Il consiglio dei dieci, fin quasi dalla prima sua istituzione, si arrogò la suprema direzione della repubblica; riunì i poteri fin allora divisi, diede un centro all'autorità ed una irresistibile potenza alla volontà direttrice del governo. Per dirlo in una parola, stabilì il despotismo e non conservò che il nome della libertà. D'altra parte ebbe le qualità di un governo fermo, vigilante, che con profonda politica concepiva i suoi progetti e gli eseguiva con una irremovibile costanza. Ingrandì al di fuori la repubblica, sebbene in pari tempo la facesse odiare col mancar di fede; la mantenne internamente tranquilla, soffocando le congiure nel loro nascere e sempre rendendo impotente l'odio eccitato dal suo despotismo. Ma la stabilità d'un governo non è un vantaggio per la nazione che allora quando lo stesso governo è un bene. Quale vantaggio ne veniva al nobile veneziano dall'aver nulla a temere il consiglio de' dieci, quando poi ogni giorno la sua libertà, la sua proprietà, la sua vita erano più minacciate da questo solo consiglio, che da tutti i suoi nemici? Quale vantaggio ritraeva la nazione dall'ingrandimento del territorio, se la stessa nazione perdeva la sua felicità sotto il despotismo, e se colle sue conquiste non faceva che accrescere il numero de' suoi compagni di schiavitù? Si trova nello stabilimento della vera tirannide per la conservazione della libertà una così aperta contraddizione, che mal si può concepire come gli uomini possano esserne per lo spazio di più secoli contenti. Il consiglio de' dieci durò quasi cinquecento anni, rendendo ogni giorno, fino all'ultimo di sua esistenza, più pesante il giogo da lui posto alla nazione; ed intanto esso l'aveva in modo accostumata a credere alla necessità del suo potere, che il corpo dei nobili, che più degli altri ne sentiva il peso, non prese giammai la ferma risoluzione di distruggerlo, com'era ogni anno in suo arbitrio il farlo in tempo delle elezioni d'agosto e di settembre, che rinnovavano questo formidabile consiglio. Se in tali elezioni il maggior consiglio avesse rifiutata l'assoluta maggiorità dei suffragi a tutti coloro che si fossero presentati per entrare in quello dei dieci, questo consiglio veniva col fatto soppresso. Più volte i nobili usarono del loro diritto di rifiutare in tal modo i suffragi, per ridurre i dieci a mettere alcuni limiti al loro potere; ma non hanno mai persistito, come avrebbero dovuto fare, fino alla totale abolizione di questo odioso corpo.
Due cose per altro assai notabili si osservano in questo despotismo repubblicano. Primo la consolazione che i cittadini possono trovare della perdita della libertà civile nell'acquisto o nella partecipazione ad un grande potere; compenso che non può aver luogo che in uno stato in cui sonovi pochi cittadini, e dove per conseguenza la volta di giugnere al supremo potere è abbastanza vicina per addolcire il giornaliero sacrificio che ogni cittadino fa de' suoi diritti a questo potere; e per tal modo nelle antiche repubbliche non esisteva veruna libertà civile; il cittadino riconoscevasi schiavo della nazione di cui era parte; si abbandonava interamente alle decisioni del sovrano, senza contestare al legislatore il diritto di controllare tutte le sue azioni, o di violentare in tutto le sue volontà; ma d'altra parte era egli stesso a vicenda e sovrano e legislatore. Conosceva il valore del suo voto in una nazione abbastanza piccola perchè ogni cittadino potesse esservi principe, e sentiva che come suddito sagrificava la sua libertà civile a sè medesimo come sovrano. Lo stesso accadeva a Venezia ove la nazione si componeva, dopo la chiusura del maggior consiglio, di soli nobili, e dove non essendovi più di mille duecento cittadini attivi, tutti avevano il diritto e la prossima speranza d'essere ammessi a vicenda in quel tremendo consiglio dei dieci, per esercitarvi quello stesso potere che aveva temuto in tutto il rimanente del viver suo. Questa specie di compenso ebbe luogo effettivamente finchè gli affari della repubblica prosperarono; e malgrado il despotismo del suo governo, i nobili si mantennero costantemente affezionati alla loro patria. Ognuno comprende quanto un tale compenso sarebbe illusorio, se invece di soli mille duecento nobili si fossero contati nella repubblica alcuni milioni di cittadini attivi. Negli ultimi due secoli diventò illusoria per una diversa ragione: si formò un'oligarchia in seno all'aristocrazia, e la porta del consiglio de' dieci non rimase aperta che a sole sessanta famiglie e forse meno.
L'altro oggetto degno d'osservazione è la facilità con cui, in una repubblica, un immenso potere esecutivo militare e finanziere può limitarsi ed anche distruggersi affatto. Se nelle quattro assemblee annuali in cui i membri del consiglio dei dieci dovevano successivamente eleggersi, i gentiluomini avessero semplicemente rifiutato di dare i loro suffragi, questo potente consiglio che disponeva a suo arbitrio di tutte le finanze, di tutte le forze di terra e di mare, di tutti i tribunali della repubblica e perfino della vita di tutti gl'individui, questo tremendo consiglio avrebbe cessato d'esistere senza disamina e senza un giudizio. In mezzo a tutta la sua dispotica autorità, non pensò mai nella sua lunga esistenza di cinque secoli di rinnovarsi da sè medesimo senza aver bisogno del suffragio de' suoi committenti[302]. La possibilità riservata al sovrano di far cessare un'autorità dispotica, non guarentisce, gli è vero, bastantemente la libertà; ma indica almeno essere questa la sola maniera pratica di contenere entro i limiti d'una dipendenza sociale un troppo vasto potere esecutivo. Invano si vorrebbe sottoporlo ad una rigorosa risponsabilità innanzi ai tribunali; invano s'innalzerebbe un'alta corte nazionale per giudicare gli abusi del potere, coloro che sono gli arbitri dell'armata e del tesoro, non si lasciano atterrire da vane parole, non risguardando essi un'accusa o una chiamata in giudizio a rendere conto della loro condotta, che quale avviso di preparare le armi per difendersi. D'uopo è, come praticavasi in Venezia, che il primo attacco li faccia immediatamente rientrare nella classe de' privati cittadini; che vengano spogliati del potere di nuocere, invece di pensare a punirli; che ne siano spogliati col semplice rifiuto dei suffragi, che non espone verun individuo alla loro vendetta e che non richiede l'uso di un grande coraggio civile; che ne siano spogliati senza che il corpo che li colpisce, subentri nell'esercizio delle loro prerogative e diritti: imperciocchè rendesi necessario di rimuovere perfino il sospetto che siasi preso consiglio dal proprio orgoglio ed ambizione per provvedere alla libertà nazionale. Quanto più si esaminerà questa semplicissima istituzione di Venezia, ci si renderà sempre più chiara ed aperta la felice applicazione che si potrebbe farne in più liberi governi che quello non era[303].
Mentre i Veneziani, occupati trovandosi intorno alla riforma dei loro governo, ricusavano di prendere parte negli affari generali d'Italia, e per avere pace colla chiesa, cedevano di nuovo ai legati pontificj le fortezze di Ferrara di fresco venute in loro potere; mentre le loro armi venivano esclusivamente adoperate in Dalmazia contro le città di Zara, di Traù, di Sebenico, che spesso si ribellavano alla repubblica, i Guelfi toscani liberati finalmente dal terrore che aveva loro ispirato Enrico VII, preparavansi, coll'unione di tutte le forze del partito, a distruggere i Ghibellini ed a punire la città di Pisa per avere soccorso il nemico della loro libertà.
La repubblica di Pisa, come abbiamo osservato nel precedente capitolo, aveva dato per capo ai cavalieri tenuti al suo soldo Uguccione della Fagiuola, uno de' più riputati capitani di parte ghibellina. Giunto egli a Pisa il 22 settembre del 1313, andò subito a guastare il territorio lucchese; e, prima che i Guelfi si fossero preparati alla difesa, aveva occupato Buti, svaligiata Santa Maria del Giudice, ed insultati i Lucchesi fin presso le loro mura. La lega guelfa, ritardata e contrariata da Roberto re di Napoli, ch'ella si era dato per capo, non prendeva alcuna misura vigorosa; i Fiorentini abbandonavano i Lucchesi loro alleati, e Roberto eccitava i Pisani a trattare con lui di pace quando avrebbe dovuto approfittare, per sottometterli, della superiorità delle sue forze e dello scoraggiamento che la morte d'Enrico aveva gettato nel partito ghibellino.
I capi della repubblica di Pisa, e più di tutti Banduccio Buonconti, il più riputato cittadino, non lasciavansi sedurre da questi primi avvenimenti e si vedevano esposti quasi soli alla collera di Roberto, che a quest'epoca trovandosi ancora occupato di più importanti progetti, non tarderebbe, quando fosse tempo, a rovesciare sopra di loro tutte le sue forze. Roberto, in virtù d'una bolla del 14 marzo 1314, fu dal papa nominato vicario imperiale di tutta l'Italia durante la vacanza dell'impero; in pari tempo venne eletto senatore di Roma; mentre per diritto ereditario era sovrano di Napoli e della contea di Provenza; finalmente era stato riconosciuto signore della Romagna e delle città di Fiorenza Lucca, Ferrara, Pavia, Alessandria e Bergamo, aggiungendovi parecchi feudi in Piemonte. Così potente sovrano era per la repubblica pisana un troppo formidabile nemico, e perciò i consoli di mare e gli anziani si affrettarono, dietro gl'inviti fatti da Roberto, di mandare a Napoli un ambasciatore, ed approfittando della circostanza in cui il re preparavasi a portare la guerra in Sicilia, fecero con esso lui un trattato di pace e d'alleanza alle seguenti condizioni: che i Pisani non ajuterebbero in verun modo i nemici del re e nominatamente Federico d'Arragona; che darebbero a Roberto per tre mesi cinque galere e gli pagherebbero cinquemila fiorini al mese per la spedizione di Sicilia. Per rendere questa pace comune ai Lucchesi ad ai Fiorentini accordavano a questi una franchigia dalle gabelle nel loro porto, e restituivano agli altri i castelli loro occupati. Finalmente essi richiamavano tutti i Guelfi esiliati, rendendo loro i diritti della cittadinanza[304].
In conseguenza di questa pace i Pisani dovevano licenziare Uguccione e le truppe tedesche: ma Uguccione non poteva sostenersi che colla guerra; ed il combattere contro forze superiori sembravagli miglior partito che il riposo; e sia ch'egli molto fidasse ne' suoi talenti, o pure che fosse determinato d'arrischiar tutto, poich'ebbe cercato invano di stornare la ratifica della pace, invitò il popolo a prendere le armi, e facendo portare nelle strade alcune aquile vive, insegna de' Ghibellini, fece gridare al tradimento contro i Guelfi. La truppa de' sediziosi, da lui comandata, s'incontrò in quella di Banduccio Buonconti, che voleva difendere l'indipendenza de' magistrati; egli la disperse, e fatti arrestare Banduccio e suo figliuolo, ed accusatili d'avere voluto tradire il partito ghibellino e la libertà della patria, fece loro tagliare il capo. In seguito adunò il consiglio di già intimidito da questa esecuzione, facendogli emanare un decreto, che niuno potesse venir eletto magistrato se non provava ch'egli e i suoi antenati erano sempre stati ghibellini. In tal modo egli acquistò un'autorità quasi tirannica sul governo della repubblica e ad altro più non pensò che a rinnovare la guerra con maggior vigore.
La gelosia che si manifestò tra alcune famiglie guelfe in Lucca, gli diede ben tosto opportunità d'illustrare la sua amministrazione con una brillante conquista. Gli Obizzi, famiglia guelfa della nobiltà lucchese, eransi da più anni innalzati al di sopra delle famiglie rivali; dirigevano essi soli tutti i consigli della repubblica. Da più d'un secolo e mezzo che il partito guelfo era in Lucca dominante, avevano avuto tempo di concentrare i poteri dell'aristocrazia; e la rivoluzione, che del 1301 aveva cacciati i Bianchi da questa città, assicurò l'autorità de' gentiluomini. Il popolo gli odiava e compiangeva le molte famiglie de' Bianchi e degl'Interminelli esiliate; e quando un partito della nobiltà unì la sua gelosia contro gli Obizzi al risentimento della plebe, il governo non ebbe più bastanti forze per mantenersi. Arrigo Bernarducci, capo de' malcontenti, dopo aver fatto innanzi agli anziani una calda pittura dei guasti cagionati dalla loro guerra coi Pisani e della negligenza di Roberto nel difenderli, costrinse questi magistrati a proporre nel maggior consiglio la pace. Unanimi furono i voti di questo corpo, e furono nominati de' commissarj, che, abboccatisi con quelli di Pisa a Ripafratta, conchiusero in pochi giorni la pace, a condizione che i Lucchesi richiamassero tutti gli esiliati[305].