I Fiorentini irritati dalle vessazioni di Filippo da Sangineto, dal saccheggio di Pistoja, e dal vedere che la sovranità di quella terra veniva riservata al duca di Calabria, avevano rifiutato di approvisionarla a loro spese. Pure quando videro Castruccio disposto ad intraprenderne l'assedio, pentiti della loro ostinazione, adunarono una forte armata per vittovagliare Pistoja, difesa da trecento cavalieri e da mille fanti al loro soldo, sussidiati dai Guelfi della città[165]. Il 13 luglio l'armata Fiorentina composta di due mila seicento cavalli, e secondo alcuni di circa trenta mila pedoni[166], s'avvicinò alla città assediata, mandando a sfidare Castruccio a battaglia. Il signore di Lucca accettò garbatamente il guanto della sfida, e fissò il giorno ed il luogo della battaglia; ma perchè egli non aveva da opporre all'armata nemica che mille seicento cavalieri, invece di prepararsi alla battaglia, approfittò dell'indugio per fortificarsi nel suo campo, rendendone l'attacco quasi impossibile. Quando i Fiorentini nel giorno convenuto ebbero aspettato alcun tempo l'armata lucchese nel piano, e s'accorsero d'essere stati beffati, tentarono di forzarla ne' suoi trincieramenti, ma ne furono respinti con qualche perdita. Pensarono allora di obbligare Castruccio a levare l'assedio per venire a difendere i suoi stati trasportando improvvisamente la guerra nello stato di Pisa che mise a fuoco e sangue. Ma sapendo Castruccio che Pistoja non aveva vittovaglia che per pochi giorni, lasciò guastare le campagne e non abbandonò la sua posizione. In fatti gli assediati scoraggiati dalla partenza dell'armata guelfa, capitolarono, ed aprirono le porte della città al signore di Lucca il 3 agosto del 1328[167].
«Quando Castruccio, dice il Villani, ebbe riacquistata Pistoja per suo grande senno e studio e prodezza,... tornò alla città di Lucca con grande trionfo e gloria, e trovossi in sul colmo d'essere temuto e ridottato e bene avventuroso di sue imprese più che fosse stato nullo signore o tiranno italiano, passati molti anni; e con questo signore della città di Pisa e di Lucca e di Pistoja e di Lunigiana e di gran parte della Riviera di Genova di levante, e trovossi signore di più di trecento castella murate. Ma come a Dio piacque il quale per debito di natura ragguaglia il grande col piccolo, e 'l ricco col povero, per soperchio di disordinata fatica prese nell'oste a Pistoja, stando armato, andando a cavallo e talora a piè a sollecitare le guardie o a' ripari della sua oste, facendo fare fortezze e tagliate, e talora cominciava colle sue mani, acciò che ciascuno lavorasse al caldo del sole Leone, sì li prese una febre continua, onde cadde forte malato. E per simile modo molta buona gente di Castruccio ammalarono.»
Il più ragguardevole personaggio che perì vittima di quest'epidemia sotto gli occhi di Castruccio, fu Galeazzo Visconti, già signore di Milano. L'imperatore lo aveva, ad istanza del signore di Lucca, posto in libertà il 25 marzo unitamente alla sua famiglia, e Galeazzo in allora militava sotto le insegne del suo protettore[168]. Fu sorpreso dall'epidemia nella rocca di Pescia, ove quest'uomo, ch'era stato signore di Milano e di altre sette grandi città, cioè Pavia, Lodi, Cremona, Como, Bergamo, Novara e Vercelli, ridotto alla condizione di povero soldato, morì in pochi giorni miserabilmente e scomunicato.
Frattanto la malattia di Castruccio facevasi pericolosa in modo, ch'egli stesso, conoscendo vicino il termine de' suoi giorni, dispose de' suoi beni, lasciando ad Enrico, suo maggior figliuolo, il ducato di Lucca nel modo che lo aveva istituito l'imperatore[169]. Ordinò che subito morto, questo suo figlio passasse a Pisa con un corpo di cavalleria per mettersene al possesso, e non prendesse il corrotto finchè non avesse assodata la sua sovranità. Dopo aver date tali disposizioni rese l'anima il sabato 3 settembre 1328.
Era Castruccio assai destro della persona, di grande e svelta statura, di aggradevole aspetto, ma sparuto e quasi bianco; aveva i capelli diritti e biondi e dolce la fisonomia; morì di quarantasette anni. Fra i tiranni ebbe nome di valoroso e magnanimo[170], saggio, accorto, pronto nel risolvere, instancabile nella fatica, valoroso nelle armi, antiveggente, felice nelle sue imprese, da tutti temuto. Ma nel corso di quindici anni in cui tenne il governo di Lucca, diede diverse prove della crudeltà del suo carattere. Diede in preda ad orribili torture i sospetti, e condannò ad atroci supplicj i suoi nemici. Sempre vago d'avere nuovi servitori e nuovi amici, non era riconoscente de' ricevuti beneficj; anzi pareva incrudelire maggiormente contro coloro che lo avevano ajutato ne' suoi bisogni, quasi volesse scaricarsi in tal modo di quanto loro doveva. Andava debitore ai Quartigiani del suo primo ingrandimento, ed abbiamo veduto che li condannò a crudele supplicio. I Poggi, altra famiglia lucchese, lo avevano tolto dalle mani di Neri della Faggiuola, e gli avevano aperta la strada alla sovranità; ed egli approfittò dell'opportunità di una privata quistione in cui ebbero parte, per far tagliare la testa a due di loro[171].
La morte di Castruccio fu a seconda de' suoi ordini tenuta nascosta fino al giorno 10 di settembre, nel qual tempo il suo maggior figliuolo corse colla cavalleria le città di Lucca e di Pisa, rompendo i Pisani ovunque tentarono di opporgli resistenza. Tornò poscia a Lucca per assistere ai funerali del padre, che fu con grandissima pompa sepolto il giorno 14 di dicembre nel convento de' frati minori di san Francesco[172].
Estremo fu il giubbilo de' Fiorentini allorchè seppero la morte di Castruccio. Lo stesso Luigi di Baviera, privo de' consigli e dell'appoggio di Castruccio, più non era per loro un terribile nemico. Sapevano che rimasto senza di lui in Roma non d'altro erasi occupato che di vane e ridicole cerimonie; che colle imprudenti sue invettive contro il papa e contro la chiesa aveva disgustati i suoi più fedeli partigiani; che aveva trascurato il momento più opportuno di attaccare il regno di Napoli; che le truppe del re Roberto eransi avanzate ad insultarlo fino ad Ostia; che un corpo de' suoi cavalieri era stato distrutto fra Todi e Narni; che i Romani stanchi di averlo nella loro città, ed irritati dalle contribuzioni che loro imponeva grandissime, eransi battuti coi suoi Tedeschi; e finalmente che, partendo da Roma il 4 di agosto per passare in Toscana assieme al suo antipapa, erano stati dalla plebe gravemente ingiuriati; gettati nel Tevere alcuni de' suoi soldati rimasti alla coda dell'armata; ed all'indomani accolti e creati senatori Bartoldo Orsino e Stefano Colonna, ch'erano tornati in Roma coi Guelfi[173].
Intanto erasi l'imperatore avanzato fino a Todi con due mila cinquecento cavalli, disponendosi a tenere la strada d'Arezzo per attraversare la Toscana. Egli pensava di assediare Firenze prima che potesse vittovagliarsi col vicino raccolto; nel qual caso avrebbe potuto ridurla a difficili circostanze. Ma lo rimosse da questo progetto una flotta siciliana giunta ne' mari di Toscana sotto il comando di don Pedro, figliuolo del re Federico, che aveva con se mille cento cavalieri catalani o siciliani. Don Pedro ricordava all'imperatore la concertata spedizione col re di Sicilia contro Roberto re di Napoli, affrettandolo a riprendere la strada del regno. In fatti Luigi tornò alquanto addietro per avvicinarsi al mare: incontrò a Corneto don Pedro, ed i due principi si caricarono a vicenda di rimproveri. Luigi accusava il Siciliano d'essere venuto troppo tardi; e questi rinfacciava all'imperatore d'avere troppo presto abbandonati i suoi progetti. Fecero non pertanto assieme qualche impresa nelle Maremme; ma trovandosi Luigi a Grossetto, ebbe notizia il 18 settembre della morte di Castruccio, e di quanto suo figliuolo Enrico aveva fatto in Pisa; onde partì all'istante per riavere questa città, che si affrettò di aprirgli le porte per liberarsi dal giogo dei Lucchesi[174].