L'armata arragonese aveva contemporaneamente intrapreso l'assedio di Cagliari e di Città di Chiesa, che si difesero ostinatamente otto mesi: l'eccessivo calore, le acque e l'aere corrotti cagionarono tra gli assedianti terribili malattie, che distrussero dodici mila uomini[121]. Finalmente Città di Chiesa capitolò il 7 febbrajo del 1324; e la guarnigione uscì cogli onori di guerra e si unì a quella di Cagliari per continuare la difesa di questa seconda piazza.

Intanto Manfredi della Gherardesca, ch'erasi portato a Pisa per avere nuovi soccorsi, ricomparve il giorno 25 di febbrajo nel golfo di Cagliari con una flotta di cinquantadue vascelli che aveva a bordo, cinquecento cavalli e due mila arcieri. Sbarcò senza trovar resistenza la sua gente, e marciò verso Castro di Cagliari per costringere gli Arragonesi a levare l'assedio. Di fatti Alfonso abbandonò i suoi trincieramenti e si fece incontro ai Pisani fino a Luco Cisterna. Colà le due armate vennero alle mani il 28 febbrajo, e, dopo una lunga ostinata battaglia, gli Arragonesi, superiori di forze, rimasero finalmente vittoriosi. Manfredi, sebbene ferito, potè entrare in Castro con circa cinquecento soldati, ed il rimanente della sua armata fu dispersa. Le navi da trasporto della sua flotta caddero in potere degli Arragonesi, i quali attaccarono i feudatarj fedeli ai Pisani e ne occuparono le province. A quest'epoca molti di costoro furono spogliati delle piccole sovranità che possedevano fin dall'epoca in cui la Sardegna era stata tolta ai Saraceni: ma perchè in un paese mezzo barbaro il potere de' signori ereditarj è il solo che venga rispettato, gli Arragonesi credettero più utile consiglio il fare la pace con questi capitani indipendenti, che lo spogliarli de' loro dominj, onde trovansi ancora per molti anni ne' fasti della Sardegna i nomi delle famiglie pisane[122].

Appena terminata la battaglia di Luco Cisterna, Alfonso riprese l'assedio di Castro di Cagliari, di cui Manfredi, poichè fu guarito delle sue ferite, prese il comando. Egli tentò di sturbare con una vigorosa sortita le operazioni degli assedianti, sorprese il loro campo e vi sparse il disordine, ma le vecchie bande de' Catalani non tardarono a circondarlo da ogni parte. Di cinquecento cavalli ch'egli comandava, trecento perirono sul campo di battaglia; ed egli stesso, mortalmente ferito, ricondusse gli avanzi della sua gente in Castro, ove morì dopo pochi giorni. Gli assediati, perduta ogni speranza di soccorso, domandarono di capitolare[123].

Alfonso, che aveva di già perduti quindici mila uomini e che sperava di consolidare colla pace la sua conquista, accordò agli assediati onoratissime condizioni. Castro di Cagliari dovea rimanere alla repubblica pisana a titolo di feudo dipendente dal re, e le private possessioni possedute dai Pisani nell'isola doveano rimaner pure in piena loro proprietà: ma la repubblica dovea riconoscere Alfonso come re di Sardegna. Queste condizioni essendo state accettate dalla signoria, fu ben tosto fatta la pace; ma Alfonso ne approfittò per fortificare all'ingresso del porto di Cagliari un castello ch'egli intitolò Bonaria, o Aragonetta, il quale signoreggiava talmente l'ingresso di Castro, che i vascelli, le vittovaglie e le mercanzie non potevano giugnere ai Pisani senza il permesso degli Arragonesi.

La guarnigione di Bonaria non tardò ad abusare arrogantemente del vantaggio della sua posizione. L'anno seguente s'impadronì di alcune navi che i Pisani mandavano a Cagliari[124], onde la repubblica fu forzata a ricominciare la guerra per vendicare questa fresca ingiuria. Spossata affatto dalle precedenti disfatte, riclamò l'assistenza de' Ghibellini genovesi, che, rifuggiati a Savona, sussistevano colla professione delle armi. Col loro soccorso i Pisani equipaggiarono una flotta di trentatre galere e ne affidarono il comando a Gasparo Doria. Questa flotta incontrò il giorno 29 dicembre gli Arragonesi nel mare Sardo, e la fortuna fu ancora per l'ultima volta contraria ai Pisani. Furono prese otto galere, e le altre si ritirarono assai danneggiate dopo aver perduti molti soldati e marinai. I Genovesi guelfi e ghibellini furono egualmente sensibili all'affronto fatto alla bandiera della nazione, e poco mancò che il desiderio d'umiliare i Catalani non riconciliasse le due fazioni, spegnendo quell'odio che da tanto tempo le armava l'una contro l'altra[125]. Ma i Pisani non furono in istato di aspettare questa tarda riconciliazione. Il castello di Castro, ultimo possedimento della repubblica in Sardegna, venne ceduto agli Arragonesi, e nel susseguente anno fu, colla mediazione del papa, conchiusa la pace. La repubblica di Pisa abbandonò la Sardegna al re d'Arragona, e furono rilasciati reciprocamente i prigionieri senza taglia[126].

Una piccola parte della Toscana riacquistava con questo trattato di pace la tranquillità. Tutti gli altri stati di questa provincia erano in allora scossi dall'ambizione di Castruccio; e la parte guelfa, abbattuta per la disfatta dei Fiorentini ad Altopascio, ebbe poche settimane dopo, mentre cercava di rifarsi, un nuovo infortunio nello stato di Bologna.

La lega de' signori ghibellini di Lombardia attaccava Bologna con un accanimento eguale a quello di Castruccio contro i Fiorentini. Romeo de' Pepoli era morto in esiglio, ma i di lui figliuoli non erano stati abbandonati dai signori di Lombardia; Passerino Bonacossi, Cane della Scala, ed il marchese d'Este erano entrambi nel Bolognese con un'armata, cui si congiunse Azzo Visconti che ritornava da Lucca. I Ghibellini avevano due mila ottocento cavalli, ai quali i Bolognesi non potevano opporre che due mila duecento; ma la loro infanteria di oltre trentamila uomini sopravanzava d'assai quella de' loro nemici. La disfatta avuta dai Fiorentini ad Altopascio mosse i Bolognesi, persuasi d'essere loro riservato l'onore di vendicare la parte guelfa, ad affrettare la battaglia. Malgrado le calde istanze de' Fiorentini che loro mandavano molte truppe, il 15 novembre offrirono la battaglia ai Ghibellini alle falde del Monteveglio, e furono rotti. Perirono o furono fatti prigionieri cinquecento cavalieri e mille cinquecento fanti; e tra i prigionieri contaronsi Malatestino da Rimini loro generale e podestà, ed i più ragguardevoli cittadini. I principi lombardi dopo la loro vittoria cinsero Bologna d'assedio, ma non tardarono ad accorgersi che le loro forze non bastavano contro una città così potente, e si ritirarono con un ricchissimo bottino[127].

L'antico capo della lega guelfa in Italia solo non prendeva parte alla guerra generale ed alle disfatte della sua parte. Roberto, re di Napoli, poi ch'ebbe lasciata Genova l'anno 1319, erasi trattenuto parecchi anni in Provenza, per sottomettere alle sue pratiche la corte d'Avignone ed assicurare la sua influenza sopra il papa. Era partito finalmente alla volta di Napoli in aprile del 1324 con una flotta di 45 vascelli, e, passando per Genova, erasi fatto riconfermare per altri sei anni la signoria di quella città[128].

Un'ambascieria della repubblica fiorentina giunse a Napoli ed espose al re i gravissimi pericoli de' suoi alleati i Guelfi di Toscana. Gli esposero quali fossero le forze e l'ambizione di Castruccio, l'unione ch'egli aveva stabilita nella sua fazione, e quali ajuti aveva ottenuti dai Ghibellini di Lombardia. Gli ricordarono i servigi che i Fiorentini avevano resi alla casa d'Angiò, quando i dominj del re erano stati minacciati in Piemonte, e quando non avevano temuto di provocare Castruccio per allontanarlo da Genova, ove Roberto trovavasi assediato. Finalmente gli domandarono, in virtù de' trattati che essi avevano sempre fedelmente osservati, i soccorsi da lui dovuti alla lega guelfa. Ma il re di Napoli sapeva egualmente approfittare dei disastri e delle prosperità de' suoi alleati. Attribuì il suo raffreddamento e le perdite de' Fiorentini alla mancanza loro che avevano lasciata spirare nel 1321 la sua signoria: soggiugneva d'essere sempre disposto a difenderli, ma che la sua real dignità e lo stesso vantaggio della fazione non gli permettevano di prender parte alla guerra che in qualità di capo. Chiese in somma ch'egli, o suo figlio il duca di Calabria, fossero investiti dalla repubblica di assoluti poteri. I consigli di Fiorenza, costretti di comperare l'ajuto dei loro alleati a così caro prezzo, scelsero di preferenza per loro signore il duca di Calabria, Carlo, unico figlio del re, e cercarono nelle loro convenzioni d'allontanare ogni arbitrio dall'autorità che gli confidavano, e di conservare intatta la libertà della repubblica. Chiesero che mantenesse al suo soldo mille cavalieri d'oltremonti finchè durerebbe la guerra; e che in tempo di pace lasciasse in città quattrocento cavalieri sotto gli ordini del suo luogotenente. Gli furono assegnati duecento mila fiorini nel primo periodo e cento mila nel secondo. La signoria del duca di Calabria doveva durare dieci anni, cominciando il 13 gennajo del 1326, giorno in cui fu firmato il trattato[129].

Un luogotenente del duca di Calabria venne prima di lui in Toscana per prendere possesso della signoria di Fiorenza. Era questi Gualtieri di Brienne, duca titolare d'Atene, e figlio di quello ch'era stato ucciso del 1311 nella grande battaglia di Cefiso, quando i Catalani conquistarono il suo ducato[130]. Venne accompagnato da quattrocento cavalieri francesi; ed i Fiorentini gli giurarono fedeltà, e gli permisero di nominare, a nome del duca Carlo, una nuova signoria[131].