Intanto l'imperatore avanzavasi rapidamente colla sua armata sulla strada di Sanminiato e di castel Fiorentino. Passò tra Colle e Poggibonzi e venne ad accamparsi nel famoso piano di monte Aperto, empiendo di terrore la città di Siena che lo vedeva vicino alle sue porte con sì poderoso esercito. Ma in mezzo alla sua pompa militare, quando niuna armata credevasi bastante a fermarlo, aveva già cessato di essere formidabile: egli con lui portava i principj d'una malattia mortale contratti nel cattivo aere di Roma, o forse più anticamente in tempo de' patimenti sofferti nell'assedio di Brescia. La disposizione del suo sangue erasi già manifestata con un carbonchio sotto al ginocchio, ma perchè continuava a mostrarsi egualmente attivo, niuno s'avvedeva del suo pericolo. Un bagno intempestivamente preso fece scoppiare la malattia, che lo costrinse a fermarsi a Bonconvento, dodici miglia al di là di Siena, ove il giorno 24 agosto del 1313 morì in mezzo alla sua armata in un modo tanto inaspettato, che molti lo credettero avvelenato, essendosi perfino sparsa voce che un frate domenicano, nel comunicarlo, aveva posto del napello nell'ostia o nel vino consacrato[290].
Un così inaspettato avvenimento che affatto cambiava la presente condizione d'Italia, eccitò i più vivi trasporti di gioja ne' Guelfi, di dolore ne' Ghibellini. I Pisani s'abbandonarono più degli altri alla disperazione. Avevano consumata per questo monarca la prodigiosa somma di due milioni di fiorini, ed invece d'aver nulla acquistato colla sua assistenza, dopo essersi impoveriti di gente e di danaro, si vedevano abbandonati a se medesimi per difendersi contro tanti nemici provocati per piacere all'imperatore. Da prima tentarono di ritenere l'armata sotto i loro ordini, offrendo ai soldati lo stipendio pagato da Enrico; ma i Tedeschi, perduto il loro imperatore, più non pensavano che a ripatriare, e molti di loro vendettero ai Fiorentini ed ai Guelfi le fortezze di cui erano momentaneamente in possesso. Federico di Sicilia venne personalmente a Pisa per concertare i mezzi di sostenere i Ghibellini; ma fu in modo spaventato dalla loro situazione, che rifiutossi di difendere la loro città, quand'anche ne fosse fatto signore. Lo stesso onore, per lo stesso motivo, venne rifiutato dal conte di Savoja e da Enrico di Fiandra, onde i Pisani chiamarono Uguccione della Fagiuola, ghibellino della Romagna, che a quest'epoca trovavasi vicario imperiale a Genova, e ritennero sotto i suoi ordini circa mille cavalli tedeschi, brabantesi e fiamminghi. Tutto il rimanente dell'armata ripassò le Alpi, risguardando l'Italia come un paese per loro affatto straniero dopo la perdita dell'imperatore che li conduceva.
Frattanto il corpo d'Enrico era stato portato a Pisa con grandissima pompa; e fattigli dalla repubblica splendidi funerali, gli fu data sepoltura in duomo, ove trovasi ancora di presente il suo mausoleo[291].
CAPITOLO XXVIII.
Consolidamento dell'aristocrazia veneziana; il maggior consiglio reso ereditario. — Vittoria d'Uguccione della Fagiuola ottenuta sui Fiorentini. — Sua espulsione da Pisa e da Lucca. — Padova perde la sua libertà. — Signorie lombarde.
1313 = 1317.
In mezzo al vortice della politica italiana, la repubblica di Venezia non prendeva mai parte agli avvenimenti che si succedevano ai suoi confini, e pareva che, isolata dalle acque, non appartenesse all'Italia; onde si rimase straniera perfino alle fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini, il di cui sangue bagnava tutte le rive delle sue lagune. Aveva essa fatto conoscere ad Enrico VII il suo rispetto per l'impero, mandandogli una solenne deputazione; ma nello stesso tempo faceva solenni proteste pel mantenimento della propria indipendenza, e non aveva divise nè le conquiste, nè le perdite dell'imperatore. L'assoluta separazione dagli altri stati in cui si mantenevano i Veneziani non ci permette di far avanzare di fronte la loro storia con quella degli altri popoli d'Italia: e solo di generazione in generazione possiamo riprenderne il filo per tener dietro al progressivo stabilimento dell'interno loro sistema politico e per conoscere l'estensione e la solidità che davano alla loro potenza le conquiste ed il commercio del Levante.
L'anno 1297, epoca della chiusura del maggior consiglio (serrata del mazor consejo), viene comunemente risguardato come l'epoca dello stabilimento dell'aristocrazia ereditaria in Venezia. Ma siccome questa rivoluzione si andò preparando in tutto il corso del 13.º secolo, e non ottenne l'intero suo compimento da questo solo decreto; che anzi la prima reformagione[292] ebbe bisogno d'essere sviluppata ed afforzata con molte posteriori leggi; ho preferito di renderne conto all'epoca in cui l'ultimo sviluppo dato al nuovo sistema d'aristocrazia ereditaria la rese perpetua.