Dopo tale disfatta i Padovani cercarono di fortificarsi, chiamando in loro soccorso gli alleati di Treviso, Bologna e Ferrara. Dal canto suo Cane della Scala fece domandare rinforzi al capo del partito ghibellino, ai Buonacorsi di Mantova, al duca di Carinzia ed a Guglielmo da Castrobarco, coi quali credeva di potersi rendere padrone di Padova. L'eccessive piogge, che inondarono tutta la campagna, ritardarono dieci giorni tutte le operazioni militari. Frattanto Cane della Scala riceveva alla sua corte i suoi più distinti prigionieri, Giacomo di Carrara, Vanne Scornazano ed Albertino Mussato. L'ultimo era nato nella più bassa classe del popolo, da cui l'avevano innalzato i suoi talenti e la sua erudizione; ed era risguardato come uno de' più letterati uomini del suo secolo. «Peraltro, dice Ferreto di Vicenza, non era stato ancora decorato di una corona di lauro o di ellera col titolo di poeta, non aveva ancora pubblicata la sua storia, e la sua tragedia d'Ezelino non comparve che dopo che gli fu dato il titolo di poeta. Ma egli amministrava già con somma vigilanza gli affari della sua repubblica, ed in pari tempo compilava con somma cura la storia de' fatti d'Enrico VII e de' mali d'Italia. Era un uomo di vasti talenti, dotato di prudenza e di facondia: non andò debitore che a sè medesimo, che ai proprj talenti del titolo e della corona di poeta; perciocchè non essendo nato d'illustri parenti non aveva ereditate nè ricchezze, nè credito nella sua patria; ma sebbene uscito dall'ultima classe, fu dai tribuni e dai magistrati del popolo innalzato al grado de' padri consolari ed ai primi onori della repubblica Padovana. Egli ricevette per compenso de' suoi talenti e delle sue fatiche grandissima fama e grandi ricchezze, che gli furono assegnate sul tesoro pubblico[332].» Per tal modo il titolo di poeta, ed una capacità che oggi non ci sembra singolare ottenevano allora non solo la gloria, ma ancora le ricchezze ed il potere. Al presente le poesie del Mussato e la sua tragedia non lo salverebbero dall'obblio; la sua stessa storia è riputatissima solo per essere contemporanea, e malgrado la molta luce che sparge intorno ai più importanti avvenimenti di quei tempi, il nome del Mussato non è noto che a pochi eruditi.
Frattanto la sospensione delle ostilità che non era che una conseguenza delle inondazioni, e le frequenti conferenze dei capi de' Padovani con Cane della Scala, ridussero le due parti a proposizioni di pace. Allora fu che Giacomo da Carrara contrasse segreta amicizia con Cane, onde fu posto in libertà per trattare personalmente intorno alla pace nella sua patria.
Giacomo di Carrara ammesso nel senato di Padova dovette disputare contro Macaruffo, capo de' patriotti, che diffidava della sua ambizione. Non voleva Macaruffo che la repubblica compromettesse l'onor suo accettando la pace dopo una disfatta; ma erano così eque le proposizioni di Cane, che non erano ingiuriose a Padova: ogni città doveva tornare in possesso del suo antico territorio; i diritti patrimoniali dei cittadini padovani nel distretto di Vicenza dovevano essere loro restituiti; e la repubblica di Venezia veniva chiamata garante del proposto trattato. A tali onorevoli condizioni la pace fu infatti accettata dal senato di Padova, e sottoscritta il 20 ottobre del 1314[333].
Questa pace per altro non ebbe lunga durata: i Padovani cercavano opportunità di vendicarsi dell'avuta disfatta; i Vicentini soffrivano impazientemente il giogo di Cane della Scala e domandavano spesso ai loro vicini di ajutarli a scuoterlo. Macaruffo ed i suoi partigiani favorivano i Vicentini malcontenti; ma Giacomo da Carrara era segretamente attaccato a Cane. I primi si fecero lecito di entrare senza il consentimento della repubblica in una congiura, che doveva esserle cagione di grandi calamità.
Il 21 maggio del 1317 gli esiliati di Vicenza, quelli di Verona e di Mantova ed i loro partigiani di Padova, che avevano prese le armi per soccorrerli, si portarono di notte presso ad una porta di Vicenza che alcuni traditori avevano promesso di consegnar loro: ma essi medesimi erano traditi da coloro che credevano aver guadagnati col danaro. Cane, avvisato del loro arrivo, gli stava aspettando in città; e quando duecento di loro ebbero passato la porta, piombò sopra di loro e tutti gli uccise o fece prigionieri. In seguito attaccò gli altri rimasti al di fuori, li ruppe, e gl'incalzò fino sul territorio di Padova[334].
Cane della Scala si lagnò d'avere i Padovani rotta la pace con lui conchiusa, e domandò che la repubblica di Venezia gli obbligasse a pagare venti mila marchi d'argento; pena imposta a coloro che commettessero le prime ostilità. Dal canto loro i Padovani assicuravano di non aver presa parte nella congiura che non era stata diretta che dai fuorusciti; ma Cane, dopo avere condannati a morte cinquantadue congiurati fatti da lui prigionieri, venne colla sua armata a guastare il territorio di Padova; e prima che terminasse la campagna s'impadronì dei forti di Monselice, di Montagnana e di Este[335]. Anche nell'inverno e nella susseguente primavera continuò a guastare le campagne de' Padovani, senza che questi fossero a portata di fargli resistenza. Risparmiò per altro le terre appartenenti alla casa da Carrara; ma era tale la leggerezza del popolo padovano, che a quest'epoca aveva collocata tutta la sua confidenza nella medesima casa da Carrara; e rimproverando Macaruffo d'avere eccitata una così disastrosa guerra, lo sforzò a cercare, con tutti i veri patriotti, sicurezza nell'esilio. Finalmente come la repubblica soffriva ogni giorno nuovi mali, i partigiani dei Carraresi, che occupavano soli tutte le magistrature, adunarono il senato dei decurioni, onde provvedere ai pericoli della patria. Poichè molti senatori ebbero parlato delle tristi circostanze in cui trovavasi lo stato, Rolando di Placiola giureperito si levò: «Qual bisogno di più lungo discorso, diss'egli, o cittadini! il rimedio per noi salutare e per la nostra patria è bastantemente conosciuto. L'abuso de' plebisciti l'abbiamo provato, egli ci conduce a certa ruina; proviamo una volta se le leggi di un solo uomo ci possono procurare miglior sorte. Ogni cosa sulla terra è sottomessa ad una sola volontà; le membra ubbidiscono alla testa; le mandre riconoscono un capo. Se tutto il mondo dipendesse da un re giusto si vedrebbero cessare le carnificine, la guerra, la rapina e tutte le vergognose azioni. Siamo docili alle voci della natura, seguiamo l'esempio che ci dà; facciamo tra noi scelta del nostro principe. Egli solo si prenda cura del governo, moderi la repubblica colla sua volontà, stabilisca le leggi, rinnovi gli editti, abolisca quelli che più non si osservano; egli sia, in una parola, il signore, il protettore di tutto quanto ci appartiene[336].» Con questi luoghi comuni un partigiano del despotismo determinò il popolo, stanco di tante agitazioni, a privarsi della propria esistenza. Il suicidio politico si compì; niuno rispose al discorso del Placiola, e Giacomo da Carrara fu universalmente indicato come il solo capace di comandare alla nazione. Non si contarono i suffragi, secondo l'antica costumanza, con palle segrete; ma con una acclamazione, che parve universale, Giacomo da Carrara fu proclamato principe di Padova. Circondato dai consiglieri, presentossi egli al popolo sulla piazza pubblica, ove Rolando della Placiola replicò il suo discorso; e le acclamazioni de' partigiani della casa di Carrara, che occupavano tutte le uscite della piazza, parvero approvare la risoluzione presa dal senato. Così ebbe fine la repubblica di Padova, e cominciò il principato dei Carraresi il 28 luglio del 1318[337].
Non abbiamo annoverata tra le libere città dell'Italia settentrionale quella di Cremona, sebbene di que' tempi si governasse a comune; ma questa città, lacerata da interne fazioni, aveva così frequentemente mutato governo e tante volte era venuta in dominio d'un solo, che non conosceva la libertà più di quello che la conoscessero le città da lungo tempo cadute in servitù. Quasi nello stesso tempo di Padova, Cremona rinunciò di nuovo e solennemente al governo popolare.
Cremona era stata ruinata dall'imperatore Enrico VII e non erasi più rialzata dal colpo allora ricevuto: il territorio di questa città era affatto aperto, atterrate le fortificazioni de' suoi castelli e villaggi; e nella crudel guerra ch'eransi fatte in quest'epoca le nemiche fazioni, aveva la città medesima perdute in gran parte le sue ricchezze e la sua popolazione. Cane della Scala, signore di Verona, e Passerino dei Bonacorsi, signore di Mantova e di Modena, progettarono di sottomettere questa città e quelle di Parma e di Reggio. Erano tutte tre governate dal partito guelfo e sembravano situate a posta loro. Convennero di dividerle tra di loro, ed attaccarono prima delle altre Cremona, siccome la più debole e la più vicina[338]. Durante l'estate del 1315, guastarono il territorio cremonese, occuparono molti villaggi che non poterono resistere, altri ne presero d'assalto, trucidandone gli abitanti. I Cremonesi tormentati dalla fame e dalla miseria, col nemico alle porte, perciocchè Cane si era innoltrato fino al sobborgo di Cossa, e col territorio tutto guasto, tranne pochissimi villaggi, erano inoltre agitati da intestine discordie. Il popolo attribuiva ai grandi le sventure della repubblica ed andava dicendo che per mettere fine alle loro dissensioni conveniva dare un capo allo stato; che per difendere i popoli dall'attuale maniera di trattare la guerra, non era vi che il governo d'un solo; che Verona, Parma, Mantova, Milano, quasi tutte le città della Lombardia, offrivano un esempio ch'era omai tempo d'imitare; che tornerebbe minore vergogna ai Cremonesi dall'ubbidire ad un loro concittadino, che a Cane o a Passerino; e che un principe potrebbe solo far cessare gli odi che avevano fatto spargere tanto sangue e mandare in esilio tanti cittadini.
Frattanto il partito repubblicano cercava di protrarre l'esecuzione di così funesto consiglio; ed alla testa degli amici della libertà Ponzino Ponzoni, capo dei Ghibellini, andava ripetendo che preferiva di vedere la sua patria preda delle fiamme, piuttosto che sotto il giogo di un tiranno[339]. Malgrado la sua resistenza scoppiò tra la plebe una sedizione il 5 settembre del 1315. Giacomo marchese Cavalcabò fu condotto al pretorio dai sediziosi e proclamato signore della città. Gli amici della libertà si ritirarono ne' villaggi e gli eccitarono alla sommossa: Ponzino Ponzoni, citato da Cavalcabò a tornare in città, rispose; «non aver fin allora combattuto contro i nemici dello stato che per sottrarsi alla servitù; e non sapere adesso quale motivo potrebbe mettergli le armi in mano contro gli stranieri, mentre la scure della tirannide stava sospesa sopra tutte le teste; che per ultimo non riconosceva altra patria che Cremona libera.» L'opposizione del Ponzoni a questa infelice risoluzione non tardò ad essere giustificata dagli avvenimenti; dopo sei mesi le guerre civili forzarono il marchese Cavalcabò a rinunciare la signoria tra le mani di Giberto da Correggio; le guerre esterne colmarono la miseria di Cremona; ed il giorno 17 gennajo del 1322, impadronitosene Galeazzo Visconti, la riunì alla signoria di Milano[340].