Uguccione e Neri della Fagiuola, perduta ogni speranza di rientrare in Pisa o in Lucca, si ripararono alla corte di Can grande della Scala in Verona, ove trovarono un altro più illustre fuoruscito, il poeta Dante, che si era recato a quella corte dopo la morte di Enrico VII. I Pisani nominarono allora capitano del popolo e delle milizie il conte Gaddo della Gherardesca, ed i Lucchesi affidarono per un anno la stessa carica a Castruccio Castracani. Ma gli uni e gli altri, non essendo più eccitati alla guerra da Uguccione, acconsentirono volentieri alle proposte di pace loro fatte da Roberto. I Fiorentini vi si prestarono di mala voglia, desiderosi di vendicarsi della rotta di Montecatini, ed accusavano il re di viltà che sì tosto dimenticava la morte del fratello e del nipote. Ad ogni modo per l'intromissione di Roberto la pace fu segnata in aprile del 1317 tra tutti i popoli guelfi e ghibellini della Toscana, restando tutti al possesso delle castella che avevano conquistate: ai Fiorentini venne assicurata la franchigia del porto di Pisa; i Pisani promisero di mantenere cinque galere agli ordini del re Roberto, qualunque volta egli mettesse una flotta in mare, e si obbligarono, dietro sua domanda, a fabbricare a san Giorgio in Ponte una chiesa sotto l'invocazione della pace, pel riposo delle anime di coloro ch'erano morti nella battaglia di Montecatini: la quale chiesa fu poi a ragione risguardata dai Pisani piuttosto come un monumento della loro vittoria, che come un segno di triste ricordanza.
Roberto, siccome tutti gli altri principi francesi che guerreggiarono in Italia dopo Carlo d'Angiò, non ebbe talenti di lunga mano corrispondenti alla sua ambizione o alla sua profonda politica. Roberto aveva avute molte rotte anche nella guerra da lui trattata contro Federico di Sicilia, e perciò, intimamente persuaso della sua incapacità militare, preferiva, per ingrandirsi, le vie delle negoziazioni.
Un vasto piano era legato alla pace ch'egli aveva fatta segnare alla Toscana. Le circostanze più favorevoli alla sua ambizione ponevano tutta l'Italia nelle sue mani. In Germania due principali emuli, Luigi di Baviera e Federico d'Austria, ambedue coronati nel 1314 come re de' Romani, l'uno ad Aquisgrana, l'altro a Bonna, distrussero l'autorità dell'impero volendosene impadronire colle armi. Nella corte d'Avignone dopo l'interregno di due anni era succeduto a Clemente V, morto del 1314, un nuovo pontefice chiamato Giovanni XXII, affatto ligio a Roberto: per ultimo questo principe approfittava delle lunghe dissensioni della Lombardia e della Liguria per cercare di stabilire la sua autorità in queste due province, e la repubblica di Genova era la prima conquista che egli disegnava di aggiugnere a' suoi stati. Ma il nuovo interregno dell'impero, il pontificato di Giovanni XXII e le rivoluzioni che l'ambizione di Roberto di Napoli causarono all'Italia, appartengono ad una nuova epoca di questa storia; che serbiamo per l'altro immediato volume. D'altra parte la caduta dell'ultima repubblica di Lombardia, dell'ultima fra le città dell'Italia settentrionale che conservò la libertà democratica, la caduta di Padova, appartiene all'epoca contemplata dal presente capitolo.
Di quante città aveano segnata la lega lombarda cento cinquant'anni prima, Padova e Bologna eransi sole conservate in possesso di que' privilegi pei quali avevano così valorosamente combattuto contro Federico Barbarossa. Bologna, protetta dalla chiesa, sostenuta dalle repubbliche toscane, si sottrasse lungo tempo al destino delle città lombarde, tra le quali non era stata annoverata, sebbene facesse parte della loro lega. Padova circondata quasi da tutti i lati dai tiranni lombardi, e conservatasi fedele alla parte guelfa in mezzo ai più potenti ghibellini, fu più presto esposta agli attacchi, sotto de' quali doveva finalmente soggiacere.
Il lungo interregno dell'impero era stato per Padova l'epoca più felice. Dopo la caduta della casa di Romano fino alla discesa d'Enrico VII in Italia, nella lunga pace di cinquantasette anni[316] questa città, sempre protetta dalla chiesa e dal partito guelfo, aveva ricuperato, per la benefica influenza di un libero governo, quella popolazione e quelle ricchezze ond'era stata spogliata verso la metà del precedente secolo dalla tirannia d'Ezelino. La città di Vicenza erasi sottomessa ai Padovani[317]; tutti i Guelfi della Marca Trivigiana si dirigevano a seconda dei consigli di Padova; finalmente gli studj fiorivano in questa città, la sua università essendo una delle più rinomate d'Italia; e la celebrità de' suoi professori per ogni genere di arti liberali vi chiamava scolari da tutta l'Europa[318]. Padova diede all'Italia nel quattordicesimo secolo molti de' suoi più riputati storici. Non pertanto in seno a tanta prosperità l'interna pace della repubblica era doppiamente minacciata. I Vicentini, vergognandosi di vedersi soggetti ad una città lungo tempo rivale, odiavano assai più il governo di Padova, che il despotismo, e piuttosto che rimanere sotto lo stesso giogo, erano disposti a porsi tra le braccia del primo tiranno della Lombardia che fosse abbastanza potente per umiliare i Padovani. D'altra parte la gelosia della nobiltà e del popolo erasi, come nelle altre città italiane, manifestata anche in Padova, e più volte il governo era venuto in mano degli artigiani, diretti dai tribuni del popolo detti Gastaldoni: allora lo stato perdeva in faccia agli stranieri la sua forza e la considerazione di cui godeva; ed i Padovani nel complesso della loro condotta meritavano spesso tutti i rimproveri che sono stati fatti alle assolute democrazie. Lo stesso senato era democratico, venendo composto di mille cittadini che si rinnovavano ogni anno[319]; ed il popolo, sempre diretto dalla passione di dominare, non agiva a seconda delle regole della più comune prudenza. Una violenta gelosia gli faceva escludere dal governo que' nobili, che colle loro ricchezze, i talenti, il coraggio e lo splendore del loro nome, avrebbero dato più di risalto all'amministrazione: una prevenzione non meno imprudente faceva loro incautamente confidare la più pericolosa autorità ad una sola di queste nobili famiglie, a quella che più d'ogn'altra avrebbe potuto meritare la sua gelosia, e che pure era la sola che n'andasse esente, la famiglia dei Carrara. I più piccoli avvenimenti ispiravano a questo popolo un'insensata presunzione, un ridicolo orgoglio; il più leggiero rovescio ne abbatteva il coraggio, e lo disponeva a soggiacere a tutte le umiliazioni. Fortunatamente che in que' momenti di terrore i nobili riacquistavano la loro influenza sopra la moltitudine; ed in allora guarentivano l'onore nazionale e salvavano la patria.
Durante la spedizione d'Enrico VII, in più modi manifestossi l'inconseguenza de' Padovani. A vicenda ora volevano resistere, ora fare con lui la pace. Due volte lo storico Albertino Mussato fu da loro spedito all'imperatore; due volte comperò da lui sotto dure condizioni la riconciliazione della repubblica; ed altrettante volte i Padovani alternativamente gelosi, o di Cane della Scala, o dello stesso Enrico, ruppero le convenzioni e ricominciarono la guerra: di modo che Enrico, l'ultimo anno della sua vita, pronunciò in Pisa contro di loro una sentenza che li privava di tutte le loro onorificenze e franchigie e li metteva al bando dell'impero[320]. Sedendo nello stesso tribunale, Enrico aveva pochi giorni prima condannato Roberto re di Napoli.
Gli è vero che le pretese d'Enrico VII erano propriamente fatte per eccitare la diffidenza della repubblica, e la sua condotta poteva averle dato giusto motivo di lagnanza. In marzo o in aprile del 1311 aveva permesso ad un Vicentino emigrato, che trovavasi al suo servigio, di sollevare cogl'intrighi la sua patria, procurandogli i soccorsi di Cane della Scala ed istigando tutt'ad un tratto i Vicentini a prendere le armi, a scacciare la guarnigione padovana e ad inalberare le aquile imperiali[321]. Quest'avvenimento, che tenne dietro alla prima infruttuosa missione d'Albertino Mussato, fu cagione di una guerra tra Padova e Vicenza protetta da Cane della Scala. Nuovi trattati sospesero subito la guerra ch'ebbe poi fine col trattato di pace di Genova tra Enrico VII e Padova, di cui il Mussato fu mediatore.
Ma mentre l'imperatore, imbarazzato trovandosi nelle guerre di Toscana, più non incuteva timore alle città lombarde ed alla Marca Trivigiana, il suo principale campione in questa contrada, Cane della Scala, provocava di nuovo i Padovani con ostili apparecchi. Fino al 1311 Cane aveva diviso con suo fratello Alboino il governo di Verona; ma circa un anno avanti la morte d'Enrico VII morì pure Alboino; perchè Cane più non trovandosi ritardato o contraddetto ne' suoi vasti progetti da un collega, diede libero corso al suo carattere inquieto ed audace. Dopo avere con tutte le sue forze ajutato Enrico, chiese ed ebbe in ricompensa il governo di Vicenza col titolo di vicario imperiale; e sebbene ai Vicentini spiacesse di perdere così presto la libertà che avevano di fresco ricuperata, gli aprirono le porte ed a lui si sottomisero. Allora Cane della Scala introdusse in Vicenza i soldati mercenarj ch'egli aveva assoldati di diversi paesi e lingue, e non risparmiò ai Vicentini le vessazioni che, specialmente in quell'epoca, accompagnavano un governo militare[322].
I Padovani, che avevano ragione di temere che Cane in virtù del suo titolo di vicario imperiale nella Marca Trivigiana, non pretendesse di avere sopra la loro città que' medesimi diritti ch'esercitava sopra Vicenza, più non ascoltando che la loro impazienza e la loro collera, armarono le loro milizie ed assoldarono mercenarj per intraprendere la guerra. La gioventù aveva piacere che incominciasse: stanca della monotonia della pace, di cui godeva da tanto tempo la sua patria. «Pure, dice Ferreto di Vicenza, quando la guerra fu intimata dai due popoli, gli abitanti delle campagne furono i primi ad essere attaccati: il primo segno delle ostilità fu la rapina delle loro gregge e de' loro mobili. I contadini che in questo subito attacco non furono fatti prigionieri, sforzaronsi di condurre in città e di deporre in luogo sicuro tutto quanto poteva essere trasportato. Allora si videro gli agricoltori condurre un lungo ordine di carri, sui quali avevano frettolosamente caricati i rustici loro mobili e i vasi delle loro cantine; mentre le madri, coi loro fanciulli al seno o sopra le spalle, venivano a dormire sotto gli stessi portici delle nostre case. Questa maniera di guerreggiare, di uccidere e far prigionieri i cittadini, di rubare i loro beni, e di bruciarne le case, veniva a noi insegnato dagli stranieri mercenarj che avevano sempre vissuto nei campi. Quante volte non abbiamo noi veduto strascinarsi da questi empi soldati, che Cane pagava a prezzo d'oro, truppe di contadini padovani colle mani legate alle reni? Essi custodivano questi prigionieri nella nostra patria e crudelmente li maltrattavano per obbligarli a riscattarsi. Nè i mercenarj di Padova trattavano più dolcemente i contadini di Vicenza: come mai quest'infelici avevano meritate tante ingiurie!»[323].
La prima conseguenza della guerra fu l'aggravarsi della tirannia di Cane sui Vicentini: quattro gentiluomini furono da lui incaricati dell'assoluto governo di questa città; e perchè più prontamente potessero percepire le imposte, tutte le immunità del popolo, tutte le leggi furono abolite. Allora scoppiarono in Vicenza delle congiure contro Cane, le quali giustificarono in certo modo le criminali inquisizioni, l'esilio, la confisca dei beni di una parte della nobiltà che rifugiossi in Padova, e che dopo tale epoca portò poi le armi contro la patria. Ma la libertà non era meno in pericolo a Padova, ove ogni zuffa era cagione di nuove animosità contro i Ghibellini: il loro capo Guglielmo Novello, attaccato dai sediziosi nel palazzo pubblico fu massacrato innanzi allo stesso pretorio; e de' suoi partigiani alcuni fuggirono, altri come nemici della patria furono condannati a perpetuo bando[324].