Il papa ed il re di Napoli uniti dal loro attaccamento alla corte di Francia, dallo spirito del partito guelfo, e da una comune ambizione, avevano nemici i nuovi principi Lombardi innalzati di fresco alla sovranità dall'intrigo e dal valore. Questi erano debitori della loro potenza alla violenza delle fazioni; ed i Ghibellini avevano comperato colla perdita della libertà il valore o l'accortezza de' loro capi: perciò i nuovi principi tenevano vive le burrascose passioni che avevano sperimentate tanto vantaggiose ai loro interessi; associavansi essi medesimi ai faziosi, e, quasi la sorte loro fosse attaccata alla difesa d'un trono ancora vacante, si facevano una feroce ed ostinata guerra.
Regnava ancora Clemente V, quando fu portata alla corte pontificia la notizia della morte d'Enrico VII. Sembra che questo papa dipendente dalla Francia, che dimorava ora in una ora in altra provincia di cui non era sovrano, debole per carattere come per situazione, ed incapace di meritarsi l'amore o il rispetto de' fedeli, abbia voluto sollevarsi da questo stato d'avvilimento, manifestando sul primo trono della cristianità pretensioni sconosciute allo stesso Ildebrando e ad Innocenzo III. Pubblicò una bolla per annullare la sentenza pronunciata da Enrico VII contro il re Roberto. «Lo che facciamo, egli diceva, tanto in virtù della indubitata autorità che noi abbiamo sopra l'impero romano, quanto pel diritto a noi competente di succedere all'imperatore nella vacanza dell'impero[6].» In virtù adunque di un tale diritto fin allora sconosciuto, Clemente accordò subito dopo a Roberto re di Napoli il titolo provvisorio di vicario imperiale in tutta l'Italia: il quale vicariato se non veniva rivocato dal sovrano pontefice, durava fino a due mesi dopo l'elezione del legittimo imperatore[7].
Furono queste due bolle gli ultimi atti dell'amministrazione di Clemente V in Italia. Questo pontefice che aveva così vilmente venduti gl'interessi della santa sede e quelli della propria coscienza a Filippo il Bello re di Francia, e che gli aveva sagrificato l'ordine de' Templari, morì a Rochemauri l'anno medesimo della morte di Filippo il 20 aprile del 1314, mentre preparavasi a tornare a Bordò sua patria per ricuperare col favore dell'aria nativa la mal ferma sua salute[8]. La terribile citazione d'un templario, che di mezzo alle fiamme aveva chiamati Clemente e Filippo innanzi al tribunale di Dio, parve in tal modo compiuta.
Clemente V aveva ammassati grandi tesori vendendo i beneficj ecclesiastici, e facendo altri scandalosi mercati, che lo resero esecrabile ai suoi contemporanei[9]. Oltre il danaro che teneva ne' suoi forzieri, aveva arricchiti tutti i suoi parenti e famigliari; ma le sue generosità non gli avevano guadagnato l'affetto di nessuno: perciocchè, appena morto, tutti coloro che abitavano nel suo palazzo, si scagliarono addosso ai suoi tesori; e non vi fu fra tanti neppure un solo servitore fedele che si prendesse cura del cadavere del suo padrone: onde essendo caduti alcuni torchi che ardevano intorno al feretro, vi appiccarono il fuoco, che, comunicatosi ben tosto all'appartamento, obbligò finalmente i rubatori ad occuparsene, e lo spensero; ma il palazzo e la guardaroba erano stati talmente spogliati, che non si trovò che un vecchio mantello per cuoprire il corpo mezzo abbrustolito del più ricco papa che governasse la chiesa[10].
Ventitre cardinali adunaronsi a Carpentrasso per dare un nuovo capo alla cristianità. Sebbene gl'Italiani non fossero che sei, siccome la lontananza del papa dalla greggia di cui era immediato pastore, risguardavasi come uno scandalo pubblico che aveva eccitate le lagnanze di tutti i cristiani, i pochi italiani contrappesavano ancora nel conclave il credito dei Francesi. Ma due parenti del papa defunto entrarono il 24 luglio con un corpo di truppa in Carpentrasso, e vi eccitarono la sedizione per isforzare il conclave a nominar papa un Guascone. Furono incendiate le case dei cardinali italiani e di molti cortigiani e mercanti della stessa nazione, e minacciati di morte i capi della chiesa; finalmente il pericolo si fece così urgente, che i cardinali italiani, chiusi in conclave, fecero atterrare un muro dietro al palazzo e fuggirono. Questa diserzione costrinse il collegio de' cardinali a separarsi, e protrasse più di due anni la nomina del nuovo pontefice[11].
Filippo conte di Poitou, che fu poi conosciuto sotto nome di Filippo il lungo, re di Francia, ottenne di riunire a Lione i dispersi cardinali l'anno 1316. Per averli presso di lui aveva loro solennemente promesso di non segregarli in conclave; ma mancò loro di parola[12]. Li fece entrare nel sacro ricinto il 28 di giugno, di dove non uscirono che dopo quaranta giorni di lotta, proclamando il 7 agosto Giacomo d'Ossa, nativo di Cahors, in allora vescovo di Porto, che si fece chiamare Giovanni XXII. Era il d'Ossa cancelliere di Roberto, re di Napoli, e sua creatura. Era nato vilmente, ma aveva saputo innalzarsi co' suoi talenti non meno che coll'intrigo e coll'arditezza. Si dice che in principio della sua carriera aveva recato a Clemente false commendatizie del re Roberto, e che con tal mezzo ottenne i vescovadi di Frejus e di Avignone[13]. Si racconta pure che nel conclave in cui fu creato papa erano divisi i suffragi; che i Guasconi volevano un papa del loro paese, e che i Francesi ed i Provenzali si unirono agl'Italiani per riportare la santa sede a Roma. Allora non potendo i due partiti andare d'accordo, convennero di porre la nomina del successore di san Pietro in arbitrio del cardinale d'Ossa, il quale con infinito stupore del sacro collegio nominò sè stesso[14]. Per altro l'aperta parzialità di Giovanni XXII per gli oltramontani, la sua vile dipendenza dalle corti di Parigi e di Napoli, la risoluzione da lui presa di fissare in Provenza la sede pontificia, ed i mali cagionati all'Italia dalla sua ambizione e dalla sua venalità, inasprirono in modo gl'Italiani contro di lui, che forse non meritano intera fede le scandalose voci divulgate da' suoi contemporanei intorno alla sua promozione.
Dopo la morte d'Enrico VII, Roberto re di Napoli era rimasto senza paragone il più potente sovrano d'Italia. Aveva aggiunto al regno della Puglia la signoria di molte città del Piemonte e l'alleanza di tutti i Guelfi dello stato della chiesa, della Toscana, della Lombardia, che in forza della concessione di Clemente V lo riconoscevano per vicario imperiale. Era Roberto nello stesso tempo sovrano della Provenza, onde tenevasi i papi affatto soggetti, ed aveva un illimitato credito alla corte di Francia. Teneva uniti questi stati l'interesse del partito guelfo, del quale Roberto prendevasi più cura che di tutt'altro affare; e preparavasi ad approfittare dell'interregno dell'impero e delle guerre civili di Germania per ischiacciare affatto il partito ghibellino in Italia.
Ma questo partito era diretto da capi valorosi ed illuminati, da capi intrepidi e pieni di zelo, che potevano lungamente resistere ai loro nemici; da capi strettamente uniti dal timore d'imminente ruina, e che l'implacabile odio della parte guelfa teneva fermi ne' loro principj. Questi capi di parte avevano ottenuta la sovranità della loro patria. Contavansi tra i principali Matteo Visconti signore di Milano e di parte della Lombardia, Cane della Scala signore di Verona e di parte della Venezia, Passerino Bonacossi signore di Mantova, Castruccio Castracani signore di Lucca e capo in Toscana del partito cui aveva formato Uguccione della Fagiuola, e per ultimo Federico di Montefeltro, signore d'Urbino, capitano dei Ghibellini della Marca d'Ancona e del ducato di Spoleto. Altri meno potenti e meno rinomati gentiluomini comandavano in città di minore importanza, in castelli ed in villaggi fortificati, che tenevano soggetti alla lega ghibellina.
Come capo di tutti i Ghibellini d'Italia veniva risguardato, non meno per la sua avanzata età, che per i suoi maturi consigli e per la superiorità delle sue forze, Matteo Visconti. Perciò contro di lui diresse Roberto i suoi primi attacchi: Ugo di Baux che comandava per lui in Piemonte, essendosi alleato colle città di Pavia, Vercelli, Asti ed Alessandria[15], raccolti i fuorusciti della casa de' Torriani coi loro seguaci e la maggior parte de' Guelfi della Lombardia, portò la sua armata a due mila cavalli e dieci mila pedoni. Con queste forze entrò nella Lumellina; ed il giorno 24 decembre del 1313 incontrò presso di Abbiate Grasso l'armata de' Visconti e la ruppe[16]. Ma non tardò a manifestarsi la discordia nel campo di Ugo tra i Provenzali ed i Lombardi. I contadini abbandonati alle molestie delle truppe unironsi ai suoi nemici; ed Ugo, sebbene vittorioso, si trovò costretto di abbandonare vergognosamente il territorio milanese[17].
Nel susseguente anno 1314 Roberto pose alla testa dei Guelfi di Lombardia Ugo, Delfino del Viennese; il quale riunì come il suo predecessore una bell'armata composta delle milizie delle città guelfe e de' fuorusciti delle ghibelline; ma anche quest'armata non ebbe successi proporzionati alla sua forza. Dopo avere invano tentato d'impadronirsi di Piacenza, Ugo si ritirò in disordine ad Alessandria; e l'armata si dissipò senza avere combattuto[18].