Quando i Fiorentini s'accorsero la mattina del susseguente giorno che Castruccio era partito, tutto il loro campo fu in preda ad un tumultuario movimento. I borghesi che la vigilia avevano abbandonate le loro officine, più non respiravano che sentimenti di gloria militare e vendetta contro Castruccio. «Il nemico, dicevano essi, fugge innanzi a noi, non ha osato di aspettare l'insegna trionfante del giglio; ma oggi s'appartiene a noi l'inseguirlo: noi dobbiamo distruggere le messi del nemico, togliergli i bestiami, e punirlo dell'insolenza con cui insultò tante volte il nostro territorio. Venti mila soldati uscirono jeri di Firenze, e non devono rientrare senza aver prima ottenuta una compiuta vittoria.» Ma i nobili che componevano la cavalleria di quest'armata, rispondevano con amara ironia, che i cittadini non erano tutto ad un tratto divenuti soldati per essersi vestiti delle loro armi; che avevano di già ottenuto il maggiore successo, cui potessero aspirare; che avevano spaventato il nemico col loro numero, prima che avesse conosciuto per prova quanto avesse avuto torto di esserne spaventato; che entrati una volta nel paese nemico, la fame e la sete non meno che la spada farebbero loro desiderare la tranquillità delle loro officine che avevano poc'anzi abbandonate. Potevano i nobili temere a ragione l'esito di una campagna che volevasi intraprendere senza truppe di linea con un'armata senza disciplina; ma si abbandonarono a quell'impazienza che in loro eccitavano le millanterie de' borghesi: quindi i motteggi con cui rispondevano all'entusiasmo del popolo, destavano la collera de' più pacifici cittadini. Altri motivi di disputa avevano risvegliata la sopita animosità dei due ordini. Col finire del 1321 era spirata l'autorità data sopra la repubblica al re Roberto, ed a tale epoca erasi rinnovata l'ordinanza di giustizia contro i nobili, che li rendeva garanti dei delitti gli uni degli altri, e si lagnavano che mentre erano nelle armate i soli difensori dello stato, fossero i soli privati della protezione delle leggi. Non potendo il consiglio di guerra deliberare, risolse, per sedare la discordia che agitava l'armata, di chiedere a Firenze nuove istruzioni. Ma i sentimenti della signoria e dei consigli si divisero come nel campo. Tutti i nobili volevano che si differisse la pugna, i borghesi che si marciasse verso il nemico, e perchè le discussioni si protrassero fino a notte, il popolaccio attruppato nelle strade fissò le irresoluzioni dei consigli, chiedendo, con forsennate grida, la battaglia; onde fu mandato ordine al conte Novello di condurre l'armata contro Lucca. Questo generale tardò alcuni giorni a porsi in cammino; e perchè i gentiluomini facevano sempre nascere qualche nuovo ostacolo alla marcia, non si avanzò al di là di Fucecchio.

Gli esiliati, ch'eransi uniti all'armata, in mezzo alle dissensioni che agitavano il campo, credettero, quando furono a Fucecchio, di dovere ancora occuparsi del proprio vantaggio; ed i nobili andavano loro consigliando ad assicurarsi gli effetti dell'amnistia loro promessa. Abbandonarono perciò le insegne, e si presentarono il 14 luglio, uniti in un corpo d'armata, alle porte di Firenze per rientrare nella loro patria. La signoria, atterrita, fece chiudere le porte, e mandò ordine al conte Novello di ricondurre l'armata per difendere la città contro i ribelli. Ed in tal modo ebbe fine questa campagna senza che i Fiorentini vedessero il nemico[83].

Intanto gli esiliati, sempre accampati presso Firenze, mandarono deputati alla signoria, lagnandosi di essere trattati come nemici, e riclamando l'esecuzione delle promesse. I gentiluomini appoggiavano con tutto il loro credito le istanze de' fuorusciti; ma il popolo decise che, coll'aver tentato di entrare in città per sorpresa, avevano perduto il beneficio di una amnistia che non era stata accordata che alla loro sommissione. Si scoperse una congiura dei nobili per introdurli in città, ed i principali capi furono esiliati[84].

E per tal modo infiniti pericoli circondavano la repubblica. Un potente nemico l'andava continuamente tribolando, guastava le campagne, sorprendeva le fortezze e facevale temere la perdita delle città la di cui alleanza eragli più necessaria; un grosso corpo di esiliati non aveva deposte le armi e valevasi a vicenda della forza e degli artifizj per rientrare in patria; per ultimo entro la medesima città manifestavansi non infrequenti sedizioni, ed i più pericolosi nemici trovavansi forse entro le sue mura. In così difficile situazione temevansi le agitazioni periodiche occasionate ogni due mesi dall'elezione della signoria. Il corpo elettorale trovavasi in allora composto dei priori che uscivano di carica, dei buoni uomini e dei gonfalonieri delle compagnie, e di un determinato numero di aggiunti di ogni quartiere. Questi elettori erano in certo modo i rappresentanti del popolo, e nella loro scelta si uniformavano alla sua opinione che gli eleggibili cercavano di rendersi affezionata. La città veniva ravvivata dall'emulazione di coloro che aspiravano alle cariche, ma era pure frequentemente agitata dalle loro brighe. Il ritorno delle elezioni ogni due mesi non lasciava quasi riposo alla nazione, e sei volte ogni anno avevasi cagione di temere sedizioni o guerre civili.

La signoria che aveva regnato in settembre ed in ottobre del 1323, e che colla scoperta della congiura dei gentiluomini erasi guadagnata la pubblica confidenza, si prese l'incarico di mutare questo sistema d'elezioni, e di nominare in una sola volta, di concerto cogli aggiunti che rappresentavano il popolo, tutti i priori dei quarantadue mesi avvenire, ossia ventuna magistrature che dovevano successivamente entrare in carica. Tale elezione si fece nel modo consueto; i nomi degli eletti vennero scritti in polizze suggellate, che si chiusero in alcune borse, dalle quali dovevano cavarsi i nomi a sorte, finchè fossero esaurite le polizze[85]. In tal maniera il rinnovamento della magistratura si mutò in un lotto, decidendo la sorte della nomina de' capi della repubblica. Quasi tutte le città libere d'Italia adottarono ben tosto questa innovazione dei Fiorentini, che conservossi fino alla presente età in Lucca e nelle municipalità della Toscana e degli stati della chiesa.

Questa nuova maniera di elezione sembrò più democratica della precedente, ponendo maggiore eguaglianza tra i candidati, e chiamando un maggior numero di cittadini agli onori pubblici. Le sole borse delle tre supreme magistrature[86] dovevano contenere i nomi di sei in settecento candidati; ed essendosi adottato lo stesso metodo per tutte le elezioni, furonvi cento trentasei magistrature od ufficj diversi, cui nominava la sorte[87]. Per tal modo non facevasi che pochissimo luogo alla scelta, e tutti i cittadini arrivavano tosto o tardi ad occupare qualche carica. Gli elettori imborsavano spesso uomini affatto inetti e che non sarebbero giammai stati eletti se avessero dovuto entrar subito in carica. Il broglio fu soppresso, ma si spensero col broglio l'emulazione, il timore de' giudizj di un popolo che condannava il vizio ed il desiderio di procacciarsi i suffragi coi talenti e colle virtù. Molte cause tendevano, non v'ha dubbio, a corrompere i costumi nelle repubbliche italiane; ma è cosa notabile che appunto nell'epoca in cui s'introdusse l'elezione a sorte, i cittadini rinunciarono alla professione delle armi; i capi dello stato abiurarono lo studio dell'arte militare, ed affidarono la difesa della libertà a' generali ed a' soldati mercenarj. Nella stessa epoca il lusso, la mollezza, la corruzione s'introdussero in tutte le famiglie, e la pubblica morale venne macchiata dall'adozione di una falsa e perfida politica. Non pertanto i talenti de' repubblicani sopravvissero alle loro virtù; sei in ottocento cittadini continuamente mutati dalla sorte, prima d'aver avuto tempo d'imparare il mestiere dell'uomo di stato, seguirono con costanza, e molte volte con intelligenza i medesimi progetti, i medesimi principj; e Firenze mostrò che ella sola conteneva un maggior numero di esperti politici, di quello che sarebbesi trovato nel più vasto regno. Così Atene eleggeva ogni anno dieci generali, mentre Filippo riputavasi fortunato d'aver potuto, mentre visse, trovarne un solo in Macedonia[88].

Dopo questa riforma dell'interna amministrazione, la repubblica di Firenze cercò di unirsi più strettamente che mai colle città guelfe; unione necessaria per la comune salvezza. Ma Perugia trovavasi impegnata in una interminabile guerra coi Ghibellini d'Assisi e di città di Castello; Siena era agitata dai cattivi umori eccitati dalle rivali famiglie de' Salimbeni e de' Tolomei, e più ancora dalla gelosia che nodrivano tutti gli ordini dello stato contro i mercanti, che sotto nome di Monte dei Nove eransi impadroniti del supremo potere[89]. Finalmente Bologna più potente che non erano le altre due repubbliche e più strettamente legata con Firenze veniva pure scossa da violenti convulsioni.

Bologna andava debitrice di parte della sua ricchezza, siccome della sua gloria, all'affluenza degli scolari alla sua università. L'amore delle scienze era, in questo secolo, diventato una vera passione, una passione comune a tutti. Prima del ritrovamento della stampa erano i libri tanto rari e di così alto prezzo, che l'istruzione vocale doveva supplire a quella che trovasi negli scritti. Quindici mila giovani italiani e tedeschi frequentavano in Bologna le pubbliche lezioni di diritto civile e canonico, e di medicina. Questi giovani prendevano in ogni occasione a difendersi vicendevolmente, di modo che difficilmente si potevano assoggettare ai tribunali ed alle leggi.