Il vocabolo di Guelfo e di Ghibellino agitava ancora l'Europa dopo l'origine di quelle famose fazioni. Le abbiamo vedute passare dalla Germania in Lombardia ai tempi delle guerre civili tra Lotario III e Corrado II. Allora i Guelfi erano in pari tempo i difensori della chiesa e dei privilegi del popolo, mentre i Ghibellini erano i campioni delle prerogative dell'imperatore e della nobiltà. Le due fazioni vantavansi egualmente amiche della libertà e ne invocavano il nome, ma ne cercavano la guarenzia per due opposte strade; la prima voleva consolidare le costituzioni delle città, gli altri mantenere quelle dell'impero. Accordando loro intenzioni egualmente liberali, ci siamo preferibilmente attaccati prima ai Guelfi quando nel dodicesimo secolo opposero a Federico Barbarossa una generosa opposizione; in seguito ai Ghibellini quando nel tredicesimo secolo difesero con tanta fermezza gli eroici principj della casa di Svevia contro i pontefici impegnati a distruggerli. Forse mi verrà chiesto per quale parte desidero interessare i miei lettori nella prima metà del quattordicesimo secolo, e sono obbligato di confessare la mia trista imparzialità. Per lo storico contemporaneo è un merito quello di non ascoltare le passioni che tuttavia si agitano intorno a lui e di giudicare con severa imparzialità; ma quando que' popoli più non esistono o sono spente le fazioni, quando veruno interesse presente non può dipendere da dispute già abbandonate, solo la giustizia e la virtù ci guidano nella scelta, e lo storico ed il lettore sono dolenti se debbono rimanere imparziali. I nomi di Guelfo e di Ghibellino omai più non erano nella prima metà del quattordicesimo secolo che un'eredità di antico odio. I figli si facevano la guerra perchè i loro padri eransi combattuti, perchè rimanevano delle antiche offese da vendicare e del sangue da lavarsi col sangue. Questi odj sonosi spenti, le famiglie rivali o più non esistono o più non rammentano le antiche offese; e la storia delle loro contese non offre da ambe le parti che delitti e violenze. I Guelfi alleati de' Francesi non sapevano meglio mantenere l'indipendenza d'Italia, di quello che si facessero i Ghibellini alleati de' Tedeschi. Ogni fazione contavasi un numero press'a poco eguale di tiranni e di repubbliche. I marchesi d'Este a Ferrara, i Carrara a Padova, a Parma i Rossi, ed i Malatesta a Rimini appartenevano al partito guelfo. La sorte, gli è vero, fece sorgere più grandi uomini tra le famiglie ghibelline. Più tardi la potenza degli Scala e dei Visconti associò il timore della tirannide al nome della parte ghibellina. In sul finire dello stesso secolo vedremo questa lunga lotta assumere un carattere più nobile, e confondersi con quella dei repubblicani contro il despotismo. Fiorenza, che stava alla testa del partito guelfo, associò ben tosto alla difesa di questo partito la difesa della libertà ed illustrò colle sue virtù una causa che più non era raccomandata dal nome de' papi e dall'interesse della chiesa.
I Fiorentini, dopo essere stati due volte spaventati dalla discesa in Italia di Luigi di Baviera e dalla subita grandezza del re Giovanni di Boemia, credevano di più non aver nulla a temere. Erano ancora, a dir vero, impegnati in una guerra; ma l'avevano incominciata spontaneamente, sperando di accrescere lo stato con facili conquiste. I nemici da loro attaccati non potevano diventare pericolosi, ed era inevitabile e prossima la loro caduta. Tranne la sola città di Lucca, che avevano preso a sottomettere colle armi, tutto il rimanente della Toscana domandava loro alleanza. I Pisani erano indeboliti dalle fazioni tra i soldati ed il popolo, ed avevano scelto arbitro il vescovo di Fiorenza onde terminare coi Sienesi una guerra, nella quale avevano presa parte per il possedimento di Massa di Maremma. Gli Aretini vivevano tranquilli sotto il governo di Pietro Saccone de' Tarlati. Erano strettamente legate con Fiorenza pel comune interesse della parte guelfa le repubbliche di Perugia e di Siena; mentre le più piccole città di Pistoja, Volterra, Colle e san Gemignano erano piuttosto suddite che alleate della signoria di Fiorenza. In mezzo a tanta prosperità i Fiorentini si abbandonavano alla loro inclinazione pei piaceri. Due compagnie d'artigiani diedero tutto un mese feste e spettacoli nelle strade. Talora vedevansi scorrere la città in abito uniforme col capo coronato di ghirlande di fiori, e un'allegra musica dirigeva i loro misurati passi; altra volta si disputavano nelle pubbliche piazze il premio delle giostre e de' tornei; finalmente intrattenevano spesso il popolo cogli spettacoli, ne' quali la pittura, la poesia, la musica dovevano parlare insieme all'immaginazione e preparare da lontano il risorgimento del teatro. E per tal modo si andava sviluppando quello squisito gusto delle arti, quel genio creatore che doveva sollevare i Fiorentini tanto al di sopra degli altri popoli d'Italia[258].
Ma ben tosto tenne dietro a queste feste una grande calamità: il primo di novembre del 1333 cominciò a piovere con tanta furia, sia in Fiorenza, come in tutte le valli dell'Appennino che tributano le loro acque nell'Arno, che le cataratte dei cieli parvero aperte ed il popolo nuovamente minacciato da un generale diluvio. Onde tutta la gente vivea in grande paura suonando al continuo per la città tutte le campane delle chiese, infino che non alzò l'acqua, e in ciascuna casa bacini o pajuoli con grande strida gridando a Dio misericordia, misericordia, per le genti che erano in pericolo, e fuggendo le genti di casa in casa e di tetto in tetto, facendo ponti da casa in casa, onde era sì grande il rumore e 'l tumulto che appena si poteva udire il suono del tuono. Per la detta pioggia il fiume d'Arno crebbe in tanta abbondanza d'acqua, che prima onde si muove scendendo dell'Alpi con grandi ruine ed impeto sì che sommerse molto del piano di Casentino; e poi tutto il piano d'Arezzo e di Valdarno di sopra, per modo che tutto il coperse d'acqua. La Sieve soverchiò le sponde con non minore violenza ed allagò tutto Mugello. Ogni piccolo ruscello che metteva nell'Arno sembrava un gran fiume. Tutti i mulini, tutte le case fabbricate lungo i fiumi, tutti gli alberi piantati sulle loro rive furono sradicati e strascinati dall'impeto dell'acque. Le acque che già sollevavansi otto in dieci braccia al di sopra dei piani, urtavano con istraordinaria forza contro le mura di Fiorenza. Finalmente il quarto giorno atterrarono il muro ed entrarono in città per il corso de' Tintori dopo aver fatta nel muro una breccia larga cento braccia. In pari tempo caddero tre dei quattro ponti che attraversavano l'Arno: l'acqua inondava tutta la città, e molte case scosse dall'impeto delle acque caddero sepellendo gli abitanti sotto le loro ruine, e quelle che rimanevano in piedi erano riempite da una fetida melma. I magazzini di questa ricca città mercantile furono quasi tutti distrutti dalle acque. Incalcolabile fu il danno de' privati, e quello che cadde a carico del governo sorpassò due cento cinquanta mila fiorini. Finalmente le acque alzandosi sempre più in città, le mura non ne sostennero il peso, e nella notte del 5 al 6 novembre cadde la muraglia d'Ogni Santi, e per la fatta breccia di quattrocento cinquanta braccia l'acqua scolò verso pian d'Arno di sotto.
Tutta la Toscana fu ruinata da così terribile allagamento, i piani vennero coperti dalle acque, le colline e le montagne spogliate del loro terreno; molti villaggi furono affatto distrutti dalla violenza de' torrenti, e tutti i seminati perduti. Pisa, situata in più basso luogo di Fiorenza, trovandosi circondata da un ampio lago, non si sottrasse a più grande infortunio che per la nuova strada che le acque si aprirono al di sotto della città: una metà si rovesciò nell'Arnaccio e venne a sboccare presso Livorno, mentre l'altra metà si aperse una diritta strada nel letto del Serchio[259].
Le finanze fiorentine erano rifinite per le immense perdite che lo stato ed i particolari avevano fatto; i cittadini vedevansi scoraggiati da un flagello che sembrava un castigo del cielo; la città trovavasi aperta per due enormi rotture, e le comunicazioni erano chiuse tra un quartiere e l'altro da case ruinate o interrotte per la caduta de' ponti principali. Se in tali circostanze un successore di Castruccio avesse avuta parte della sua audacia o della sua attività, la città di Fiorenza poteva essere facilmente sorpresa. Ma i signori ai quali il re di Boemia aveva venduti i suoi stati, erano occupati a difendere il proprio, non che pensassero ad occupare quel d'altri; e gli stessi pericoli della loro posizione non permettevano loro di pensare ad imprese che avrebbero potuto liberarli dalle presenti angustie. In settembre avevano fatto un trattato d'alleanza col cardinale Bertrando del Poggetto. I signori di Parma, Lucca, Reggio, Modena e Cremona ed il legato eransi vicendevolmente obbligati a difendersi contro i limitrofi nemici[260]. Ma il legato, capo di questa confederazione, più non comandava allo spirito di partito, non era più l'arbitro di quell'antica potenza di opinione che lo aveva per sì lungo tempo secondato in Italia. Tutti gli occhi erano aperti su gl'interessati motivi della sua condotta; gli entusiasti si erano disingannati; i popoli sospiravano l'istante di scuotere il giogo; la Romagna era sollevata, ed il malcontento de' Bolognesi andava ogni giorno facendosi maggiore.
Bertrando del Poggetto, gettando in Bologna i fondamenti di una fortezza, col di cui mezzo tenersi la città soggetta, aveva adoperata l'astuzia perchè il popolo non si opponesse alla sua costruzione. Andava dicendo che il papa, stanco del soggiorno d'Avignone, pensava di tornare in Italia, onde fabbricava per lui questo palazzo; ma quando i muri cominciarono ad essere capaci di difesa, vi alloggiò i suoi soldati di Linguadocca ed aggravò il giogo sopra una repubblica ancora gelosa della sua libertà.
Due fazioni esistevano da molto tempo in Bologna; una, che da principio aveva favorite le viste del legato, era diretta da Taddeo de' Pepoli, il più ricco ed ambizioso cittadino della repubblica; l'altra, più favorevole alla libertà, aveva per capi Brandaligi dei Gozzadini, e Collazzo di Beccadelli colle loro famiglie. Questi si proposero prima degli altri di scuotere il giogo che pesava sopra la loro patria, ed in principio del 1334 concertarono col marchese d'Este, capo dell'armata della lega, i mezzi di sollevare Bologna.
Il marchese d'Este, dopo essersi impadronito del castello d'Argenta, spinse la sua armata sopra Cento per obbligare il legato a venirgli incontro. Di fatti la guarnigione dei Guasconi che teneva in rispetto i cittadini di Bologna, uscì il 17 marzo per attaccare i Ferraresi. Questo era l'istante aspettato da Brandaligi e da Collazzo per richiamare il popolo alla libertà. Vennero sulla piazza del Pretorio colla spada in mano. «Alle armi, gridarono, cittadini di Bologna, prendete le armi e seguiteci; finalmente è giunto l'istante in cui il nostro coraggio può bastare a scuotere il giogo della tirannide. Un'armata straniera attraversa le vostre campagne; questi soldati, nemici del vostro tiranno, sono i vostri vindici. Quali preferite voi di combattere? essi, o i Guasconi che vi opprimono? esporrete voi la vita per vivere schiavi o per vivere liberi? Armatevi, perchè convien scegliere; armatevi perchè il tiranno vuole mandarvi contro i Ferraresi, se voi rifiutate di marciare con noi. Osservate le prigioni ch'egli ha fabbricate nella sua fortezza, osservate i patiboli innalzati sulle vostre mura; queste, se vincete con lui, sono le ricompense che vi aspettano. Ma noi, se abbiamo il vostro appoggio, apriremo al popolo quel palazzo in cui i vostri ed i nostri padri, ove noi stessi e voi rendemmo liberamente giustizia quando la repubblica sussisteva nella sua gloria, quando noi non conoscevamo ancora la cupidigia del prete francese, nè la brutale insolenza e l'impudicizia de' suoi soldati. Noi, le di cui dimora e famiglie sono conosciute, le di cui case verranno bruciate e le proprietà confiscate se siamo perdenti, noi tutto allegramente esponiamo per la libertà: fate voi lo stesso; voi che arrischiate meno di noi».
Di mezzo alla folla si udì rispondere a questo discorso il grido di viva il popolo, muoja il legato, muoja il tiranno iniquo e crudele. I Guasconi sparsi per le contrade furono uccisi, gli altri fuggirono verso la fortezza, abbandonando la guardia delle porte che vennero aperte al marchese di Ferrara. Il popolo condotto da Colazzo e da Brandaligi diede un primo assalto a questa fortezza in cui erasi chiuso il legato, e non essendo riuscito ad atterrarne le porte, o a sormontarne le mura, prese a farne regolarmente l'assedio[261].
I Fiorentini, avuto avviso dello stato in cui trovavasi il legato, mandarono a Bologna quattro ambasciatori e trecento cavalli per prendere il prelato sotto la loro protezione. Bertrando del Poggetto, quale signore di Bologna, era stato loro nemico; ma quando conobbero il suo pericolo, non lo risguardarono sott'altro aspetto che di rappresentante della chiesa. Gli ambasciatori trattarono con lui e col popolo che lo assediava; il legato abbandonò di buon grado la sua fortezza che non poteva lungo tempo difendere, e che, abbandonata ai Bolognesi, fu dal popolo immediatamente spianata. I Fiorentini coprirono la ritirata del legato che prese la strada della Toscana co' suoi soldati. La salvaguardia mandatagli dalla repubblica potè a stento salvarlo dalla rabbia degli abitanti della campagna che si affollavano lungo la strada, e volevano vendicarsi della sua lunga tirannia[262].