Nel susseguente anno (1321) volendo i Fiorentini attaccare Castruccio da due lati, si collegarono col marchese Spinetta Malaspina, che il signore di Lucca aveva spogliato de' suoi feudi in Lunigiana, e gli mandarono un corpo di truppe, mentre con un'altra armata assediavano Montevetturini all'estremità della Valle di Nievole. Tutti i vassalli del marchese presero le armi pel loro signore; ma quando l'una o l'altra armata volle entrare nello stato di Lucca, essendo ogni villaggio fortificato, e tutti gli uomini soldati quando trattavasi di difendere la propria terra, ogni miglio di terreno costava un assedio o una battaglia. Intanto Castruccio veniva soccorso dai Ghibellini di Milano, di Piacenza, di Parma, di Pisa e d'Arezzo; e formava un'armata di mille seicento cavalli che univa alla sua infanteria. Ben tosto obbligò il capitano fiorentino a levare l'assedio di Montevetturini, saccheggiò venti giorni l'aperta campagna di Val d'Arno, di cui aveva libero l'ingresso; indi tornò in Lunigiana a riconquistare le castella che gli aveva tolto il marchese Spinetta[73].
Quando Castruccio ebbe, col soccorso degli alleati ghibellini, riportati questi vantaggi, si mostrò disposto ad abusarne, rendendosi ingrato ai Pisani, cui andava in parte debitore de' suoi successi. Il conte Renieri, o Nieri della Gherardesca, che i Pisani avevano fatto capitano delle loro milizie dopo la morte di suo nipote, aveva abbandonato il partito democratico, al di cui favore la sua famiglia andava debitrice d'ogni suo innalzamento, e si era unito ai nobili, perpetui nemici de' suoi antenati[74]. L'odio delle due fazioni plebea e patrizia, che da sì lungo tempo teneva divisa la repubblica, era cresciuto a dismisura, ed un nuovo demagogo, Coscetto del Colle, subentrando al Gherardesca, erasi fatto capo de' plebei. Finalmente il furore del popolo, lungo tempo compresso, scoppiò in maggio del 1322, ed i due partiti si batterono due giorni con estremo accanimento. Coscetto del Colle, fatto prigioniere, fu dal conte condannato a morte mentre quindici capi delle tre grandi famiglie Gualandi, Sismondi e Lanfranchi furono dal popolo esiliati, e spianate le loro case. Frattanto fu recata a Pisa l'improvvisa notizia che Castruccio, avuto avviso della loro zuffa, avanzavasi con tutte le sue forze per sorprendere la città. Le due fazioni si riconciliarono subito per resistere all'assalitore, ed il signore di Lucca trovò contro ogni sua aspettazione chiuse le porte e le mura coperte di soldati[75]. La sedizione contro il conte Nieri di cui egli era stato testimonio, fecegli sentire quanto la potenza di un signore sia poco sicura finchè si appoggia soltanto al favore popolare, ed appena tornato a Lucca, gettò i fondamenti di una fortezza che chiamò l'Augusta, o la Gusta, dalla quale signoreggiava tutta la città[76]. I territorj di Lucca e di Firenze non confinavano tra di loro che in Val d'Arno di sotto, e colà i Fiorentini avevano afforzato Fucecchio, Castelfranco e Santa Croce, ove tenevano molta cavalleria per opporsi alle scorrerie delle truppe lucchesi. Invece di continuare i suoi attacchi da questa banda, Castruccio si volse bruscamente contro il territorio di Pistoja. Per la Valle di Nievole di cui era padrone, egli poteva egualmente penetrare nel piano e nella montagna pistojese, senza che questa repubblica, spossata dalle guerre civili e dai sostenuti assedj, fosse in istato di opporsi alle sue forze.
Di questi tempi il più riputato cittadino di Pistoja era l'abate di Pacciana, detto Ormanno dei Tedici. In una città indebolita e che aveva perduto il fiore della nobiltà, le ricchezze ed i soldati, questo monaco lusingossi di farsi sovrano. Egli declamava continuamente contro i mali della guerra e rappresentava al popolo la necessità di mettere fine alla guerra facendo tregua con Castruccio. Il vocabolo tregua era la parola d'ordine del suo partito; i contadini del piano e della montagna, che ardentemente desideravano la cessazione delle ostilità, risguardavano l'abate quale loro salvatore[77].
Sembrava non per tanto impossibile che così accaniti nemici, com'erano i Fiorentini ed i Lucchesi, volessero accordare una tregua parziale al territorio di Pistoja che li divideva. Ma Castruccio conobbe i vantaggi che poteva ottenere grandissimi dall'innalzamento dell'abate di Pacciana; previde ch'egli solo raccoglierebbe i frutti di tutte le piccole astuzie del monaco diventato sovrano, e che approfitterebbe della sua debolezza. Il monaco promettevagli segretamente di dargli in mano la città quand'egli ne fosse padrone, e Castruccio fingeva di credergli e mostravasi disposto ad entrar seco in negoziazioni per la tregua: d'altra banda i Fiorentini mandarono subito deputati a Pistoja per chiedere al popolo di non impegnarsi in separati trattati, onde non esporsi agl'inganni del tiranno lucchese: offrirono in pari tempo di spedire a Pistoja sufficienti soccorsi per impedire che il suo stato fosse guastato dai nemici.
L'abate di Pacciana accoglieva prima degli altri i deputati fiorentini, offrendosi mediatore presso al popolo, come tra lo stesso popolo e Castruccio; sembrava ch'egli si occupasse continuamente di conciliare ogni cosa, e sostenendo le apparenze di conciliatore andava sempre più affezionandosi i contadini ed il popolo. Come questi però vedeva che la tregua non facevasi mai, prese le armi il lunedì di Pasqua 10 aprile del 1322, e, conducendo l'abate quasi in trionfo, s'impadronì delle porte, del palazzo del pubblico, del campanile e delle mura; ed ovunque si mutarono le guardie, sostituendovi le persone più ben affette all'abate. In seguito tentò replicatamente di far assassinare Ettore Taviani e Bonifacio Ricciardi, che credeva essere i suoi più pericolosi avversarj; ma non essendo riuscito nell'intento, impegnò Castruccio ad avvicinarsi fino a mezzo miglio di Pistoja, affinchè gli ambasciatori, i soldati fiorentini e tutti coloro che sarebbersi opposti ai suoi disegni, si ritirassero per timore di cadere nelle mani dei Lucchesi, ed accrebbe egli stesso questo timore, pregandoli artificiosamente a rimanere: ma appena usciti di città, fece chiudere le porte dietro di loro, adunò un consiglio al quale non chiamò che artigiani e gente della più bassa plebe, e si fece proclamar signore per un determinato numero di anni. Non volle per altro abitare nel palazzo pubblico, e dichiarò che tanto fasto mal si confaceva all'abate d'un monastero[78].
Castruccio accordò all'abate di Pacciana una limitata tregua, e questi incominciò ad esercitare liberamente la sovranità di cui erasi impadronito. Ma i piccoli intrighi di convento che avevano servito a farlo principe, non bastavano ad assicurargli la sovranità. Le astuzie non possono supplire alla profonda politica, nè la crudeltà al carattere, nè l'ambizione equivale al coraggio ed alla fermezza. «In tutto ciò ch'egli faceva, dice lo storico pistojese suo coetaneo, agiva da uomo vile, non sapeva essere signore, ed aveva più fiducia negli altri che in sè medesimo; ogni suo parente voleva essere padrone, e non pensava che a derubare il comune o i particolari; per ultimo nulla facevasi in Pistoja senza che tornasse vantaggioso ai Tedici[79].» Così l'abate di Pacciana amministrò quattordici mesi lo stato, nel qual tempo esiliò i Rossi, i Lazzari ed una parte dei Cancellieri. Prometteva sempre a Castruccio di rinunciargli la sua signoria; ma questi non si lasciò lungo tempo ingannare dai trattati del monaco. Entrò impensatamente a Pupiglio, e se ne impadronì, onde occupò ben tosto la montagna pistojese[80].
(1323) Intanto quello de' nipoti dell'abate di Pacciana che più degli altri aveva abusato della sua autorità, Filippo Tedici, congiurò contro lo zio, non perchè aspirasse ad acquistare maggior potere di quello che aveva; ma per unire il titolo di signore all'esercizio delle prerogative della signoria. L'abate scoprì la congiura; ma egli non aveva tanta grandezza d'animo per disprezzare le trame de' suoi nemici, nè sufficiente clemenza per perdonare a suo nipote, nè bastante energia per difendersi e vendicarsi. Tentò vilmente di far assassinare il nipote, e non osò di resistergli in faccia. In un istante in cui i suoi partigiani erano adunati presso di lui, mentre i Fiorentini, chiamati in suo soccorso, avevano spinte le loro truppe fino alle porte di Pistoja, non ebbe mai il coraggio di avanzarsi verso la porta per farla aprire, e perdette per viltà quella signoria che aveva acquistata coll'astuzia.
Mentre Castruccio teneva gli occhi aperti sopra i Pistojesi, per approfittare delle loro divisioni, attaccava i Fiorentini più vigorosamente. Questi avevan fatto venire dal Friuli Giacomo di Fontanabuona, gentiluomo che faceva il mestier di condottiere, val a dire che conduceva la sua piccola armata al soldo di coloro che volevano adoperarla. I Fiorentini erano disposti a mandare questo capitano con trecento cinquanta cavalli, seco condotti, nella Valle di Nievole, ove teneva segrete intelligenze, e dove gli si doveva consegnare il castello di Buggiano. Ma avendo Castruccio avuto sentore di questo trattato, fece appiccare dodici de' cospiratori di Buggiano, e, coll'offerta d'un maggior soldo, persuase Giacomo di Fontanabuona a disertare colla sua truppa ed a passare al suo servigio[81]. Questo è il primo tradimento de' condottieri che si fecero in breve così frequenti in tutta l'Italia, e resero così pericoloso l'uso de' soldati mercenari; pure si andava sempre più loro abbandonando la cura di difendere gli stati; perchè il loro valore e la perizia dell'arte militare li rendeva di lunga mano sempre più esperti delle truppe nazionali.
Castruccio, poi ch'ebbe ottenuto questo rinforzo a spese dei Fiorentini, si affrettò di portare la guerra sul loro territorio. Il 13 giugno del 1313 passò la Gusciana con ottocento cavalli ed otto mila pedoni, ed entrò in Val d'Arno di sotto, guastando i distretti di Fucecchio di Castelfranco e di Santa Croce; poi passò l'Arno e saccheggiò le campagne di Samminiato di Montopoli e della estremità di Val d'Elsa, di dove tornò a Lucca senza aver incontrati nemici[82]. Dopo aver dato una settimana di riposo alle sue truppe, presentossi all'impensata sotto Prato il 1.º luglio con seicento cinquanta cavalli e quattro mila fanti. Questa piccola città lontana soltanto dieci miglia da Firenze fu compresa da grandissimo terrore. Vero è che gli abitanti chiusero le porte, ma fecero sapere ai Fiorentini, che, non venendo prontamente soccorsi, non tarderebbero ad aprire le porte al nemico.
La repubblica fiorentina, tradita dal Fontanabuona, trovavasi sprovveduta di truppa assoldata, ma la signoria chiamò i cittadini in difesa della patria. A tale chiamata si chiusero le botteghe, e tutti i Fiorentini presero le armi; onde lasciata una numerosa guardia alle porte e sulle mura, mille cinquecento cavalli con venti mila fanti si recarono il 2 luglio a Prato. Credevasi che l'armata di Castruccio fosse più forte assai che non era; e nel primo istante di trepidazione i priori avevano fatto proclamare che sarebbe fatta grazia a tutti i banditi che si recassero all'armata di Prato. E tale era stata la violenza delle proscrizioni, che quattro mila Bianchi o Ghibellini esiliati, assai più de' pacifici cittadini accostumati alle armi, si unirono all'armata. Castruccio non aspettò fino all'indomani a ritirarsi innanzi a forze tanto superiori, e si ridusse nella stessa notte a Serravalle.