, se fosse rimasto in campagna, correva rischio d'essere oppresso dalle truppe repubblicane. Allora mandò ordine in Germania di formare un'altra armata, e spedì l'arcivescovo di Treveri suo fratello per condurgliela sollecitamente[286]. Finchè gli giugnesse questo tanto necessario rinforzo, non avendo con lui che un migliajo d'uomini d'armi, passò l'estate sotto la protezione della repubblica di Pisa, facendo guerra ai Lucchesi per conto di questa città[287] e rendendosi degno fra le angustie che lo circondavano, dell'elogio che fa di lui il Villani. Giammai l'avversità turbò questo principe, nè la prosperità lo fece presontuoso, o troppo lieto.

In tempo di questo forzato riposo Enrico contrasse stretta alleanza con Federico re di Sicilia, convenendo tra di loro di attaccare di concerto Roberto re di Napoli, quale capo del partito guelfo e, più d'ogni altro, loro pericoloso nemico. Federico di Sicilia, armate cinquanta galere, sbarcò mille cavalieri, in Calabria, impadronendosi di Reggio e di poche altre città. Dietro inchiesta dell'Imperatore le repubbliche di Pisa e di Genova allestirono una flotta di settanta galere sotto il comando di Lamba Doria, e la spedirono sulle coste del regno di Napoli. I Pisani che si spogliavano per dare truppe di terra ad Enrico, equipaggiarono meno vascelli dei Genovesi[288]. Dall'altro canto incominciavano ad arrivare all'imperatore potenti rinforzi dall'Allemagna e dall'Italia; onde il 5 agosto del 1313 si trovò in istato di lasciar Pisa per andare contro Napoli con due mila cinquecento cavalieri d'oltremonte, mille cinquecento Italiani, ed un proporzionato numero di pedoni.

Come Enrico vedeva nel re di Napoli il suo più potente avversario, i Fiorentini credettero di averlo per loro ajuto e difensore. Sebbene l'imperatore non avesse ottenuto contro di loro verun vantaggio, la situazione della repubblica non era affatto prospera. Nell'inverno il suo territorio era stato saccheggiato; molti de' suoi gentiluomini e tutti gli emigrati, Bianchi e Ghibellini, eransi afforzati ne' castelli delle montagne per farle guerra; il tesoro erasi esaurito negli armamenti del passato anno, ed i continui rinforzi che andava ricevendo l'imperatore rendeva inquieti i Fiorentini, non sapendo essi ove volgerebbe le sue armi. Spedirono perciò due deputati a Napoli per chiedere ajuto. Le città di Siena, Perugia, Lucca e Bologna unirono i loro inviati a questa deputazione, che, introdotta in corpo innanzi a Roberto, gli espose i pericoli della lega guelfa, sforzandosi di fargli sentire che la sua sicurezza era attaccata alla conservazione dell'indipendenza delle repubbliche toscane, che con tanto zelo avevano abbracciato il suo partito. Roberto dava loro le più larghe assicurazioni d'attaccamento, dichiarando che, se i pericoli del suo regno non avessero resa necessaria la sua presenza, avrebbe egli stesso comandate le truppe toscane e fattosi capitano dei Fiorentini; promise di mandare in sua vece il fratello Pietro con un ragguardevole corpo di cavalleria; ma in una seconda udienza scemò d'assai la confidenza che aveva inspirata nella prima, chiedendo loro anticipatamente il soldo delle sue truppe per tre mesi. L'esaurimento del tesoro della repubblica fiorentina rendeva assai difficile il trovare la somma domandata da Roberto, tanto più che le città di Bologna, Lucca, Siena e Perugia, più lontane dal pericolo, negavano di aver parte a tale contribuzione. I Fiorentini anticiparono bensì la parte fissata dal trattato di alleanza; ma perchè non fu pagato il rimanente, le truppe napolitane non si mossero, ed il danaro sborsato con tanto stento non produsse alcun frutto.

I Fiorentini credettero pertanto che l'unico mezzo d'obbligare Roberto a difenderli fosse quello di accordargli alcuni diritti, assicurandosi che nel presente pericolo della guerra di cui era minacciato non avrebbe tentato di cambiare l'accordata autorità in tirannide. I consigli mandarono fuori quindi un decreto che dava ai priori la facoltà di fare tutto quanto richiedesse la salute della repubblica, e questi con atto solenne conferirono al re di Napoli i diritti e titoli di rettore, governatore, protettore e signore della repubblica di Firenze, a condizione ch'egli manderebbe in città uno de' suoi figli o fratelli per difenderla, che non richiamerebbe gli emigrati, che conserverebbe le leggi della repubblica, mantenendo la sovrana magistratura de' priori nella presente forma[289].