Fu in questo stesso anno che le forze del re Roberto unite a quelle de' Fiorentini ebbero la terribile disfatta di Montecatini, di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo: come pure appartengono alla stessa epoca le vittorie riportate da Cane della Scala sopra i Padovani ed i Guelfi della Marca Trivigiana. Soltanto nel Milanese la vittoria non erasi dichiarata per verun partito; e nel cominciare della campagna del 1315, Matteo Visconti, stretto dalla banda di Bergamo dai fuorusciti di questa città[19], e dalla parte del Po dai Guelfi di Pavia, di Vercelli e di Alessandria[20], fu in pericolo di perdere Bergamo, e costretto ad abbandonare la Lumellina ai nemici che la saccheggiarono. Ma il Visconti, che conosceva quanto quella della guerra, l'arte delle negoziazioni, accordò agli esiliati bergamaschi una pace vantaggiosa[21], e volgendo tutte le sue forze contro i Pavesi, li ruppe la prima volta in luglio presso alla Scrivia, e nel susseguente ottobre s'impadronì per sorpresa della loro città[22]. La morte del conte Riccardo di Langusco, il capo de' Guelfi pavesi, la prigionia di molti signori della famiglia della Torre, il saccheggio e la ruina d'una città che doveva essere considerata come la capitale della parte guelfa in Lombardia, furono le prime conseguenze di questo avvenimento. Non tardò il terrore ad impadronirsi de' Guelfi, onde le città di Tortona e d'Alessandria si diedero volontariamente a Matteo Visconti[23]. Como, Bergamo e Piacenza erano di già a lui soggette, ed il partito ghibellino trionfò in quasi tutta la Lombardia.

Tale era lo stato delle fazioni, in Italia, quando venne creato in Lione papa Giovanni XXII. Roberto che aveva avuto una serie di sventure durante l'interregno della chiesa, volle allora sperimentare se col mezzo di un pontefice, che gli era affatto ligio, e coi soccorsi delle sue armi spirituali potrebbe restaurare quell'equilibrio che i suoi generali avevano lasciato distruggere. Siccome i capi che combattevano contro di lui, pretendevano di essere rivestiti dell'autorità imperiale, pensò di volerneli privare; e Giovanni XXII dichiarò con una bolla pontificia decaduti, alla morte d'Enrico VII, da' loro diritti quelli che il defunto monarca aveva nominati suoi vicarj imperiali. «Dio medesimo, diceva il papa, confidò l'impero della terra come quello del cielo al sommo pontefice, e durante l'interregno tutti i diritti dell'imperatore sono devoluti alla chiesa; e quello che, senza averne chiesta ed ottenuta la permissione dalla sede Apostolica, continua ad esercitare le funzioni che gli aveva accordate l'imperatore, si rende colpevole, offendendo la stessa divina maestà[24]

Non voleva il Visconti apertamente dichiararsi contro la chiesa, ma non voleva pure lasciarsi spogliare della sua autorità. S'avvide che il potere confidatogli da Enrico non poteva sopravvivergli, e rinunciò al titolo di vicario imperiale, ma chiese ai popoli da lui governati che colla loro approvazione confermassero la sua autorità, ed assunse il nuovo titolo di capitano e difensore della libertà milanese[25].

Quest'atto di deferenza non salvò il Visconti dalla collera del papa, il quale lo stesso anno 1317 pronunciò contro di lui sentenza di scomunica, e pose Milano sotto l'interdetto; ma tutt'ad un tratto le armate collegate di Roberto, del papa e de' Guelfi s'allontanarono dalla Lombardia a cagione della rivoluzione scoppiata in Genova; e tutte le forze delle fazioni si ridussero nella Liguria, in un angusto spazio tra le montagne ed il mare per decidere del dominio di tutta l'Italia.

Quattro grandi famiglie, i Doria, gli Spinola, i Grimaldi ed i Fieschi amministravano da lungo tempo la repubblica di Genova: una gioventù bellicosa, grandi ricchezze, vasti feudi nelle due riviere sparsi di fortezze assicuravano la loro potenza. Le due prime famiglie erano ghibelline, guelfe le altre; ed un'impaziente rivalità teneva sempre divisi coloro, che la stessa fazione avrebbe dovuto conservare uniti. I Doria e gli Spinola governavano Genova dopo il passaggio d'Enrico VII fino al presente, ed i Grimaldi ed i Fieschi n'erano sbanditi. Ma i primi non sapevano frenare la mutua loro gelosia, volendo ogni famiglia regnar sola; onde, in occasione d'una sommossa nella piccola città di Rapallo, i Doria attaccarono gli Spinola in febbrajo del 1314[26]. La guerra civile si prolungò ventiquattro giorni nell'interno della città; i molti loro palazzi eransi trasformati in fortezze, che venivano a vicenda attaccate e difese, e la sorte della guerra era sempre incerta[27]. Intanto i Doria chiamarono in loro soccorso gli esiliati guelfi, Grimaldi e Fieschi, e costrinsero gli Spinola ad abbandonare la città.

Ma i vincitori che volevano attaccare gli Spinola nelle loro rocche, furono costretti prima di tutto di ricompensare gli alleati da cui erano stati ajutati; onde divisero il governo dello stato coi Guelfi, e non tardarono ad accorgersi di non essere i più potenti. Nel 1317 i Guelfi vollero finalmente ridonare la pace alla città, ed ordinarono ai Doria di riconciliarsi cogli Spinola; e perchè i primi non ubbidivano, aprirono le porte agli Spinola. Una strana rivoluzione emerse in allora da così violenta animosità e dal reciproco timore. Spaventati i Doria dalla superiorità che acquistavano i loro nemici, uscirono, senza combattere, dalle mura di Genova; e gli Spinola non meno dei Doria atterriti nel trovarsi in balìa de' Guelfi che gli avevano chiamati, abbandonarono ancor essi la città; onde i Grimaldi coi Fieschi si trovarono soli padroni della repubblica loro abbandonata dalle due fazioni ghibelline.

Le due famiglie rivali che trovaronsi esiliate assieme dopo avere volontariamente abbandonata la patria ai loro nemici, non tardarono, nel comune infortunio, a riconciliarsi. S'impadronirono di Savona e di Albenga, che fortificarono per servire di centro alle loro forze. I Ghibellini delle montagne si unirono ai fuorusciti genovesi, cui Matteo Visconti e Cane della Scala promisero larghi soccorsi[28].

In marzo del 1318 Marco Visconti, figliuolo del signore di Milano, passò le montagne della Bocchetta con un'armata, e si avanzò fino alle porte di Genova per assediarla. Una flotta ghibellina, equipaggiata a Savona dagli emigrati, presentossi nello stesso tempo innanzi al porto, e dopo varie scaramucce s'impadronì della torre del Faro. L'armata del Visconti si divise ne' sobborghi di san Giovanni e di sant'Agnese, occupando le valli di Bisagno e della Polsevera[29]. I Grimaldi ed i Fieschi, vedendosi addosso tutte le forze de' Ghibellini d'Italia, scrissero al re Roberto di Napoli ed a tutte le città guelfe per avere soccorsi.

Roberto che fino allora aveva affidato il maneggio della guerra in Lombardia ed in Toscana ai suoi generali e ai principi del sangue, credette la difesa di Genova di tale importanza, che volle incaricarsene egli medesimo. Genova signoreggiava per alcuni rispetti il mar Tirreno, e teneva aperta la comunicazione tra gli stati di Roberto nella Provenza e nel regno: e le città che possedeva in Piemonte, e le città guelfe di Lombardia non potevano difendersi o riconquistarsi che per la via di Genova. Apparecchiata perciò una flotta di venticinque galere, il re colla regina sua consorte e due de' suoi fratelli s'imbarcò il 10 luglio a Napoli, ed entrato il 21 nel porto di Genova, scese all'istante sulla piazza del palazzo con mille duecento cavalli dichiarando al popolo adunato ch'era venuto a difenderlo e salvarlo[30].

L'apparente generosità del re eccitò quella del popolo; il suo discorso riscosse i più vivi applausi, e per uno spontaneo movimento l'assemblea accordò per dieci anni a lui ed al papa congiuntamente la signoria dello stato. I due capitani o capi dello stato abdicarono la loro autorità, e tutti i cittadini giurarono ubbidienza al re di Napoli. Questo subito impensato avvenimento fece sospettare agli stessi Guelfi che fosse stato anticipatamente preparato dai suoi intrighi[31].