Dacchè Galeazzo Visconti, signore di Milano, aveva vinto Raimondo di Cardone in una grande battaglia e fattolo prigioniere, poco più temeva gli attacchi de' Guelfi. La sua potenza li teneva lontani da' suoi stati, ed altronde manteneva una segreta corrispondenza colla corte di Roma, cui faceva sperare che, abbandonato il partito dell'imperatore, riconoscerebbe dalla chiesa la sua autorità. Ma Galeazzo aveva trovati nuovi nemici nella propria famiglia. Quel Lodrisio Visconti, suo parente, che lo aveva scacciato da Milano, poi richiamato del 1322, non sapeva nè sottomettersi al governo dispotico di Galeazzo, nè acconsentire al trattato che gli vedeva stringere col papa. Pretendeva Marco Visconti, fratello di Galeazzo, di dividere con lui la sovranità rassodata col suo valore e colle sue vittorie; e la gelosia tra i due fratelli era poc'a poco declinata in aperto odio. I nobili milanesi credevansi avviliti dall'innalzamento di una famiglia poc'anzi loro eguale, il popolo non aveva dimenticata l'antica libertà, e per ultimo gli altri capi ghibellini di Lombardia, Cane Passerino e Franchino Rusca, tiranno di Como, eransi alienati da Galeazzo, dopo che i suoi trattati colla corte pontificia avevano risvegliata la loro diffidenza. Luigi di Baviera nell'adunanza di Trento, poi a Como ed a Milano, era stato richiesto da tutti coloro che lo circondavano di privare Galeazzo del principato[144].

Finchè Luigi di Baviera guerreggiò in Germania per farsi riconoscere re de' Romani, la sua condotta era stata libera, leale, onorata, e talvolta generosa. In Italia, per lo contrario, fu quasi sempre perfida e venale. Pare che supponesse l'Italia, in certo modo, abbandonata al saccheggio: vedevasi circondato da tiranni che non conoscevano scrupoli, e si credeva anch'esso libero da ogni dovere. È cosa notabile che siasi quasi sempre fatto uso contro gl'Italiani di quella perfida politica che viene loro rimproverata, ed i loro nemici accrebbero fede a questa ingiusta riputazione di falsità per essere liberi da qualunque dovere verso gli accusati di mala fede. Luigi di Baviera doveva riconoscere in Galeazzo Visconti il più antico ed intrepido campione del partito ghibellino, pure non lasciò di tradirlo mentre da lui riceveva una generosa ospitalità: sedusse i contestabili delle truppe tedesche al di lui servizio, ed il 6 di luglio in una pubblica assemblea, dopo avergli aspramente rinfacciato di non avere ancora pagata la promessa contribuzione, lo fece arrestare unitamente a suo figlio e a due fratelli. Gli strappò di mano, col timore del supplicio, le chiavi di tutte le sue fortezze, indi lo mandò colla sua famiglia nelle terribili prigioni ch'egli medesimo aveva fatto fare a Monza[145].

Dopo ciò, Luigi ristabilì in Milano un simulacro di repubblica, facendo scegliere dalle ventiquattro tribù della città un consiglio di ventiquattro membri, cui diede per presidente Guglielmo di Monforte, governatore imperiale. Ma le grandi contribuzioni imposte per ordine del monarca fecero bastantemente comprendere ai cittadini, che non avevano altrimenti ricuperato il diritto di governarsi da sè stessi.

Così solenne tradimento poteva per altro avere per l'imperatore la triste conseguenza di staccare dal suo partito i capi ghibellini ai quali appoggiavasi tutta la sua fortuna, onde trovò necessario di giustificarsi in una dieta, adunata a quest'oggetto ad Orci nel territorio bresciano. Accusò Galeazzo d'aver voluto tradire la causa dei Ghibellini per favorire la chiesa, e produsse innanzi all'assemblea alcune carte che provavano le di lui negoziazioni col papa. Risvegliò l'animosità e la gelosia degli uditori contro il capo della casa Visconti, e si scolpò facilmente in su gli occhi di coloro che bramavano di trovarlo innocente. Chiese in appresso ed ottenne sussidj di danaro e di soldati; e, chiusa la dieta, s'incamminò verso la Toscana con mille cinquecento cavalieri tedeschi, la maggior parte de' quali erano stati al servizio di Galeazzo, e con cinquecento cavalieri somministrati dai tre signori ghibellini di Lombardia[146]. Passò il Po il 23 di agosto, e giunse a Pontremoli il primo di settembre, senza che il cardinale legato, che aveva più di tre mila cavalli nello stato di Parma, osasse opporsi alla sua marcia.

Castruccio era stato uno de' primi ad affrettare la discesa in Italia di Luigi di Baviera, e questi faceva grandissimo capitale de' consigli, del valore e de' soldati di così riputato capitano. Castruccio desiderava ardentemente l'arrivo dell'imperatore. Era stato a vicenda tribolato dagl'intrighi e dalle armi del potente suo vicino il duca di Calabria, signore di Fiorenza; aveva più che mai bisogno degli esterni ajuti per difendersi contro la maggioranza delle forze che l'unione dei Napoletani dava ai Guelfi di Toscana. Una delle più potenti case di Lucca, i Quartigiani, che, sebbene originariamente Guelfi, avevano contribuito all'innalzamento di Castruccio, avevano preso parte contro di lui in una trama ordita dal duca di Calabria. Nuovi progetti di ambizione, o fors'anco il desiderio di tornare in libertà la loro patria gli aveva alienati dal signore di Lucca, il quale, scoperta la loro congiura, ne condannò venti ad orribile supplicio, facendoli sotterrar vivi col capo allo in giù. Altri cento furono esiliati, e qui si fermarono le indagini di Castruccio per timore di scoprire più colpevoli che non avrebbe voluto[147].

Dall'altro canto un'armata guelfa di due mila cinquecento cavalli e dodici mila fanti aveva conquistati santa Maria a Monte ed Artiminio, e minacciava i territorj di Lucca e di Pistoja, quando, avuto avviso dell'avvicinamento dell'imperatore, si ritirò bruscamente verso Fiorenza[148]. Liberato Castruccio da tanto pericolo, corse incontro a Luigi, facendogli portare a Pontremoli magnifici regali. Gli aprì le porte del castello di Pietra santa, di dove, lasciata Lucca a sinistra, gli fece prendere la strada di Pisa.

I Pisani più non conservavano quel primo caldo attaccamento al partito ghibellino, di cui avevano date in addietro così luminose prove. Erano spossati dalla guerra sarda, durante la quale erano stati abbandonati dagli antichi alleati e traditi da Castruccio, onde desideravano di tenersi amici i Fiorentini coi quali eransi di fresco rappacificati. Temevano inoltre la collera del papa, da cui erano stati per lo stesso motivo altre volte scomunicati; per le quali cagioni gli ambasciatori mandati al congresso di Trento, invece d'invitare l'imperatore nella loro città, gli avevano offerti sessanta mila fiorini per prezzo della loro neutralità ed indipendenza. La condotta tenuta da Luigi verso Galeazzo Visconti accresceva la diffidenza dei Pisani, i quali per non essere, come il signore di Milano, traditi dai Tedeschi che tenevano al loro soldo, li privarono dei loro cavalli e delle armi. Pure, così consigliati da Guido dei Tarlati, vescovo d'Arezzo e loro alleato, mandarono a Ripafratta, posta al confine dello stato lucchese, tre nuovi ambasciatori a Luigi[149].

Castruccio, che non aveva rinunciato al progetto d'assoggettarsi Pisa, consigliò l'imperatore a non accogliere i deputati di quella repubblica, rifiutando il loro danaro e le loro offerte: e mentre i deputati tornavano a Pisa, li fece arrestare al passaggio del Serchio, protestando che li tratterebbe come ostaggi e li farebbe morire, se la patria loro non apriva le porte al re de' Romani[150]. Il vescovo d'Arezzo che aveva impegnata la sua fede per la loro sicurezza, chiese a Luigi che fossero posti in libertà. Con siffatta violazione del diritto delle genti, diceva egli, veniva compromessa la sua parola, sagrificato l'onore del monarca, e tutti gli antichi Ghibellini, spaventati da questa mancanza di fede, abbandonerebbero la causa del capo dell'Impero, invece di esporsi per la medesima. Tali dovevano essere per Luigi IV le conseguenze de' consigli di Castruccio, cui ciecamente si abbandonava. Il capo dell'Impero, soggiugneva il vescovo d'Arezzo, avrebbe dovuto ricordarsi che la sua politica niente aver doveva di comune con quella d'un usurpatore, che tutto sagrificava all'interesse personale ed al bisogno presente, d'un tiranno pel quale il ben pubblico, l'onore, la probità, la riconoscenza e la speranza non erano che nomi vuoti di senso. Castruccio irritato rispose con violenza che non s'aspettava ad un vile il dirigere i guerrieri, nè ad un traditore il predicare la virtù: che il vescovo d'Arezzo colle sue pratiche coi Fiorentini era bastantemente convinto di mala fede o di piccolo cuore, e che s'egli avesse voluto attaccare Fiorenza dalla banda delle montagne, mentre Castruccio la stringeva dalla parte del piano, il partito guelfo sarebbe in Toscana affatto spento. In questa calda disputa Luigi si decise per Castruccio[151]. Guido dei Tarlati abbandonò all'istante il campo imperiale e la causa di Luigi; ma col cuore ulcerato dall'indegnità del trattamento fattogli, dall'ingratitudine de' suoi amici e dai rimorsi di avere portate le armi contro la chiesa, fu sorpreso da grave malattia che lo condusse a morte in capo a pochi giorni mentre trovavasi a Montenero. Gli Aretini che erano stati felici sotto il di lui governo, affidarono la carica di capitano della loro città ad uno de' suoi nipoti, Pietro Saccone Tarlati, signore di Pietramala, il più valoroso de' gentiluomini che conservavano tuttavia inviolata la loro indipendenza nelle montagne[152].