Il luogo in cui si veniva più frequentemente a battaglia tra i due popoli, era quello in cui il Bacchiglione, fiume che attraversa il Vicentino, si divide in due rami, uno de' quali, dirigendosi al Sud-Ovest, bagna le campagne d'Este, e l'altro al Sud-Est quelle di Padova. L'abbondanza delle acque raddoppia la fertilità di quelle ricche campagne, ed il possesso del fiume per farne scendere una minore o maggior parte dall'una o dall'altra parte era della più alta importanza pei due popoli, i quali attaccarono, rovesciarono, rialzarono più volte le dighe. In queste zuffe i Padovani erano sempre superiori di numero e di ricchezze; ma Cane, la di cui armata era quasi esclusivamente formata di mercenarj, accostumati fino dalla fanciullezza al mestiere delle armi, e che non sapevano cosa fossero la fatica o la pietà, vinceva i Padovani per conto della disciplina e dell'arte militare.
Avendo i Padovani adunate le truppe sussidiarie di Cremona, di Treviso, del marchese d'Este e gli esiliati di Vicenza e di Verona; ed inoltre avendo assoldati alcuni condottieri, tra i quali distinguevansi due Inglesi, Bertrando ed Ermanno Guglielmo[325], formarono un'armata di 10,000 cavalli e 40,000 fanti; armata formidabile che pareva bastante a conquistare tutta la Lombardia. Pure sì grande armata, invece di fare qualche strepitosa impresa, non giovò ad altro che ad attirare sopra la Venezia un altro flagello. Si tenne lungo tempo accampata, esposta all'ardore del sole, in riva a' fiumi, le di cui torbide acque appena si muovono; le malattie vi presero piede, ed una crudele epidemia distrusse nello stesso tempo i due campi e le due città.
Il massacro di Guglielmo Novello di Campo Sampiero, e l'espulsione de' Ghibellini suoi partigiani non riuscirono utili soltanto alla parte guelfa, ma ancora alla fazione aristocratica che acquistò maggiore influenza ne' consigli della repubblica. Pel corso di più di mezzo secolo Padova erasi conservata fedele alla Chiesa, e l'aristocrazia spalleggiava sempre il partito che una città aveva seguìto più lungo tempo. Per altro i capi del governo non appartenevano ad antiche famiglie: erano Pietro Alticlinio, avvocato, e Ronco Agolanti. Avevano amendue ammassate grandi ricchezze coll'usura, e l'uno e l'altro abusavano del credito che loro dava lo stato, in particolare permettendo ai loro figli di valersene per soddisfare alle proprie passioni. Amendue in onta al partito ghibellino, di cui avevano divise le spoglie, ed in onta al popolo che avevano escluso dal governo, non erano meno esosi alla casa dei Carrara, la più ricca della nobiltà, la più popolare, e quella che colla sua ricchezza minacciava più delle altre la libertà. Due giovanetti di questa casa, Nicola ed Obizzo, eccitarono, contro il sentimento de' loro parenti, una sedizione per disfarsi di questi due capi della repubblica. Introdussero moltissimi contadini in città; ed incontrando Pietro Alticlinio sulla piazza del mercato, gli furono addosso e lo sforzarono a fuggire. Nello stesso tempo incominciarono a gridare, viva il popolo, viva il popolo solo! Da tutte le bande si corse alle armi: invano il podestà co' suoi sgherri occupò la piazza del pretorio, i sediziosi si attrupparono in tutte le altre; invano, così consigliato dal vescovo, il podestà ordinò alle compagnie della milizia di unirsi nella piazza grande per marciare di là al proprio quartiere: si allontanarono a stento non più di cento cinquanta passi e ben tosto tornarono a riempiere la maggior piazza. Intanto i Carrara, ripetendo il grido di viva il popolo, vi aggiunsero quello di morte ai traditori; ed i loro partigiani che si frammischiavano in ogni gruppo di persone, andavano susurrando di affidare ai Carrara la vendetta nazionale. Ben tosto fu per acclamazione rimesso lo stendardo del popolo ad Obizzo dei Carrara; e questi alla testa della plebaglia, ripetendo il grido di morte, si volse alla casa di Pietro d'Alticlinio. La casa fu saccheggiata, ed il popolo, ad un tempo credulo e furibondo, si figurò di avervi trovate le prove de' più odiosi delitti che si attribuivano a Pietro ed a' suoi figliuoli: prigioni ov'erano stati chiusi di nascosto i loro nemici; sepolcri nei quali trovaronsi i cadaveri di coloro che avevano fatto perire; un albergo dipendente da loro, nel quale i viaggiatori si uccidevano di notte affinchè il proprietario ne acquistasse le spoglie; per ultimo gl'indizj d'altri inauditi delitti e meno verosimili: tutte le quali accuse furono confermate con asseveranza, siccome fatti indubitati[326]. Il primo giorno fu interamente consacrato al saccheggio di questa potente casa. All'indomani fu denunciato al popolo Ronco Agolanti, e, sorpreso nel luogo ov'erasi nascosto, fu massacrato ed il suo cadavere strascinato in pezzi per le strade. Suo fratello non tardò a provare la medesima sorte; le loro case e quelle ch'ebbero la disgrazia di trovarsi vicine, furono saccheggiate, e la plebaglia avida di bottino attaccò in appresso tutti coloro che gli si denunciavano come amici delle prime vittime. Una voce propose di vendicarsi di colui, il quale, preparando una nuova tariffa delle gabelle, voleva impoverire il popolo con odiose contribuzioni. Quello che veniva in tal modo indicato alla rabbia popolare era Albertino Mussato lo storico, il quale, per far fronte alle spese della guerra, aveva proposta una nuova tassa, che credeva più eguale, e stava formandone il catastro. All'istante i sediziosi si precipitarono verso la sua casa la quale era assai forte ed unita alle mura della città: ne furono chiuse le porte, e mentre la furibonda plebe attaccava la muraglia. Mussato salì a cavallo fuori della vicina porta, e fuggì a briglia sciolta verso Vico d'Aggere, ove si pose in sicuro. La sua casa fu salvata dal saccheggio perchè vennero proposte al popolo nuove vittime. Si seppe che Pietro d'Alticlinio e i tre figliuoli eransi rifugiati nel vescovado; Pagano della Torre, in allora vescovo di Padova, fu forzato a consegnarli alla plebe, la quale soddisfatta del loro supplicio cominciò a calmarsi[327].
All'indomani, ch'era il primo giorno di maggio del 1314, gli anziani della città, accompagnati dai tribuni, o gastaldioni, con gli stendardi del comune e del popolo convocarono l'assemblea dei cittadini. In questa fu risolto di mettere fine alle vendette; che gli attruppamenti ed il grido di morte nelle strade sarebbero vietati; che si darebbe opera a ristabilire la pace tra le famiglie, guarantendola coi matrimonj; che il governo verrebbe affidato a dieciotto anziani, secondo l'antica pratica; che sarebbero assistiti dai tribuni; e che la repubblica continuerebbe a governarsi colla protezione e sotto il nome di parte guelfa. Albertino Mussato fu richiamato e compensato dal governo de' sofferti danni.
L'indisciplina dei campi non era minore della licenza della città: noi siamo omai giunti a quegli sventurati tempi in cui la sorte della guerra non dipendeva più dalle milizie nazionali, a que' tempi ne' quali la sicurezza e l'onore dello stato venivano confidati a braccia mercenarie e straniere. Ogni giorno i soldati arrogavansi nuovi privilegi, ed aggravavano sui popoli i crudeli diritti della guerra; ed in pari tempo ponevano in dimenticanza la disciplina, l'ubbidienza ed il coraggio delle antiche repubbliche italiane.
Poco dopo la sedizione del mese di maggio, i Padovani, sotto la condotta del loro podestà Ponzino Ponzoni cremonese, attaccarono la stessa città di Vicenza. Cane della Scala erasene allontanato per soccorrere Matteo Visconti. Il primo di settembre, all'ora de' vesperi, Ponzino alla testa dell'armata padovana, d'un ragguardevole corpo di mercenarj sotto gli ordini immediati di Vanne Scornazano e di mille cinquecento carri destinati al trasporto delle bagaglie e delle armi dell'infanteria pesante, prese la strada che da Padova conduce a Vicenza. Queste due città non sono lontane che quindici miglia, ossia cinque ore di marcia, di modo che l'adunanza de' carri che Ponzino aveva fatta venti giorni prima, e col più grande segreto per questa spedizione, ci dà la più straordinaria idea della maniera con cui facevasi allora la guerra; e tale era la mollezza degli uomini d'armi, che durante questa breve marcia notturna, la maggior parte avevano deposte le armi sui carri che li seguivano[328].
In sul far del giorno l'armata padovana giunse innanzi alle mura del sobborgo di san Pietro a Vicenza, senza che la sua marcia fosse stata annunziata da veruno esploratore: le guardie delle porte erano addormentate; ed alcuni Padovani leggermente armati, attraversando la fossa, si resero padroni dei ponti levatoj e gli abbassarono prima che i Vicentini pensassero a difendersi. Le guardie risvegliandosi, fuggirono in città e ne chiusero le porte; ed i Padovani senza adoperare le armi rimasero padroni del sobborgo. Il suono delle trombe e le grida di viva Padova! annunciarono questa vittoria agli abitanti, i quali incerti della loro sorte, desiderosi di tornare sotto l'amministrazione repubblicana de' loro padri, desiderosi di scuotere il giogo di Cane, ma inquieti dell'abuso che forse si farebbe del diritto della guerra, guardavano tremando i loro vincitori. Ben tosto un proclama in nome di Ponzino Ponzoni stabilì la pena di morte contro chiunque si rendesse colpevole di furto o di morte: gli abitanti del sobborgo vi corrisposero con grida di gioja, gridando ancor essi viva Padova! e le madri portando i fanciulli nelle braccia sotto i portici, insegnavano loro a proferire questi due vocaboli.
Frattanto i Vicentini, per meglio difendere il corpo della città, tentarono d'incendiare le case del sobborgo più vicine alle mura; ed i Padovani, non sapendo approfittare della loro vittoria, stabilirono il loro campo duecento passi lontano dal preso sobborgo, di cui affidarono la guardia a Vanne Scornazano ed a' suoi mercenarj: ma appena giunsero al luogo in cui volevano fissare il campo, che lo stesso Scornazano, sortendo dal sobborgo, si avanzò verso il podestà Ponzino e Giacomo di Carrara, che stava co' principali capi dell'armata: «E qual è, disse, cittadini di Padova, la vostra maniera di fare la guerra? che significa quest'indulgenza pei vinti? voi non sapete approfittare della vittoria, e la vostra pretesa dolcezza sarà da tutto il mondo giudicata debolezza e pusillanimità. Quando le vostre genti furono vinte si sottrassero alle ferite o alla morte? vi diedero mai i vostri nemici l'esempio di questa indulgenza, o piuttosto di questa viltà? Coi nemici accaniti non devesi risparmiare nè il ferro, nè il fuoco, nè il saccheggio. Accordate ai vostri soldati il bottino del sobborgo, altrimenti tra poco gli abitanti ben sapranno trafugare tutte le loro ricchezze[329].»
Ponzino ed i capi del popolo si rifiutarono a questa domanda; ma i mercenarj non avevano aspettata la decisione del consiglio; ed il saccheggio era già cominciato. Gli sventurati abitanti del sobborgo, cui era stata guarentita la sicurezza, furono all'improvviso trattati con tutto il rigore; e lo stesso Ponzino chiuse gli occhi sulla condotta de' proprj satelliti che davano l'esempio di tutti i delitti. I mercenarj, incaricati di custodire la porta che comunica colla città, l'abbandonarono per ispargersi per le case, e ben tosto la ciurmaglia del popolo padovano arrivò sollecitamente dal campo per dividere le spoglie del sobborgo. Furono gettate ne' campi tutte le munizioni che erano state portate sui carri che seguivano l'armata, onde caricarli de' più preziosi effetti del bottino: nè i sacri vasi delle chiese, nè le cose de' monasterj furono rispettate; e la brutalità de' soldati espose agli ultimi oltraggi le spose e le figlie de' Vicentini, e perfino le vergini consacrate a Dio[330].
Frattanto, avanti l'ora terza del giorno, era stato dato avviso a Cane della Scala, che trovavasi a Verona, della presa del sobborgo; e tosto gittatosi in ispalla l'arco, ch'egli soleva spesso portare all'usanza de' Parti, corse a cavallo a Vicenza con un solo scudiere. Giunto in città, dopo avere due volte mutato cavallo, chiamò i suoi compagni d'armi; e non fermandosi che il tempo necessario per bevere un bicchiere di vino che gli fu presentato da una povera femmina, fece aprire la porta di Liseria e piombò sui Padovani con soli cento uomini d'armi ch'eransi adunati intorno a lui. Tutta l'armata padovana era occupata nel saccheggio o nella dissolutezza. Cane non trovò nel sobborgo veruna resistenza; alquanto più in là venne fermato un istante da un piccolo corpo di gentiluomini, fra i quali trovavasi Albertino Mussato, ma questo pure fu sgominato, ed Albertino scavalcato, fu fatto prigioniere. A non molta distanza toccò la medesima sorte a Giacomo di Carrara. Tutto il rimanente dell'armata più non pensò a difendersi, ed era così grande il terrore de' Padovani, che Cane trovossi, inseguendoli, con soli quaranta cavalieri, preso in mezzo da cinquecento cavalli fuggitivi ch'egli si era lasciati addietro. Questi ultimi sembravano agli occhi de' primi fuggitivi far parte dell'armata di Cane, ed accrescevano il terrore; essi medesimi conoscevansi posti tra due corpi nemici, e non osavano di far fronte. In questa disfatta Vanne Scornazano, che l'aveva procurata, Giacomo e Marsiglio di Carrara ed altri venticinque cavalieri con circa settecento plebei furono fatti prigionieri. Il numero de' morti indica il cominciamento di quelle guerre incruenti che avvilirono il coraggio delle truppe italiane: non si trovarono sul campo di battaglia che sei gentiluomini e trenta plebei[331].