Il duca di Calabria giunse in Toscana verso la metà dell'estate con intenzione di unire tutte le comuni guelfe sotto una sola direzione. Approfittò del suo viaggio a Siena per chiedere la signoria di quella città, che gli fu accordata solamente per cinque anni e sotto più gravi condizioni che quelle imposte da' Fiorentini[132]. Il 30 luglio entrò solennemente in Fiorenza accompagnato dai più grandi signori del regno delle due Sicilie, e da duecento cavalieri dello speron d'oro. Aveva sotto i suoi ordini mille cinquecento cavalli, che aggiunse a quelli condotti pochi mesi prima dal duca d'Atene[133].
Questa bella armata, che fu ben tosto ingrossata dalle truppe ausiliarie di tutti i Guelfi toscani, avrebbe potuto tentare qualche fatto d'importanza, approfittando della presente malattia di Castruccio; ma il duca si ristrinse a far ribellare due castelli della montagna pistojese, che furono ben tosto ritolti; ed a impegnare Spinetta Malaspina in un tentativo sopra la Lunigiana ove fu respinto con perdita[134]. Frattanto Carlo di Calabria faceva sopra i suoi alleati le conquiste che far non sapeva sui nemici dello stato. Ridusse molte città soggette ai Fiorentini, Prato, san Gemignano, Samminiato e Colle, a darsi a lui direttamente[135]. Impose nuovi tributi, e costò alla repubblica quattrocento cinquanta mila fiorini all'anno, invece dei duecento mila, che gli erano stati accordati; spogliò i priori di quasi tutte l'autorità costituzionali; abolì le leggi sontuarie intorno al lusso delle donne; finalmente si rese tanto più odioso che non compensò tante vessazioni con alcuna vantaggiosa impresa contro Castruccio[136].
La città di Bologna seguì, dopo alcuni mesi, l'esempio datole dai Fiorentini, e cercò di assicurarsi una potente protezione, assoggettandosi alla signoria di uno dei capi di parte guelfa; e chiamò in suo ajuto il cardinale Bertrando del Poggetto, legato del papa in Italia. Questi dal 1322 in poi era stato potentemente secondato da Vergusio Landi, una volta capo de' Ghibellini di Piacenza, ma ch'era passato alla parte guelfa per vendicarsi di Galeazzo Visconti, seduttore di sua moglie. Tortona, Alessandria, Piacenza, Parma, Reggio e Modena eransi successivamente date alla chiesa per tutto il tempo che l'impero rimarrebbe vacante. Bologna anch'essa aprì le sue porte al cardinale legato, conferendogli, il giorno 8 febbrajo del 1327, la signoria della città e del territorio[137].
Ma in questo medesimo tempo andava condensandosi all'estremità della Lombardia una tempesta che poteva ruinare tutto il partito guelfo. Era giunto a Trento Luigi di Baviera, l'imperatore eletto in febbrajo del 1327, ove aveva presieduta un'adunanza de' principali Ghibellini d'Italia. Marco Visconti, Passerino Bonacossi, Obizzo marchese d'Este, Guido Tarlati, vescovo d'Arezzo, e Cane della Scala eransi recati presso l'imperatore, come pure gli ambasciatori di Federico re di Sicilia, di Castruccio e de' Pisani. Luigi aveva promesso di venire a Roma a prendere la corona imperiale, ed i Ghibellini gli avevano promesso un dono di cento cinquanta mila fiorini per ispesare la sua truppa[138].
Luigi di Baviera sembrava allora in istato d'intraprendere esterne guerre, e di vendicarsi del papa che lo aveva tanto crudelmente oltraggiato. Il suo rivale, Federico d'Austria, dopo una lunga prigionia a Trausnitz, erasi finalmente stancato della sua schiavitù. Luigi lo aveva visitato nella sua prigione l'anno 1325, avevagli offerta la libertà, non domandando altra ricompensa che la sua amicizia ed alleanza. Una condotta così generosa toccò il cuore di Federico, che riconobbe Luigi per suo imperatore, obbligandosi a difenderlo verso tutti e contro di tutti, anche contro quello, diceva egli, che si dà il titolo di papa. Molti de' suoi baroni eransi fatti garanti delle sue promesse, e la sua figlia aveva sposato il figlio di Luigi[139]. Invano Giovanni XXII annullò questo trattato; invano Leopoldo, fratello del duca d'Austria, continuò la guerra; che Federico fu fedele alle sue promesse: i due rivali diventati amici sinceri ebbero comuni la tavola ed il letto, e furono in procinto di dividere tra di loro la dignità imperiale[140].
Ne' cinque anni, ch'erano corsi dopo la battaglia di Muhldorf, Luigi aveva sforzati gli altri principi della casa d'Austria a fare la pace, ed aveva sventati gl'intrighi del papa in Germania. Era chiamato in Italia non meno dal desiderio della vendetta, che da quello di sanzionare i suoi diritti all'Impero, facendosi coronare a Roma. Vero è che, indebolito da lunghe guerre, era povero di gente e di danaro; ma il paese che visitava, era una ricca miniera, onde sperava che la cupidigia più che l'ubbidienza avrebbe strascinato in folla i Tedeschi in quelle ricche contrade, per dividerne le spoglie.
L'imperatore eletto apparecchiandosi ad attaccare il papa, il suo più implacabile nemico, lo aveva già indicato nell'assemblea di Trento come prete sacrilego ed eretico, usurpatore del supremo pontificato, che i Cristiani dovevano rifiutare. Un partito numeroso erasi nella chiesa rivoltato contro Giovanni XXII, nè l'accusa d'eresia era nuova. Questo papa, ambizioso e cupido troppo più che non si conveniva a principe cristiano, aveva non pertanto molto zelo per la fede; ma egli credeva di esserne l'oracolo, e le opinioni da lui adottate erano spesse volte in aperta opposizione con quelle de' suoi dottori. Così trovavasi in allora impegnato in una disputa coi Francescani, o frati Minori, intorno alla povertà di Gesù Cristo. Questi monaci, che in forza dei loro voti abiuravano ogni proprietà, pretendevano che gli alimenti che mangiavano, non fossero una loro proprietà, nè pure nell'istante in cui li mangiavano, e che Gesù Cristo aveva loro dato l'esempio di questa suprema povertà. Per lo contrario il papa sosteneva che Gesù Cristo aveva avute alcune proprietà sia personali, sia comuni coi suoi Apostoli, e che i Francescani non potevano schivare che le cose appropriate al loro uso non fossero altresì loro proprietà. I Domenicani erano per l'opinione del papa, ma molti fedeli inclinavano a credere che negando a Cristo una suprema povertà si attentasse alla sua gloria; onde i Francescani, ostinandosi nella propria credenza, avevano condannato il papa come eretico e scomunicato. Giovanni XXII, che attaccava una crudele importanza a questa disputa di parole, fece bruciare i più ostinati tra questi frati e spogliò l'ordine di tutti i suoi beni per ridurlo a quella evangelica povertà, di cui tanto si gloriava[141].
Indipendentemente dai frati Minori, ancora altri teologi prendevano le parti di Luigi di Baviera. E questi erano coloro che, stomacati dalle usurpazioni della santa sede, sostenevano l'indipendenza delle autorità secolari, ed anche la loro superiorità sul papa. Scrissero con molta energia e molta eleganza intorno a quest'argomento Marsilio di Padova, medico di Luigi, e Giovanni Gianduno o di Gand, suo consigliere; ma le loro opinioni furono condannate come eretiche dalla corte romana[142].
Incoraggiato dalle esortazioni de' suoi teologi e de' frati Minori, e sicuro degli ajuti de' Ghibellini, Luigi di Baviera entrò in Italia senza danaro e col seguito di soli seicento cavalli. Ma Cane della Scala, signore di Verona, Passerino de' Bonacossi, signore di Mantova, ed il marchese d'Este, signore di Ferrara, gli vennero incontro colla loro cavalleria, e presero assieme la strada di Milano, ove il re de' Romani ricevette il 30 maggio la corona di ferro nella basilica di sant'Ambrogio dalle mani dei vescovi d'Arezzo e di Brescia, dal papa già deposti e scomunicati[143].