CAPITOLO XXX.

Principj di Castruccio Castracani. — Rivoluzioni nelle repubbliche di Toscana. — Tirannia dell'abate di Pacciana a Pistoja. — Rotta de' Fiorentini ad Altopascio.

1320 = 1325.

Gl'Italiani più non credevano che la Lombardia potesse sottrarsi ad un governo dispotico. Sebbene i principi che la governavano non fossero riconosciuti legittimi, più non si pensava all'oppressione ed alla schiavitù del popolo di cui avevano usurpati i diritti. Ma le città della Toscana che sempre si consideravano come libere, avevano quasi tutte conservato l'intero godimento degli antichi loro privilegi; tenevano gli occhi aperti sulla loro indipendenza con quella stessa gelosia che formava il carattere dei popoli dell'antichità; e l'odio che nudrivano pel governo d'un solo, era reso più forte dallo spettacolo della vicina tirannide.

In Toscana confondevasi la causa dei Guelfi con quella della libertà. Firenze, Siena, Perugia e Bologna trovavansi da questo doppio interesse collegate in istrettissima alleanza. Bologna per le sue relazioni politiche e per la forma del suo governo risguardavasi come appartenente alla Toscana, benchè posta fuori de' suoi confini. Pistoja, Prato, Volterra, Samminiato ed altre minori città seguivano la medesima fazione, ed eransi unite alla stessa lega. Pisa ed Arezzo conservavansi fedeli ai Ghibellini: la prima libera, l'altra ubbidiente al suo vescovo Guido Tarlati, uno de' signori di Pietramala. Tutte le città della Romagna erano schiave di piccoli tiranni, attaccati alla parte ghibellina; i Malatesti governavano Rimini, gli Ordelaffi Forlì, Francesco di Manfredi Faenza, Guido da Polenta Ravenna. Ma in mezzo di questo apparente equilibrio tra le forze delle opposte fazioni, erasi in Lucca innalzato alla testa del partito ghibellino un uomo che univa l'accortezza e la dissimulazione al valore ed alle più rare virtù militari; che aveva l'arte di farsi temere dal popolo ed amare dai soldati; che sapeva dare il giusto valore all'odio impotente che poteva disprezzare, all'amicizia ed al favore che gli era utile di acquistare; e che tenevasi sempre padrone di nuocere senza provocare la vendetta, di abbandonarsi all'amicizia, senza arrischiare di essere tradito. Quest'uomo era Castruccio Castracani, signore o tiranno di Lucca.

Nell'istante medesimo in cui Uguccione e Neri della Fagiuola erano stati scacciati da Pisa e da Lucca, gli abitanti di quest'ultima città, che riconoscevano da Castruccio la loro liberazione da un giogo straniero, lo nominarono capitano annuale delle loro milizie, e lo riconfermarono tre anni consecutivi. Castruccio, uscito dalla famiglia ghibellina degli Interminelli, era stato molto tempo in esilio per la fazione de' suoi antenati; nel suo esilio aveva avuta opportunità di militare sotto molti capi della stessa fazione in Lombardia; ed il trionfo della sua fazione non gli stava meno a cuore del proprio innalzamento. L'anno 1320, assicuratosi il favore popolare, fece esiliare da Lucca gli avvocati e tutta la parte guelfa, indi si presentò al senato domandando il supremo potere. Di duecento dieci suffragi ne ebbe duecento nove di favorevoli, ed il suo innalzamento alla signoria fu quasi con perfetta unanimità confermato dal popolo[69].

La sovranità di Lucca non era per Castruccio che un primo passo verso la grandezza cui aspirava. La sua alleanza coi Ghibellini di Lombardia, e la stretta amicizia che lo univa alla famiglia Visconti, lo chiamava a prendere parte alla guerra che guastava il nord dell'Italia; e solo per mezzo della guerra egli ben vedeva di potere innalzarsi a quell'alto grado di potenza per cui sentivasi fatto. Era Lucca una ricca e commerciante città, sebbene minore di Firenze. Le gabelle delle sue porte davano grandi profitti allo stato, che Castruccio accrebbe con un'estrema economia. I cittadini, orgogliosi di aver avuto parte alla vittoria di Montecatini, eransi affezionati alle armi, ed il loro principe aveva saputo disciplinarli ricompensando le fatiche degli esercizj militari con premj e distinzioni d'onore. La campagna veniva coltivata da una robusta e coraggiosa razza di montanari che dava eccellenti soldati. Le castella degli Appennini, quelli della Varsilia e della Lunigiana appartenevano a gentiluomini ch'eransi in gioventù esercitati nelle piraterie di mare e di terra. Castruccio gli unì presso di lui; chiamò pure alla piccola sua corte gli esiliati e gli avventurieri che andavano errando d'una in altra città in traccia di battaglie e di piaceri. Il valore era per Castruccio la prima virtù, che premiava colla gloria e colla licenza; ma in pari tempo aveva l'accortezza di assoggettare alla disciplina coloro che scioglieva dalle regole della morale.

In tal modo avendo Castruccio lentamente formata la sua armata, ebbe opportunità di entrare in campagna in occasione della spedizione in Italia di Filippo di Valois. Le repubbliche guelfe che da tre anni trovavansi con lui in pace, avevano mandati mille cavalli al principe francese perchè potesse attaccare Matteo Visconti. I Ghibellini risguardarono la marcia di questa truppa come una violazione della pace di Toscana, e perciò i Pisani spedirono alcuni soccorsi a Castruccio[70], il quale s'impadronì del ponte della Gusciana, fiume paludoso, che divide la pianura di Val di Nievole e dello stato lucchese dalla Val d'Arno fiorentina; e per questo passaggio entrò improvvisamente nel territorio di Firenze, occupando tre castella abbastanza forti, Cappiano, Montefalcone e santa Maria a Monte, e guastando il territorio di val d'Arno di sotto. Tornando tosto addietro attraversò lo stato di Lucca per avvicinarsi a Genova assediata dai Ghibellini, e s'impadronì di molte terre della Garfagnana, della Lunigiana e della riviera di Levante[71]. I Fiorentini che a vicenda erano penetrati nella Val di Nievole, richiamarono Castruccio a difendere il proprio stato: ma le due armate divise dalle paludi si stettero osservando finchè l'inverno le sforzò a ritirarsi[72].