Alla testa di costoro rientrò in Lucca Castruccio Castracani degl'Interminelli, giovane che dava già indizio de' straordinarj talenti che doveva un giorno spiegare, e che ne' dieci anni, in cui fu esule dalla patria, aveva visitato l'Inghilterra, le Fiandre e le città ghibelline della Lombardia ove aveva appreso il mestiere delle armi sotto i più esperti generali[306]. Castruccio volle approfittare della superiorità che il suo ritorno poteva dare al partito ghibellino, e fece segretamente domandare soccorso ad Uguccione della Fagiuola; poi il giorno 14 giugno del 1314 venne con quelli del suo partito a stabilirsi e fortificarsi avanti a Porta San Freddiano per essere a portata d'aprirla al generale ghibellino, tosto che questi vi si presentasse. Castruccio fu attaccato dai Guelfi, e mentre difendevasi nelle case degli Onesti e de' Fatinelli, Uguccione giunse alle porte di Lucca con tutta la cavalleria di Pisa. Niun Guelfo si presentò per difendere le mura, nè veruno del partito di Castruccio s'avvisò d'imporre condizioni a quest'armata alleata; onde Uguccione, fatta una breccia nelle mura, entrò in Lucca ed abbandonò la città al saccheggio, prima che i Guelfi ed i Ghibellini, che combattevano tra di loro, sapessero la sua venuta. Immenso fu il bottino fatto in tale occasione da' Pisani[307]; oltre ch'essi spogliarono coll'ultimo rigore i Lucchesi, contro de' quali avevano lungo tempo nudrito un violento odio, trovarono nella chiesa di san Freddiano il tesoro del papa, che aveva fatto venire da Roma per trasportarlo in Francia tostochè le strade fossero state più sicure. Uguccione, dopo aver fatta questa importante conquista, lasciò suo figliuolo Francesco governatore di Lucca e tornò a Pisa[308].
I Guelfi lucchesi, cacciati dalla loro patria, si fortificarono in alcune castella di Val di Nievole e chiesero ajuto ai Fiorentini, i quali vivamente sentendo la sventura de' loro alleati, e spaventati dalle funeste conseguenze che questo avvenimento poteva avere, adunarono soldati da ogni banda ed accordarono una vantaggiosa pace agli Aretini, onde rivolgere tutte le loro forze contro d'Uguccione. In pari tempo chiesero al re Roberto i soccorsi che da lungo tempo avrebbe dovuto mandare in Toscana; perchè, mosso dalle loro istanze, Roberto mandò il suo più giovane fratello Pietro, il quale entrò in Firenze il giorno 18 agosto del 1314 con trecento uomini d'armi che Roberto mandava in soccorso della lega guelfa.
Questa truppa non bastava a dare ai Fiorentini un deciso vantaggio sopra un così attivo e valoroso generale com'era Uguccione, il quale dal canto suo non lasciava un istante di riposo ai Guelfi vicini, guastando quasi nello stesso tempo le terre di Pistoja, di Samminiato e di Volterra, occupando le più importanti castella di Val di Nievole ed assediando Montecatini, la sola fortezza che rimanesse in mano de' Guelfi tra Lucca e Pistoja.
I Fiorentini vedevano con sommo timore, senza potervi provvedere, i rapidi progressi d'Uguccione, perchè s'erano legate le mani col dare nel precedente anno la loro signoria a Roberto. Altronde non potendo liberamente disporre delle loro finanze e non avendo un credito indipendente, erano inabilitati a fare da se medesimi uno sforzo vigoroso contro il nemico che li tribolava. Dovettero dunque nuovamente ricorrere al re Roberto, pregandolo a spedire un altro de' suoi fratelli, Filippo, principe di Taranto, per comandare le loro milizie. Questo principe arrivò l'undici luglio del 1315 con suo figlio Carlo e cinquecento uomini d'armi al soldo de' Fiorentini.
Intanto Uguccione andava stringendo l'assedio di Montecatini; ma avuto avviso degli apparecchi che si facevano in Firenze per attaccarlo, aveva chiamati al suo campo tutti gli alleati ghibellini, e formata un'armata di due mila cinquecento uomini d'armi con un proporzionato numero d'infanteria[309]. Dal canto loro i Fiorentini avevano ricevuti rinforzi da Bologna, Siena, Perugia, Città di Castello, Agobbio, Pistoja, Volterra, Prato e dalle città della Romagna; ed avevano formato un'armata di tre mila duecento cavalli con un grosso corpo di pedoni[310]. Ne prese il comando Filippo, principe di Taranto, il maggiore de' fratelli del re, il quale mosse da Firenze il 6 agosto del 1315 per far levare l'assedio di Montecatini.
Uguccione, supponendo che i Fiorentini s'avanzassero per il piano di Fucecchio, ne aveva afforzati i passaggi; ma invece s'avanzarono essi dalla banda più settentrionale e giunsero per Monsummano fino in faccia al suo accampamento, da cui non li separava che la Nievole. Sebbene questo piccolo fiume non potesse ritardar molto il passaggio delle truppe, nè l'una parte nè l'altra osava passarlo in faccia al nemico[311]; sicchè rimasero alcuni giorni al loro posto senza che Uguccione abbandonasse un solo istante Montecatini e che il principe potesse soccorrere la fortezza.
Frattanto i Guelfi di Val di Nievole, incoraggiati dalla presenza di così forte armata, presero le armi ne' castelli e ne' villaggi posti alle spalle d'Uguccione; ed avendo preso Borgo a Buggiano, impedirono a questo generale il trasporto delle vittovaglie. Trovossi allora costretto a levare l'assedio, e nella notte del 28 al 29 d'agosto diede il segno della partenza: ma accortosi in sul fare del giorno che i Fiorentini si disponevano ad inseguirlo, fece voltar faccia alle sue truppe, e gli attaccò vigorosamente, quando credevano tutt'altro che d'essere attaccati. Gli ausiliarj di Siena e di Colle furono subito sgominati, e la debole loro resistenza lasciò esposta tutta l'armata fiorentina alla cavalleria tedesca d'Uguccione. Per altro i Fiorentini resistettero lungamente intorno al principe Filippo, ma finalmente dovettero anch'essi fuggire disordinati. Pietro, fratello del re Roberto, e Carlo, figliuolo del principe Filippo, rimasero sul campo di battaglia, come pure il conte di Battifolle, Blasco d'Alagona, contestabile dell'armata, e molti altri ragguardevoli personaggi. Duemila furono i morti in battaglia, e millecinquecento rimasero prigionieri. Molti de' fuggitivi, volendo porsi in sicuro a Fucecchio, si annegarono nella Gusciana e nelle paludi di questa pianura sommersa. Anche Uguccione perdette suo figliuolo Francesco, il nipote del cardinale di Prato e molti valorosi soldati[312].
Dopo la rotta de' Fiorentini, Montecatini e Monsummano s'arresero al vincitore; il quale diede il comando di Lucca al suo secondo figlio Neri, in luogo del primogenito ucciso; ed egli tornò a Pisa ove fu ricevuto in trionfo.
Ma le vittorie d'un padrone non indennizzano lungo tempo il popolo della sua tirannia. La nazione non tardò ad accorgersi che quando la gloria ed i vantaggi più non possono essere suoi, la vittoria del principe è una rotta de' cittadini. Onde i patriotti pisani trattarono segretamente con Castruccio Castracani, perchè questi dal canto suo liberasse Lucca dalla tirannide d'Uguccione. Castruccio aveva avuto molta parte nella vittoria di Montecatini; era risguardato pel primo cittadino di Lucca, ed Uguccione, che gli doveva molta riconoscenza, lo trattava con sommo riguardo, senza però affidargli verun comando. Frattanto avendo Castruccio attaccati ed uccisi alcuni contadini di Camajore che avevano tentato d'assassinarlo, Neri della Fagiuola si valse di questo pretesto per farlo arrestare[313], e scrisse subito a suo padre di venire a Lucca colla cavalleria tedesca, non osando di mandare al supplicio un uomo che godeva di così grande riputazione, senza essere sostenuto da ragguardevoli forze. Infatti Uguccione partì alla testa della sua cavalleria: era questo l'istante fissato per far ribellare le due città, le quali per la strada del piano tenuta dalla cavalleria, sono l'una dall'altra distanti quattordici miglia, e dieci miglia pel cammino della montagna. Quest'istante fu dai congiurati colto con precisione. Il 10 aprile 1316 non aveva Uguccione ancora fatto due miglia sulla strada di Lucca, che i patriotti pisani presero le armi. Avevano essi attaccato un toro alla porta di san Marco di Chinzica, che staccarono in quel momento, e colle armi sotto il mantello seguirono il furibondo animale per le più frequentate strade, gridando: fermate il toro, fermate! Adunarono in tal modo in mezzo alla città molta gente senza eccitare alcun sospetto nel luogotenente d'Uguccione, il quale credeva il toro fuggito dal macello. Vedendosi i congiurati in mezzo a sufficiente numero di cittadini, colà tratti dalla stessa supposizione, gettarono a terra il loro mantello, ed impugnando la spada ignuda, gridarono: Viva il popolo! morte al tiranno! A questo grido ripetuto all'istante dall'un canto all'altro della città, tutti i cittadini presero le armi, ed unitisi ai congiurati, attaccarono il palazzo d'Uguccione e la porta di Parlascio; ed avendo ovunque rotti i satelliti del tiranno, li cacciarono fuori di città. La cavalleria pisana non volle prender parte a questa sommossa; ma quando fu terminata, si presentarono agli anziani giurando fedeltà alla repubblica ed alla libertà[314].
Lo stesso giorno presero le armi anche i Lucchesi, o, come vogliono alcuni, prima che Uguccione entrasse nella loro città, o, secondo altri, dopo che n'era uscito per reprimere la sedizione di Pisa. Adunaronsi innanzi alla casa di Neri della Fagiuola, chiedendo altamente la libertà di Castruccio. Neri non osò rifiutarsi e fece rilasciare il prigioniere, il quale fu consegnato ai congiurati ancora avente le catene ai piedi ed alle mani. Queste catene furono lo stendardo dei Lucchesi: essi le portarono avanti a loro andando ad attaccare i forti ancor difesi da Neri della Fagiuola; e cacciandolo dalla città co' suoi seguaci, prima che il padre potesse soccorrerlo, ricuperarono in poco tempo quella libertà, che già da due anni avevano perduta[315].