Quando moriva Castruccio, Luigi di Baviera perdeva un altro de' suoi consiglieri e de' suoi confidenti, Marsilio di Padova, il teologo controversista che aveva combattuta l'autorità dei papi, ed aveva avuta grandissima parte ne' processi cominciati in Roma contro Giovanni XXII[175]. Il giorno 9 di novembre morì ancora Carlo, figliuolo del re Roberto, duca di Calabria e signore dei Fiorentini. Costui non lasciava che due figliuole[176]; ed il re suo padre non aveva altri figli, di modo che questa casa, già da tanto tempo la protettrice del partito guelfo, pareva vicina al suo fine. Perciò i più zelanti Guelfi di Fiorenza ne furono estremamente afflitti; ma il popolo rallegravasi di veder terminato, prima che spirasse il termine convenuto, l'arbitrario e concussionario governo de' Pugliesi. Trovavasi felice nel vedersi liberato da un signore nè valoroso nè prudente, e che chiamato a difendere Firenze nelle più difficili circostanze aveva dissipati i tesori dello stato non pensando che a vane ostentazioni ed a' suoi piaceri[177].

La morte suole di rado recar soccorso agli sventurati quando gemono nel colmo delle sofferenze; più raramente ancora ferisce colui contro del quale i voti degli uomini invocano la vendetta del cielo. I suoi inaspettati decreti colgono il giusto, le di cui virtù eccitano il più vivo rammarico, mentre il grande colpevole non cade che quando i suoi delitti incominciano ad essere obbliati. Ma nella storia fiorentina la morte ci si presenta più volte quale liberatrice della repubblica. La morte d'Enrico VII salvò Firenze dalla collera di questo provocato imperatore; la morte di Castruccio la liberò dal più valoroso guerriero, dal più profondo politico, dal più temuto di tutti i suoi nemici; la morte del duca di Calabria la sottrasse al dominio de' Napoletani nel momento che più non aveva bisogno de' loro soccorsi.

CAPITOLO XXXII.

Grandezza di Firenze. — Ritirata di Luigi di Baviera e ruina de' suoi alleati. — Campagna in Italia di Giovanni di Boemia.

1328 = 1333.

Alla morte di Castruccio incomincia un'altra delle più gloriose epoche della grandezza di Firenze, la quale, liberata da così potente nemico, dominò tutta l'Italia col vigore de' suoi consigli e colla profonda sua politica. Sempre disposta a proteggere i deboli e gli oppressi, sempre apparecchiata ad opporre agli usurpatori un'insormontabile resistenza, la signoria fiorentina si considerò quale custode dell'equilibrio politico d'Italia specialmente destinata a conservare ai sovrani la loro indipendenza, ai popoli il proprio governo.

D'uopo è ricercare nello stesso carattere di una nazione i motivi dell'abituale condotta del suo governo, e specialmente quando il governo è democratico. Le qualità caratteristiche de' Fiorentini li rendevano acconci a sostenere le luminose parti che avevano preso a rappresentare, e l'Atene d'Italia ricordò quella di Grecia non meno per l'ingegno del suo popolo, che pei capi d'opera che produsse.

Tra i popoli italiani risguardavasi il fiorentino come il più accorto; motteggiatore nelle brigate, coglieva con vivacità il ridicolo; quando trattavasi di affari, la sua perspicacia mostravagli la più breve e facile via per conseguire l'intento, i vantaggi e la difficoltà d'ambo i lati; nella politica indovinava i progetti de' suoi nemici, prevedeva le conseguenze delle loro azioni, e la serie degli avvenimenti. Non pertanto il suo carattere era più fermo, e la sua condotta più misurata assai che non sarebbesi potuto presumere da tanta vivacità. Lento a risolvere, non intraprendeva cose pericolose che dopo lunghi consigli; ma quando vi si era impegnato, non si lasciava smuovere dai più gravi ed impreveduti disastri. Nelle cose delle lettere i Fiorentini univano alla prontezza la forza del raziocinio, alla filosofia la giovialità, la facezia alle più sublimi meditazioni. La profondità del carattere aveva presso questo popolo conservato l'entusiasmo, ed il motteggio ne aveva formato il gusto; la severità del pubblico contro il ridicolo aveva stabilita intorno alle lettere ed alle arti una non meno severa legislazione.