Se in questa lunga lotta per la libertà trionfava il partilo nemico dell'indipendenza de' piccoli stati; se Castruccio, Mastino, Bernabò, Giovan Galeazzo, e Ladislao di Napoli diventavano re di tutta l'Italia, è incontrastabile ch'essi avrebbero in breve conquistata tutta l'Europa. Le ricchezze accumulate dalla libertà non vengono immediatamente distrutte dal despotismo, e l'Italia sola era più ricca che tutti assieme gli altri paesi del cristianesimo; le armate furono in questo secolo più mercenarie di quel che lo fossero prima, o dopo: i Tedeschi che allora avevano voce di essere le migliori truppe, si sarebbero affrettati di porsi al soldo di un principe italiano; ed infatti li vedremo in questo medesimo secolo gareggiare coi Provenzali, coi Guasconi, coi Brettoni, cogl'Inglesi e gli Ungaresi per essere assoldati dai Visconti o dalla repubblica fiorentina. Un re d'Italia assoluto avrebbe guerreggiato con troppo vantaggio contro i sovrani feudali della Germania e della Francia; avrebbero realizzato il progetto tante volte rinnovato d'una monarchia universale, e gl'Italiani avrebbero come i Greci sotto Alessandro ottenuta un'efimera gloria in ricompensa della perduta libertà. Ma così vasto dominio non avrebbe avuto lunga durata, perciocchè crudeli disastri avrebbero seguito da vicino le subite conquiste. Il commercio, principalissima sorgente delle ricchezze degl'Italiani, non può fiorire che sotto gli auspicj della pace; perchè il commercio viene alimentato dall'agiatezza universale e non dal lusso dei pochi favoriti dalla fortuna. Nazioni più valorose dei loro conquistatori non avrebbero lungo tempo sofferto un giogo straniero; l'insolenza de' vincitori avrebbe reso più forte quell'odio che senza tali motivi divide le popolazioni che parlano un diverso linguaggio; ed una generale sommossa avrebbe rivendicata la schiavitù d'Europa. Ma quand'anche la vergogna de' vinti non si fosse lavata nel sangue italiano, lo spossamento e la debolezza sarebbero stati una necessaria conseguenza di troppo vaste conquiste. La Spagna non potè giammai riaversi dalla nullità in cui fu precipitata dall'ambizione di Carlo V e di Filippo II: lo stesso destino era riserbato ad altra nazione posta in eguali circostanze; e se l'Italia fosse stata conquistatrice e non conquistata, non avrebbe potuto lungo tempo conservare la propria indipendenza.
Vero è per altro che, nella lunga serie dei secoli, giugne pei popoli quell'istante in cui devono rinunciare a questi consigli di moderazione. Se hanno potuto per molti secoli desiderare d'essere abbastanza piccoli perchè tutte le loro parti partecipino di quello spirito di vita, che, conservando all'uomo la sua individualità, sviluppa per mezzo dell'emulazione i talenti ed il genio, giugne il momento in cui devono pensare non a vivere felici e liberi, ma a conservare la propria esistenza, respingendo uno straniero usurpatore, onde conservare o ricuperare quel sentimento d'indipendenza, senza del quale non può esservi nè patria, nè onor nazionale, nè virtù pubbliche. Quando i varj popoli che appartengono alla medesima nazione, sono soggiogati dagli artificj o dalle armi della guerra o della politica; quando uno scettro di ferro pesa, o minaccia di pesare egualmente sopra stati, lungo tempo rivali, questi sono costretti di rinunciare alle antiche gelosie, ad ogni pensiere di quella bilancia de' poteri che più non esiste; ed invece di porsi in guardia contro gli abusi del governo devono tollerarli per non cadere sotto un giogo straniero. Allora è che ogni popolo per unirsi alla gran massa, per salvare la gloria nazionale, deve di buon grado sagrificare le sue leggi, le sue istituzioni, gli antichi oggetti del suo affetto e del suo rispetto, tutto, per dirlo in una parola, perfino la sua venerazione per le forme tutelari della sua libertà e pel sangue de' suoi principi. Ogni popolo deve sentire che la stessa lingua è quel simbolo per cui i popoli di diversi stati devono riconoscere la loro comune origine, quel segno distintivo delle nazioni per cui i membri della medesima famiglia si riuniscono. I popoli elettrizzati da un sentimento che agita egualmente tutte le anime, trovano in questo stesso sentimento, in una passione nazionale i legami d'un nuovo corpo sociale, ed altro omai non cercano che di valersi delle comuni forze nel modo più utile e glorioso. Ma l'oppressione che avrebbe dovuto consigliare gl'Italiani a formare un solo corpo, un solo stato, per difendersi o vendicarsi, non ebbe luogo che all'epoca in cui termina questa storia, quando Carlo V avendo trionfato della Francia, assoggettò tutta l'Italia all'immediato suo dominio o all'influenza de' suoi consigli. Fino a questo tempo possiamo accompagnare colla nostra ragione e col nostro affetto la lunga lotta delle repubbliche italiane pel mantenimento dell'equilibrio; possiamo prendere parte a tutti i loro interessi, vedendoli spronati da grandi disegni e da grandi virtù a generosi sforzi, a penosi sagrificj.
Le prime guerre che lacerarono l'Italia all'epoca di cui siamo per parlare, miravano ad abbassare la potenza imperiale e quella de' signori Ghibellini che ne erano i depositarj in Lombardia: ma il desiderio di vendetta, e l'odio di fazione vi ebbero più parte che la gelosia e la politica, perciocchè o le guerre non avrebbero avuto luogo, o sarebbero state meno lunghe, se i papi non le avessero eccitate e fomentate, sagrificando il riposo de' popoli e la coscienza de' loro pastori alla propria vendetta ed all'ambizione.
Quando i vescovi di Roma, riparatisi in Francia, non si videro più esposti al pericolo di essere vittime essi medesimi delle guerre che provocavano, diedero libero sfogo al loro odio contro l'autorità imperiale, più non curandosi di celare gli ambiziosi progetti che avevano formati sopra l'Italia. Aveva ravvivata la loro gelosia Enrico VII di Lussemburgo colla breve ma gloriosa sua amministrazione: egli aveva mostrato col suo esempio ai papi, che un principe magnanimo e valoroso potrebbe in poco tempo rovesciare l'edificio da loro innalzato in più secoli; aveva fatto sentire ai papi che gl'imperatori, quando fossero potenti in Italia, ridurrebbero i vescovi di Roma nell'antica dipendenza. Questi per allontanare tanto disastro ricorsero alle consuete loro pratiche; lasciarono che le forze della Germania si consumassero in una lunga guerra civile tra i due pretendenti, approfittando d'un'elezione controversa per usurpare i diritti de' principi rivali.
(1314.) Seppesi appena in Germania la morte d'Enrico VII, che due fazioni si posero in campo chiedendo caldamente la corona imperiale. Era capo della prima Federico, duca d'Austria, figliuolo d'Alberto, penultimo imperatore, e nipote di Rodolfo, il fondatore della potenza della casa d'Absburgo. Formavano la contraria parte i partigiani della famiglia di Lussemburgo, diretti da Giovanni re di Boemia figliuolo d'Enrico VII, e da suo zio, Baldovino, arcivescovo ed elettore di Treveri. Nè la corona imperiale era la sola cagione di questa lite; il titolo di re di Boemia, concesso a Giovanni da suo padre, venivagli contrastato dal duca di Carinzia. Aveva questi sposata una figlia dell'ultimo re Ottocare, e perchè voleva trasmettere i suoi diritti alla casa d'Austria, temeva il re Giovanni d'essere spogliato del suo patrimonio, se Federico trionfava. Egli non cercava per se medesimo la dignità imperiale; ma desiderava che fosse accordata a qualche potente principe suo alleato. Offriva perciò la corona dell'impero a Luigi duca dell'alta Baviera; e perchè avesse tempo di condurre a termine i suoi trattati, l'arcivescovo di Magonza, suo zio, aveva protratta dieci mesi, cioè al 19 ottobre del 1314, la convocazione della dieta d'elezione[1].
Nel giorno destinato, gli elettori si recarono alla città elettorale di Francoforte preparati a sostenere colle armi i loro suffragi; perciocchè il solo arcivescovo di Treveri conduceva più di quattro mila cavalli[2]; e quello di Magonza aveva occupato il campo di Rense, ove per antica consuetudine facevansi le elezioni. Si unirono ai due arcivescovi il re Giovanni di Boemia, Waldemaro elettore di Brandeburgo, e Giovanni il vecchio, duca di Sassonia Lavemburgo, che pretendeva di essere l'elettore Sassone. Ma nello stesso tempo Rodolfo conte ed elettore palatino di Baviera, affatto ligio alla casa d'Austria, invece di unirsi agli elettori che volevano dare la corona imperiale a suo fratello Luigi, si fermò a Sachsenhause sobborgo di Francoforte posto sulla riva sinistra del Meno, aprendovi un'altra dieta elettorale. Era egli munito della procura dell'arcivescovo di Colonia, il quale, essendo in aperta guerra colla casa di Lussemburgo, non aveva potuto venire a Francoforte, e si era unito a Rodolfo e ad Enrico duca di Carinzia che intitolavasi re ed elettore di Boemia.
La dieta di Rense intimò al duchi di Sassonia e di Carinzia, all'elettore palatino e a quel di Colonia di presentare al collegio degli elettori i loro titoli al diritto elettorale; ma questi invece di rispondere, nominarono lo stesso giorno, con irregolare elezione, Federico d'Austria re de' Romani. I cinque elettori che trovavansi nel campo di Rense, avuta notizia dell'accaduto, nel susseguente giorno nominarono imperatore a pieni voti Luigi, duca di Baviera, che chiamossi Luigi IV[3].
I due pretendenti avevano i medesimi diritti alla stima ed all'ubbidienza de' loro compatriotti. Il partito austriaco avendo suscitato un principe della casa di Brandeburgo per disputare il diritto di Waldemar, più non rimanevano in cadauna delle parti che due elettori il di cui suffragio non fosse contrastato, ed ognuna ne aveva altri tre, il di cui diritto era dubbioso. I principi rivali appartenevano a due illustri e potenti famiglie; amendue erano valorosi ed arditi, amendue diedero prove, almeno in Germania, di un carattere leale e cavalleresco, ed amendue avevano zelanti campioni che combattevano per loro valorosamente. Giovanni di Boemia difendeva la causa di Luigi, come fosse la sua propria; tenevano le parti di Federico i suoi fratelli, i duchi d'Austria Leopoldo ed Enrico, e Rodolfo elettore di Baviera.
Siccome pareva che l'osservanza delle formalità prescritte per l'incoronazione dovesse assicurare all'uno o all'altro di loro il favore de' popoli, perciò s'affrettarono ambedue di compierle. Luigi venne introdotto dai borghesi di Francoforte nella loro città; fu come imperatore eletto presentato al popolo nella chiesa di san Bartolomeo, consacrata per antica consuetudine a questa funzione; e Federico assediò inutilmente Francoforte per ottenere lo stesso vantaggio[4]. In appresso Luigi fu condotto ad Aquisgrana, di dove aveva dovuto ritirarsi il suo rivale, e vi fu consacrato nel luogo destinato a tale cerimonia, non però dall'arcivescovo di Colonia, che solo aveva il diritto di farlo, ma, in sua assenza, dagli arcivescovi di Magonza e di Treveri. Federico fu invece condotto a Bona dall'arcivescovo di Colonia, e colà consacrato colle sue mani, ma in un luogo in cui questa consacrazione diventava illegale. E per tal modo per una differente ragione le due consacrazioni furono incomplete ed invalide[5].
I due imperatori eletti, Luigi e Federico, erano figli d'un fratello e d'una sorella; il proprio fratello di Luigi, Rodolfo, era il più caldo alleato del suo rivale; una simile discordia divideva tutte le case dei principi; tre cappelli elettorali erano contrastati come la corona imperiale, e le armi dovevano decidere della eredità e dei diritti delle più potenti famiglie. La stessa eguaglianza de' suffragi e l'indifferenza de' principi della Germania settentrionale prolungarono la guerra, soltanto di quando in quando sospesa da reciproco rifinimento di forze. In tale stato di cose i due rivali non potevano tentare di farsi riconoscere in Italia senza abbandonare la Germania al nemico; onde, mentre questa aveva due re de' Romani, l'Italia trovavasi agitata dagli intrighi degli ambiziosi. Nè andò lungo tempo che la cessazione d'ogni autorità suprema, che tenne dietro immediatamente alla vigorosa amministrazione di Enrico VII, produsse tra i Guelfi ed i Ghibellini una guerra non meno accanita di quella che facevansi in Germania i due pretendenti al trono. E questa guerra, resa generale da opposti interessi, da inveterati odj, era cagionata da tante cause diverse quanti erano i capi che la trattavano.