I signori di Lombardia attaccando il re di Boemia, trovarono d'avere per loro nemici i nemici del re Roberto e dei Fiorentini. I più ostinati capi delle parti guelfe e ghibelline facevano la guerra ad un principe, che dicevasi alleato ad un tempo dell'imperatore e del papa. Il risentimento delle antiche ingiurie, e perfino l'odio dei repubblicani contro i tiranni fecero luogo momentaneamente all'interesse immediato; e si vide con istupore una lega firmata in settembre del 1332 tra i signori ghibellini di Lombardia, la repubblica fiorentina ed il re di Napoli. Voleva la salvezza d'Italia che si allontanasse dal suo centro un principe che aveva fatta coll'imperatore una nuova alleanza, e che poteva essere tentato di cedere a questo monarca quegli stati che a lui non convenisse di conservare: voleva la tranquillità d'Italia che si regolasse la divisione di questi stati fra coloro che facevano la guerra al Boemo, onde un solo non approfittasse degli sforzi di tutti, innalzandosi subitamente a troppa grandezza. Era necessario che dopo la conquista le potenze italiane si trovassero di nuovo in equilibrio, e che ciascuno, essendo proporzionatamente ingrandito, fosse pure in istato di difendere la propria indipendenza. Il trattato di divisione assegnava dunque Cremona e Borgo san Donnino al signore di Milano, Parma a quello di Verona, Reggio ai Gonzaghi signori di Mantova; Modena al marchese d'Este signore di Ferrara, e Lucca ai Fiorentini[245].

Sebbene Pavia non fosse compresa in questa divisione, fu la prima a scacciare la guarnigione del re. I Beccaria, capi in questa città del partito ghibellino, se ne fecero riconoscere signori sotto la protezione di Azzo Visconti[246]. Negli stati di Modena e di Ferrara ove cominciò la guerra nello stesso tempo, i confederati ebbero la peggio, ed il territorio di Ferrara fu abbandonato al saccheggio dal principe Carlo di Boemia[247].

Il re Giovanni trovavasi a Parigi mentre suo figlio combatteva in Italia, ed aveva colà resa più intima la sua alleanza colla casa di Francia, facendo sposare sua figliuola all'erede della corona, Giovanni, figliuolo di Filippo VI[248]. Il re di Boemia andò in seguito a trovare il papa in Avignone, sebbene questa città appartenesse al re Roberto, suo principal nemico. Al primo vederlo il papa non si contenne dal rimproverargli le sue imprese d'Italia: ma avendo un amore veramente paterno per il cardinale Bertrando, vedeva nel re Boemo l'alleato del cardinale ed il nemico de' capi ghibellini di Lombardia, perlocchè diede favorevole udienza alla sua apologia, l'accolse con amore, e, dopo quindici giorni di segrete conferenze, gli promise tutto il favore della chiesa, e lo licenziò colmo di onori[249].

Da Avignone Giovanni tornò a Parigi per adunare i soldati promessi dal re di Francia, ed in gennajo del 1333 giunse a Torino con un'armata composta dal fiore della cavalleria francese. Filippo di Valois gli aveva prestati cento mila fiorini per montare questa truppa[250]. Il legato, sapendolo vicino, riprese coraggio, e attaccò di nuovo il Ferrarese; ruppe il 6 di febbrajo e fece prigioniere a Consandoli il marchese Nicolò d'Este, dopo il qual fatto intraprese l'assedio di Ferrara[251]. Ma l'armata della lega, che si era lentamente adunata, venne introdotta nella città assediata, prima che il legato ne avesse circostanziati avvisi; questa facendo un'impetuosa sortita dalla porta opposta a quella per cui era entrata, ruppe il 14 aprile del 1333 l'armata della chiesa, che aveva già ricevuto il rinforzo di sei cento cavalli di Linguadocca, comandati dal conte d'Armagnac, che fu fatto prigioniere con molti altri gentiluomini bolognesi, varj signori di Romagna, ed alcune migliaja di soldati[252].

I marchesi d'Este speravano di cambiare il conte d'Armagnac contro il loro fratello caduto in mano de' nemici nel fatto di Consandoli; ma il borioso Guascone pretese avere sortiti più illustri natali del marchese di Ferrara, e non volle essere cambiato contro di lui[253]. I signori Romagnuoli avendo chiesti al legato alcuni sussidj pecuniarj per liberarsi dalla prigionia, ed essendo stati loro negati, ne furono fieramente irritati, onde i capi della lega li rilasciarono tutti senza taglia con circa due mila loro vassalli e compatriotti[254]. Per lo che questi signori, entrando in Romagna, sollevarono i popoli. Francesco degli Ordelaffi entrato in Forlì il 19 di settembre, nascosto entro un carro di fieno, adunò in sua casa i suoi amici ed antichi servitori, ed attaccò alla loro testa la guarnigione guascona del cardinale, e scacciatala di città, ricuperò in tal modo la perduta sovranità. Il Malatesta presentossi il 22 di settembre innanzi a Rimini con duecento cavalli e gli furono aperte le porte dai suoi partigiani. Quasi nello stesso tempo si ribellò Cesena; ed Ostasio e Ramberto da Polenta sommossero Cervia e Ravenna. In una parola tutta la Romagna era sossopra; ed il re Boemo, chiamato a Bologna dal Legato, invece di calmare queste rivoluzioni, accresceva colla sua presenza il malcontento de' Bolognesi, e li disponeva a tentare qualche novità contro la chiesa[255].

Quando il re Giovanni si accorse che il legato era entrato di lui in sospetto, lasciò Bologna per tornare a Parma. Andò pure due volte a Lucca per levarvi una contribuzione, e per calmare una sedizione eccitata dai figli di Castruccio. Volle in quest'occasione che i Lucchesi gli giurassero individualmente fedeltà, per il quale atto conobbe che i cittadini atti alle armi non erano che quattro mila quattrocento cinquantotto; la guerra e la tirannide avevano spopolata questa un tempo così fiorente città[256]. Intanto Giovanni rifletteva dispettosamente alla sua mutata fortuna in Italia: tutti i popoli diffidavano di ogni suo movimento; ogni giorno aveva avviso di nuove perdite de' suoi alleati, o di ribellioni de' suoi sudditi: e quelli che conservavansi fedeli, non erano fra loro vincolati da verun interesse, nè il suo partito era animato da uno stesso spirito. In conseguenza di tali osservazioni, prese bruscamente la risoluzione di abbandonare i suoi stati d'Italia dopo averne raccolto tutto il danaro che potrebbe cavarne. Entrò dunque in trattato coi capi di parte di ogni città per ceder loro il principato; e vendette ai Rossi, nobili parmigiani, le città di Parma e di Lucca per trentacinque mila fiorini, Reggio alla casa di Fogliano, Modena a quella de' Pii, e Cremona a Ponzino Ponzoni. Allora riuniti i suoi soldati tedeschi in un corpo, mandò suo figlio a governare la Boemia, ed egli tornò a Parigi per vaghezza di farsi distinguere ne' festini e ne' tornei. Abbandonò l'Italia il 15 ottobre del 1333, dopo avervi esercitata per tre anni una influenza, cui non sembrava chiamato dalla posizione de' suoi stati[257].

CAPITOLO XXXIII.

Mastino della Scala s'innalza sopra le ruine del re di Boemia e del Legato Bertrando del Poggetto. — Viene abbassato dalle repubbliche di Fiorenza e di Venezia.

1333 = 1338.