Effettivamente il sistema feudale fu prima abolito in Italia che nelle altre province d'Europa. All'epoca presente questo sistema più non aveva veruna consistenza, sebbene i giuristi lo insegnassero ancora come parte della legge dello stato. Le repubbliche che si erano da principio moltiplicate in tutta l'Italia, non ebbero lunga durata; ed abbiamo già veduto tutte quelle della Lombardia e dello stato della chiesa cadute in potere di qualche tiranno. Ma questi nuovi signori, che poi ebbero il titolo di duca o di marchese, non andavano debitori della potenza loro a quell'antica costituzione del Nord da cui ebbe principio la nobiltà in tutto il resto dell'Europa; essi erano i figli di quelle città medesime di cui eransi fatti sovrani, e dal popolo riconoscevano la loro autorità. La democrazia, che precedette le nuove signorie, aveva dato un carattere più assoluto e dispotico al governo d'un solo, col rendere eguali in faccia al principe tutti i ranghi della nazione, e distruggendo tutti i privilegi di quegli ordini che avrebbero potuto impedire lo stabilimento del potere arbitrario. Vero è che i nuovi signori trovarono ben tosto conveniente di accrescere splendore alle loro corti col prestigio della nobiltà. Chiamarono presso di loro que' gentiluomini ch'erano stati avviliti ed oppressi, crearono cavalieri, chiesero agl'imperatori germanici diplomi di nobiltà pei loro favoriti, e per ultimo ne accordarono di propria autorità. Ma queste distinzioni dei cortigiani e le annesse prerogative avevano bensì gl'inconvenienti dell'antica nobiltà ma non gli utili: i nuovi nobili eccitavano la gelosia colle loro pretensioni, il disprezzo dei popoli coi loro depravati costumi; e perchè non erano uniti dallo spirito di corporazione e non avevano nè credito nè indipendenza, non potevano salvarsi dall'oppressione. Nè il favore del principe può dare una nascita illustre, nè la sua collera può toglierla; ma la nobiltà di creazione come viene accordata dalla libera volontà del padrone, dalla volontà del padrone può essere egualmente tolta.
Lo spirito cavalleresco, quella gloriosa eredità dei tempi feudali, di cui era depositaria la nobiltà, si andava distruggendo non meno nelle piccole monarchie che nelle repubbliche d'Italia: onde gli stimoli d'onore ed il valor militare vennero meno, e la destrezza montò in maggiore stima che il coraggio e la forza. È precisamente nel periodo di tempo di cui ci facciamo a descrivere la storia, che l'Italia, in confronto del resto dell'Europa, sembra priva d'ogni spirito di cavalleria. Il quattordicesimo secolo forma un'epoca assai gloriosa, feconda di grandi ingegni e non isprovveduta di virtù; ma gli uomini erano più diretti dal calcolo che dalle passioni, dall'interesse assai più che dal sentimento. Videsi allora crescere a dismisura la potenza mercantile, la cognizione politica, l'amore della libertà nel popolo; ma per lo contrario poco valore nella nazione, che affidava la propria difesa alle bande mercenarie de' Condottieri, poca fierezza nei caratteri, poca fedeltà nelle benevolenze e nelle alleanze, poco rispetto per la data promessa, per ultimo poco attaccamento al punto d'onore nella condotta. Il sistema d'equilibrio delle potenze d'Italia di cui si può attribuire l'invenzione a questo secolo, del quale cotal sistema è forse il più bel ritrovato; deve risguardarsi quale opera della più fina politica; ma di una politica affatto priva d'entusiasmo; sicchè in quel modo che il carattere degl'Italiani voleva che si cercasse quest'equilibrio, così era proprio del carattere spagnuolo l'aspirare alla monarchia universale.
Risguardare una vasta contrada, o una parte del mondo come un corpo sociale, di cui gli stati indipendenti sono i cittadini, ravvisare nell'oppressione d'un solo di questi cittadini una violazione del diritto di tutti; riconoscere che la distruzione di uno stato è una morte che minaccia la vita di tutti gli altri; essere persuasi che in un'associazione senza autorità centrale ogni individuo deve concorrere con tutte le sue forze al mantenimento della giustizia e del diritto delle genti; finalmente sentire la necessità di chiamare sopra di sè un male immediato e di prendere parte ad una guerra che potrebbe risguardarsi come straniera per impedire che altri siano oppressi, per non permettere una violenza, un assassinio dannoso ai rapporti sociali; gli è questo un nobile sistema che soltanto le repubbliche italiane erano degne di creare; è l'applicazione possibilmente più perfetta delle organizzazioni sociali al più grande dei corpi politici.
I Fiorentini, che diedero all'Italia i primi esempj delle più grandi e virtuose cose, sono probabilmente gl'inventori di questo sistema, e quelli che lo eseguirono con maggior zelo e costanza. Negli sforzi delle repubbliche pel mantenimento dell'equilibrio politico, negli sforzi de' principi per distruggerlo dobbiamo cercare la chiave di tutte le negoziazioni del quattordicesimo secolo, i motivi delle guerre e delle alleanze, la ragione dei subiti cambiamenti di partito, e di quel continuo movimento della politica, che forse impedisce al lettore di afferrarne l'insieme a colpo d'occhio. Tutti gli avvenimenti del secolo possono richiamarsi alla sola lotta in favore della libertà, ad un solo sforzo diretto ad impedire che taluno de' principi, che vedevasi crescere di potenza, non opprimesse l'Italia formandone una sola monarchia.
Ma il sistema dell'equilibrio politico è di sua natura un sistema di divisione, e per certi rispetti un sistema di debolezza: perciocchè impedisce ad una nazione di agire per riguardo alle altre come agirebbe se formasse un solo corpo, spesso consuma le proprie forze contro di sè medesima, mantenendo guerre d'Italiani contro Italiani, di Tedeschi contro Tedeschi; le quali guerre a' nostri giorni chiamansi civili, sebbene, propriamente parlando, non possano dirsi tali che quelle fra i cittadini di un medesimo stato. Gl'Italiani smembrati, soggiogati e resi inutili a respingere le straniere invasioni, si pentirono degli sforzi fatti dai loro padri per tener divisi gli stati, facendosi un amaro rimprovero di aver creduto di giovare alla libertà col procurare la divisione. I tempi eransi mutati, e con essi ancora la politica. Un popolo libero deve tutto riferire a sè medesimo, un popolo suddito deve rammentare che fa parte d'una nazione. Coloro che più non hanno patria, che più non riuniscono intorno ad un solo centro ogni loro desiderio di forza, di durata, di gloria, possono ancora riconoscere tra di loro i diritti della nascita e di un'origine comune; devono amare i loro fratelli, sebbene non possano risguardarli per loro concittadini, compiangere il sangue che si versa ed i tesori dissipati nelle guerre intestine: poichè non è per essi straniero colui che non appartiene al loro corpo politico, ma quello che ha una diversa lingua.
I più celebri poeti ed oratori rimproverarono ai senati che governavano le repubbliche italiane il sistema d'equilibrio politico, che, quantunque lungo tempo cagione della loro gloria e della loro prosperità, fu in appresso cagione della loro debolezza. Invidiavano la sorte della Spagna e della Francia, che, riunite sotto grandi monarchi, disputavansi le spoglie della divisa Italia, che vincevano di potenza, sebbene non la pareggiassero in popolazione o in ricchezza. Ancora nell'età nostra siamo disposti a ripetere lo stesso giudizio, ed a incolpare la politica degl'Italiani della loro debolezza e servitù. Ma noi ci scordiamo, che colla politica loro godettero due secoli di gloria e di prosperità, scopo immediato dei loro sforzi; e che se avessero abbracciato il contrario sistema, sarebbero probabilmente arrivati, per una diversa strada, ad una dipendenza ancora più grande.
Sotto principi che tentavano ogni giorno di soggiogarli, gl'Italiani erano minacciati d'immediata servitù; vero è ch'essi avevano cagione di temere egualmente il giogo degli stranieri sotto il quale caddero due secoli più tardi; ma quest'ultimo pericolo, conosciuto da chi vede la serie degli avvenimenti, non poteva in allora essere presentito. Le vicine nazioni non erano di que' tempi meno divise dell'Italia; ed il sistema feudale s'andava presso di loro snervando, senza far però luogo ad un più vigoroso principio d'organizzazione. Soltanto adombravansi talvolta dell'imperatore piuttosto per le antiche sue pretensioni che per l'attuale potenza. Questo residuo di timore dell'autorità imperiale, tenuto vivo dai papi, fu cagione delle prime guerre di cui dobbiamo occuparci in questo volume; ma queste stesse guerre, e le spedizioni in Italia di Luigi di Baviera e di Carlo IV manifestarono agl'Italiani l'estrema sproporzione tra le forze dell'imperatore ed i suoi diritti, manifestarono loro l'impotenza del corpo germanico nelle guerre offensive, gli angusti limiti entro i quali la costituzione di Germania chiudeva il potere del suo sovrano nominale, e l'impossibilità in cui era questi di scendere in Italia, se i Ghibellini italiani non gli aprivano essi medesimi le porte.
D'altra parte il re di Francia, sebbene assai più potente dell'imperatore, non aveva sotto di lui che metà delle province che parlano in francese. La Provenza apparteneva al re di Napoli, la Lorena, la Brettagna, la Borgogna, i Paesi Bassi erano governati da duchi quasi affatto indipendenti; e la Guienna e parte della Normandia erano del re d'Inghilterra. Una infelice guerra cogl'Inglesi, prodotta dalla successione dei Valois, consumava le province direttamente dipendenti dal re: nelle quali province per altro, non riconoscendo i grandi vassalli, i gentiluomini, i comuni un assoluto potere, impedivano al re di liberamente disporre degli uomini e delle ricchezze; onde appena egli s'attentava di accrescere alquanto le leggeri imposte che pagavano i suol sudditi e le forze militari, quando il regno veniva minacciato da grave pericolo: di modo che la stessa alleanza del papa, o a dir meglio il servaggio della corte pontificia in Avignone non bastava a rendere la Francia formidabile agl'Italiani.
La Spagna trovavasi in continue guerre coi Mori; i Greci, da lungo tempo inviliti, non erano più temuti; i Turchi non avevano ancora acquistata quella forza che li rese un secolo più tardi il terrore dell'Europa. L'Italia circondata da governi deboli e vacillanti vedeva soltanto di quando in quando sollevarsi nel suo seno un potere dispotico, e minacciare ad un tempo la propria libertà e l'indipendenza de' suoi vicini.
Più volte alcune piccole popolazioni erano state sottomesse dai Principi limitrofi; ma tali conquiste, che potevano un giorno formare dell'Italia una sola monarchia, furono sempre accompagnate da circostanze che facevano abborrire il governo monarchico: perciocchè ai popoli sottomessi era tolta ogni libertà, le persone e le proprietà più non venivano rispettate. Spenta affatto ogni virtuosa emulazione, ogni desiderio di gloria; que' cittadini cui i talenti, le ricchezze, i natali permettevano di aspirare alle più luminose cariche della loro patria, abbandonavano una città che precludeva ogni adito all'ambizione. Le ricchezze delle province erano assorbite dal vortice della nuova capitale; l'allontanamento de' proprietarj faceva languire l'agricoltura, siccome perivano il commercio per mancanza di ricchi consumatori, gli studj per difetto d'incoraggiamento: onde quella stessa città che lungo tempo sembrò troppa angusta per contenere le tempestose passioni de' suoi cittadini, non era più abitata che da uomini condannati ad un'oscura esistenza. Tale doveva senza dubbio essere la sorte di Venezia, di Firenze, di Pisa, di Genova, di Bologna, se i Scala o i Visconti avessero potuto conseguire il loro progetto di unire l'Italia sotto il loro dominio. La gloriosa emulazione fra tanti piccoli stati, fra tante piccole corti che cercavano di nascondere la debolezza loro sotto l'imponente apparato delle arti e delle lettere, non sarebbesi mantenuta così viva nell'unica capitale dell'Italia, ove una sola accademia avrebbe uniti o signoreggiati tutti i talenti, una sola cabala letteraria deciso del merito, l'intrigo avrebbe dirette le scuole delle arti del disegno, e tarpate le ali al genio; ovunque l'uomo, circoscritto da una regola uniforme, sarebbe stato assoggettato a regole generali alla moda ed alla mediocrità; infine l'Italia formante uno stato solo e governata da un solo padrone non avrebbe prodotti quei capi d'opera che, coprendo la sua vergogna, addolcirono i dolori del suo servaggio.