Bertrando trovò a Firenze un'ospitalità che avrebbe dovuto fargli dimenticare il suo precedente malcontento contro la repubblica: pure si pretende che giunto in Avignone adoperasse ogni mezzo per ridurre il papa, suo zio, a far vendetta di coloro che gli avevano salvata la vita; ma il regno di Giovanni XXII non durò ancora tanto, perchè Bertrando, valendosi del credito che aveva grandissimo presso il pontefice, potesse far pentire i Fiorentini della protezione che gli avevano accordata.

Giovanni XXII morì in Avignone il 4 dicembre del 1334, dopo un lungo regno, durante il quale aveva scandalizzata tutta la cristianità. Tale era stata la sua avarizia, che lasciò, morendo, un tesoro di dieciotto milioni di fiorini in danaro, e di sette milioni in gioje ed in vasi di chiesa[263]: aveva raccolte tante ricchezze colla riserva de' beneficj vacanti in tutti i paesi cristiani de' quali percepiva i primi frutti. Fu questo papa che attribuì alla santa sede il diritto esercitato prima dalle chiese di nominare esse medesime i proprj pastori; e la simonia che presiedeva a queste elezioni eccitò l'universale malcontento. Ma la condotta del papa in Italia, la perfidia e la crudeltà de' suoi agenti per conseguire gli ambiziosi loro fini, accrescevano a dismisura l'indignazione dei popoli. La persecuzione di Luigi di Baviera aveva stomacata tutta la Germania, ed un grido universale si alzava contro tante ingiustizie e parzialità; quando finalmente per mettere il colmo allo scontentamento della chiesa, la stessa fede del papa cadde in sospetto d'eresia ed i devoti unirono le loro imprecazioni alla furia de' mondani contro di lui.

Alle sue passioni politiche univa Giovanni XXII il gusto delle discussioni teologiche, ed un grandissimo acume per seguirle. La chiesa non aveva ancora deciso come un punto di domma quale fosse lo stato delle anime de' beati dopo la loro morte fino alla fine del mondo. Giovanni XXII, persuaso che soltanto l'ultimo giudizio doveva aprir loro le porte della celeste gloria, teneva per indubitato che fino a quel gran giorno le loro anime non vedrebbero Dio in tutta la sua gloria; egli incoraggiava i teologi a disaminare tale quistione e ricompensava coi benefizj coloro che nelle scritture o nelle prediche sostenevano la sua opinione; ma in breve incontrò una opposizione assai maggiore che non si aspettava. La sua credenza che sembrava a principio indifferente, poteva avere sulle entrate della chiesa le più tristi conseguenze: siccome negava alla Vergine Maria, agli apostoli ed a tutti i santi l'ingresso in cielo prima della fine del mondo, attaccava i fondamenti della dottrina delle indulgenze, delle messe per il riposo delle anime, dell'invocazione e della intercessione dei santi, e per ultimo del fuoco del purgatorio. I Tedeschi e gl'Italiani si affrettavano di appigliarsi a questo pretesto per domandare la convocazione di un concilio generale che avrebbe deposto il papa come colpevole d'eresia, e sottratta ad un tempo la chiesa all'influenza della Francia[264]. Filippo di Valois, per prevenire le loro pratiche, credette di costringere egli stesso il papa a rinunciare alle proprie opinioni. Ottenne perciò una decisione dei teologi di Parigi e dei cardinali in favore della beatifica visione, che comunicò al papa, dandogli ad intendere che al bisogno sarebbe stato costretto ad uniformarvisi[265]. Gli dichiarò inoltre che lo avrebbe trattato come eretico e fatto bruciare se non si ritrattava[266]. Spaventato il papa da tali minacce, permise che fosse riprovata la sua opinione, e la vigilia della sua morte pubblicò una dichiarazione con cui professava la credenza della visione beatifica, che dopo tale epoca diventò un domma della chiesa[267].

I cardinali adunati in Avignone furono subito chiusi in conclave in numero di ventiquattro; ma divisi in due fazioni non era sperabile che s'accordassero sollecitamente; però fino dal primo giorno dello scrutinio, volendo appositamente perdere il loro suffragio proponendo uno de' loro confratelli, che ognuno trovasse poco proprio a riunire tutti i suffragi, si trovarono unanimi nel designare l'uomo meno riputato del loro collegio, Giacomo Fournier, figlio d'un fornajo di Saverdun, chiamato il cardinal bianco perchè portava sempre l'abito di monaco Cisterciense. I cardinali che lo avevano nominato, il popolo cui venne annunciato ed il candidato che avevano allora adorato, rimasero egualmente maravigliati di tale elezione. Quest'ultimo non potè ritenersi dal dire ai suoi fratelli che i loro suffragi eransi riuniti a favore di un asino. Benedetto XII, che così fu chiamato il nuovo papa, era in fatti perfettamente digiuno di quella scienza di politica e di dissimulazione che tanto aveva prosperato nella corte d'Avignone; ma in ricompensa manifestò maggior amore per la pace, bontà e sollecitudine per la sua greggia, che non ne aveva mostrato alcuno di coloro che da oltre cinquant'anni avevano occupata la cattedra di san Pietro[268].

Il primo pensiere di Benedetto XII fu quello di riconciliare Luigi di Baviera colla chiesa, e di metter fine alla scandalosa disputa che il suo predecessore aveva provocata contra il capo della cristianità. Luigi fin dalle prime aperture che gliene furono fatte, si assoggettò a tutte le condizioni che gli furono imposte, e già stava per conchiudersi la pace, quando i re di Francia e di Napoli si diressero per impedirla a tutte le creature che avevano nel concistoro, e Filippo di Valois fece ancora in tutta la Francia mettere le mani sulle rendite de' cardinali, minacciandoli di confiscarne definitivamente i beni se si riconciliavano col Bavaro. Di fatti un'invincibile opposizione del concistoro ritenne il papa, e la negoziazione fu rotta[269].

Frattanto la guerra intrapresa dai Fiorentini, di concerto coi principi lombardi, si continuava con successo; i signori, cui il re Giovanni aveva venduti i suoi stati, da lui e dal legato abbandonati, si andavano successivamente sottomettendo, e trattavano coi capi della lega lombarda per cedere loro le città a vantaggiose condizioni. Cremona fu aperta al Visconti in maggio del 1334, e le altre città lombarde si diedero una dopo l'altra nell'estate del 1335. Ma durante questa campagna, i Fiorentini che mandarono costantemente e con ragguardevole spesa il loro contingente all'armata dei confederati, non riuscivano che a stento a far loro osservare le condizioni del primo accordo. I due più potenti confederati Visconti e della Scala tentarono più volte con segreti trattati d'impadronirsi delle città assegnate ai loro associati. Finalmente, colla mediazione de' Fiorentini, Piacenza, Cremona e Lodi furono occupate dal Visconti, Parma da Mastino della Scala, Reggio dai Gonzaga, e Modena dal marchese d'Este[270].

Tutti i confederati avevano in tal guisa ottenuto l'oggetto per cui intrapresero la guerra, tranne i Fiorentini, che, essendosi riservato l'acquisto di Lucca, avevano con poco vigore attaccata questa città per non guastare una provincia che doveva essere loro suddita e che speravano di avere con un trattato. I fratelli de' Rossi, signori di Parma e di Lucca, avendo venduta la prima di queste città a Mastino della Scala, erano disposti a trattare con lui ancora per la cessione della seconda, ed i Fiorentini per una imprudente confidenza permisero al signore, loro alleato, di condurre a termine una negoziazione così importante per loro, di modo che videro con piacere entrare in Lucca il 20 dicembre del 1335, di consentimento di Pietro de' Rossi che vi comandava, cinquecento cavalli di Mastino: ma questi non proponevasi nelle sue negoziazioni il solo vantaggio degli alleati[271].

I Rossi avevano trattato col solo Mastino, e poco loro importava che questi tenesse per sè la ceduta città o la dasse in mano de' Fiorentini. Il principe di Verona, i di cui stati stendevansi in allora dalle frontiere della Germania a quelle della Toscana, troppo ben conosceva di quanto vantaggio poteva essergli il possedere in questa provincia una città forte, per essere disposto a darla altrui. Fu appena signore di Lucca, che cercò di ravvivare in Toscana il partito ghibellino e di stendere la sua influenza sopra le città di Pisa e di Arezzo da lungo tempo attaccate a questa fazione.

Dominava in Pisa il partito democratico, il quale aveva posto alla testa della repubblica il conte Fazio o Bonifacio della Gherardesca. I plebei e gli uomini nuovi che componevano i consigli, non avevano ereditati i vecchi odj di famiglia da cui erano tuttavia animati i nobili; la loro politica era tutta fondata sopra le presenti circostanze e sopra le fresche alleanze, non già sull'affezione e le memorie della loro infanzia: essi avevano chiuse le porte a Luigi di Baviera; avevano vinti e cacciati dalla loro città i figliuoli di Castruccio; per ultimo avevano ricercata l'amicizia dei Fiorentini, i capi del partito guelfo. Ma i nobili, privati delle cariche, vedevano come cosa indegna la loro patria alleata cogli antichi loro nemici. Attaccavano essi tutta la gloria alla ricordanza delle antiche guerre contro i Guelfi, e l'odio contro quella fazione era il più vivo loro sentimento. Credevano interessati il loro onore e il loro dovere a conservare e trasmettere ai figliuoli quest'odio implacabile che avevano ricevuto dai loro padri; e purchè trionfasse il nome ghibellino, poco loro importava che il commercio della patria fosse florido o languente, che questa conservasse la libertà o venisse in mano di un principe. Trovavasi capo di questo partito Benedetto Maccaroni[272], il quale entrò ben tosto nelle viste di Mastino della Scala, accettando con riconoscenza i soccorsi offertigli da questo signore per restituire ai nobili ed ai Ghibellini l'antico potere.

Da una disputa che scoppiò nel consiglio, in cui dovevasi eleggere un cancelliere, Maccaroni prese motivo di chiamare il suo partito alle armi. Aveva desiderato che un accidentale avvenimento preparasse gli spiriti de' suoi partigiani senza dover loro confidare una trama, e col pronto soccorso promessogli da Mastino tenevasi sicuro della vittoria. Ma in questo inaspettato movimento, il conte Fazio prevenne i gentiluomini; egli occupò prima di loro la piazza del palazzo pubblico, e tese le catene che ne chiudevano le uscite per difenderla, mentre i gentiluomini aprivano le prigioni e bruciavano i libri de' crediti dello stato per guadagnarsi il favore della plebe. I due partiti vennero in seguito alle mani sulla piazza di san Sisto, ove i nobili ebbero la peggio: onde ritiraronsi lentamente verso la porta del lido che Maccaroni sperava di poter difendere finchè giungessero le truppe di Mastino. Diede avviso ai suoi compagni dell'imminente arrivo di questo ajuto onde rianimarli; ma essendosi passata la notizia anche all'opposto partito, molti cittadini che non avevano voluto prendere parte al primo combattimento, presero le armi per impedire che la loro patria non venisse in mano di Mastino della Scala, ed unitisi a Fazio, attaccarono i gentiluomini con tanto vigore che li cacciarono subito di città. I Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, e quasi tutte le famiglie dell'alta nobiltà furono esiliate[273].