Per tal modo quella rivoluzione, che molti storici rappresentarono come l'opera d'un giorno[296], non ottenne compimento che nello spazio di 23 anni, sebbene fosse stata preparata nel precedente secolo. Tale lentezza può sola spiegare la pazienza e la rassegnazione del popolo veneziano addormentato da una dissimulata politica, ma che non sarebbesi tutt'ad un tratto lasciata togliere la preziosa eredità dei diritti politici che aveva fin allora posseduti. Malgrado l'arte adoperata dal Gradenigo per nascondere al popolo i suoi progetti e le ambiziose mire del maggior consiglio, non si compì la sedizione senza resistenza e senza spargimento di sangue.
La prima sedizione scoppiò nel 1299, poco dopo la pace fatta colla repubblica di Genova, e ne furono capi i popolari, Marino Bocconio, Giovanni Baldovino e Michele Giuda. Se la costituzione non avesse subite mutazioni, costoro e per le loro ricchezze e pei loro talenti avrebbero a ragione preteso di entrare nella magistratura: onde si proponevano di ottenere colla forza l'ingresso nel maggior consiglio agli uomini del loro ordine; ma si trovarono prevenuti dalla vigilanza di Gradenigo, che fece perire i capi sul palco, esiliare e punire in altri modi i meno colpevoli.
Una più calda congiura scoppiò del 1310, nella quale presero la principale parte le più nobili e potenti famiglie di Venezia. Alcuni gentiluomini eransi veduti esclusi dal maggiore consiglio nella riforma del 1297, di modo che si trovavano d'inferiore condizione a molti plebei che vi erano stati ammessi; altri, sebbene avevano luogo nel maggior consiglio, non erano perciò soddisfatti della rivoluzione; perciocchè invece d'accrescer l'autorità loro, l'aveva anzi diminuita, confondendoli nella folla de' consiglieri, dai quali prima d'allora li separava il favor popolare. Boemondo Tiepolo, fratello di quel Giacomo che il popolo aveva tentato d'opporre a Gradenigo, si pose alla testa dei congiurati, associandosi i principali capi delle case Querini e Badoero. L'ultima di queste famiglie, che prima portava il nome di Partecipazio, aveva ne' primi secoli della repubblica posseduta quasi per diritto ereditario la dignità ducale. I Dauri, Barbari, Barocci, Vendelini, Lombardi ed altri gentiluomini si associarono ai congiurati, e si resero forti colla massa de' plebei malcontenti e col nome della Chiesa e del partito guelfo, accusando il doge d'essere ghibellino, per avere provocate sulla repubblica le scomuniche del papa coll'impresa di Ferrara: per altro i vocaboli di Guelfo e di Ghibellino non erano fino a tale epoca in Venezia conosciuti. I congiurati progettarono di occupare per forza la piazza di san Marco ed il palazzo ducale, di uccidere il doge, di sciogliere il maggior consiglio e di rimpiazzarlo, secondo l'antica costumanza, con un'elezione annuale.
Venezia non conosceva ancora quella sospettosa polizia, inventata ne' susseguenti tempi da quel governo. Ne' tempi a noi più vicini i malcontenti sempre tenuti di vista dagl'inquisitori di Stato, sempre circondati di spie e di delatori, lungi dal poter condurre una trama contro al governo fino alla vigilia della sua esecuzione, non avrebbero pure avuto il tempo di adunarsi per lagnarsene: perciocchè giunse un tempo nel quale la sicurezza de' governanti venne risguardata come l'unico scopo dell'ordine sociale, e a quella si sagrificarono la sicurezza, la libertà, la tranquillità dei cittadini. Il doge non ebbe sentore della cospirazione che in sul far della sera della domenica 15 giugno: gli fu dato avviso che adunavansi moltissime persone presso di Boemondo Tiepolo, ed altre assai innanzi alla casa Querini. Fece all'istante chiamare i consiglieri della signoria, gli avogadori di comune, e que' nobili che sapeva attaccati al nuovo ordine di cose. Mandò ordine ai sediziosi di separarsi, ed in pari tempo afforzò tutte le strade che fanno capo alla piazza di san Marco[297].
Intanto i congiurati avevano occupata la camera degli ufficiali di pace a Rialto e quella delle biade. Il lunedì mattina allo spuntar del giorno marciarono verso la piazza. Diversi militari stranieri confusi coi congiurati, assai numerosi anche soli, ne accrescevano le forze; onde la battaglia, che attaccarono colle truppe comandate dal doge, riuscì sanguinosissima. Ma questi che aveva avuto molte ore di tempo per prepararsi, approfittò del vantaggio che davangli le località, immenso vantaggio per chi sta sulle difese. Le strade che conducono alla piazza di san Marco sono così anguste e tortuose, che la moltitudine degli assalitori rendevasi inutile; essi cadevano, senza aver potuto combattere, sotto i colpi di coloro che difendevano le barricate, e che gettavano pietre dalle finestre. Dopo un ostinato attacco, Marco Querini e suo figlio Benedetto caddero morti; e gli altri congiurati, scoraggiati dall'inutilità de' loro sforzi, ritiraronsi verso il ponte di Rialto e si afforzarono nel quartiere della città posto al di là di Canal grande. Se il doge gli avesse inseguiti, avrebbe a vicenda avuto lo stesso svantaggio, che in conseguenza della costruzione di Venezia devono soffrire gli assalitori; ma egli offrì accortamente ai congiurati di entrare subito in negoziazioni, promettendo di usare dolcemente della vittoria; e seppe così bene approfittare dello scoraggiamento che la battaglia presso san Marco aveva sparso ne' congiurati, che ridusse tutti i gentiluomini avversarj ad uscire di città ed a promettere di recarsi in quel luogo d'esilio che loro verrebbe assegnato[298].
Il pericolo in cui una così potente congiura aveva posta la repubblica, o a meglio dire il partito aristocratico, ispirò a questo partito un lungo terrore, che gli fece per sua salvezza adottare tali misure che affatto snaturarono la costituzione dello stato. Per tenere di vista i congiurati, rimasti per la maggior parte sotto le armi a Treviso o nel suo contado, per dissipare le congiure de' malcontenti, e provvedere con una forza dittatoriale alla salvezza di coloro che governavano lo stato, il maggior consiglio creò il consiglio de' dieci, che doveva durare soltanto due mesi; gli affidò un'autorità sovrana, incaricandolo di comprimere e punire nei nobili i delitti di fellonia e di alto tradimento; e nello stesso tempo gli diede ampia facoltà di disporre del pubblico erario, di ordinare e di provvedere come potrebbe farlo il maggior consiglio colla pienezza della sua sovranità.
Il consiglio de' dieci venne nominato dal maggior consiglio, che si fece un dovere di non nominare in pari tempo, per l'esercizio di queste formidabili funzioni, due membri della stessa famiglia, o solamente dello stesso casato. Oltre i dieci consiglieri neri che, dopo il 1311, vennero eletti per un anno, facevano parte di questo consiglio il doge ed i sei consiglieri rossi che formano la signoria[299]. Gli ultimi durano in carica solamente otto mesi. Perciò il consiglio dei dieci era effettivamente composto di diciassette membri che si rinnovavano tutti in differenti epoche. Il doge era presidente a vita; i dieci neri si eleggevano in quattro adunanze nei mesi d'agosto e di settembre d'ogni anno; ed ogni quattro mesi si nominavano tre rossi[300].
Il decreto che istituì il consiglio dei dieci, delegava i diritti della sovranità ad una commissione; lo che riesce sempre pericoloso per la libertà politica: ma faceva ancora di più, accordava a questa commissione un potere arbitrario incompetente alla stessa sovranità, un potere non accordato dai cittadini al governo e che non può esistere senza distruggere la civile libertà ed i più cari diritti degli individui. Il consiglio dei dieci fu autorizzato a perseguitare e punire i delitti dei nobili con una segreta ed inquisitoriale procedura, che, non dando veruna guarenzia alla società, può salvare il colpevole e punire l'innocente; ma che col suo medesimo ministero ispirava a tutta la nazione quel profondo terrore in cui si voleva mantenere. I testimonj, lungi d'essere confrontati coll'accusato, non gli si nominavano nè pure, levandosi dalle loro giurate deposizioni tutto quanto poteva contribuire a fargli conoscere; di modo che la testimonianza giuridica si cambiò in una perfida delazione, in un vile spionaggio. Effettivamente il consiglio de' dieci cominciò dopo quest'epoca a pagare migliaja di delatori per sopravvegliare e talvolta calunniare la condotta di tutti i cittadini; ed allora ebbe cominciamento quell'arte perniciosa de' moderni governi, che venne indicata col mascherato nome di polizia. La condanna ed il supplicio erano d'ordinario tenuti segreti come la procedura. Il consiglio non rispondeva delle sue sentenze nè della sua condotta a veruna magistratura della repubblica; non eravi appellazione che allo stesso consiglio, il quale colla prima sentenza si obbligava spesso a non rivedere la pronunciata sentenza. In conseguenza dichiarava talvolta che non accorderebbe grazia al colpevole se non dopo passati alcuni anni, o senza la maggiorità di due terzi, di tre quarti, di cinque sesti di suffragi, maggiorità spesse volte impossibile ad ottenersi[301].