La presenza di Roberto non iscoraggiò gli assedianti, i quali continuarono i loro attacchi contro il corpo medesimo della piazza, e s'impadronirono di sant'Agnese, che per mezzo d'un ponte comunicava colle mura della città. Durante l'autunno e l'inverno ebbero luogo quasi ogni giorno caldissime zuffe, nelle quali i Ghibellini erano d'ordinario vincitori[32]. Le due parti che dividevano tutta l'Italia, attaccavano la maggiore importanza all'assedio di Genova, e pareva che i loro campioni avessero convenuto di trovarsi tra quelle montagne per combattere. Si videro arrivare un dopo l'altro al campo ghibellino il marchese di Monferrato, Castruccio Castracani, signore di Lucca, e le genti mandate dai Pisani, da Federico, re di Sicilia, e dallo stesso imperatore di Costantinopoli. Dal canto suo, Roberto riceveva soccorso dai Fiorentini, dai Bolognesi e dai Guelfi della Romagna. Gli assedianti avevano mille cinquecento cavalli, gli assediati più di due mila cinquecento; ma questa greve cavalleria, che in tutt'altri luoghi decideva la sorte delle battaglie, chiusa in mezzo a selvagge scoscese montagne, non aveva terreno abbastanza piano per combattere, e languiva nell'ozio e nelle privazioni senza poter metter fine a questa guerra con un'azione generale. Roberto, la di cui impazienza veniva accresciuta dalla superiorità delle forze, aveva più volte tentato d'uscire da questa specie di prigione; ma soltanto il 5 febbrajo del 1319 gli riuscì di sbarcare a Sestri di Ponente ottocento cavalli e quindici mila fanti. Con ciò tagliava la comunicazione tra Savona, ove trovavasi il grosso degli emigrati, ed il campo degli assedianti; i quali essendo stati rotti nel voler impedire lo sbarco de' nemici, dovettero, dopo dieci mesi d'inutili attacchi, levare l'assedio di Genova, abbandonando parte delle loro salmerie, e ritirarsi in Lombardia, senza che Roberto osasse d'inseguirli attraverso le gole dell'Appennino[33].

Ma il re volendo consolidare in Genova quell'autorità concessagli dalla violenza dello spirito di partito, consigliava i Guelfi ad abusare della vittoria. I magnifici palazzi dei Ghibellini che facevano il principale ornamento della città, furono dal popolo furibondo incendiati e distrutti fino ai fondamenti. Furono egualmente distrutte le belle case di campagna, circondate da deliziosi giardini nelle valle di Bisagno e della Polsevera: e dopo quest'odioso saccheggiamento, il re, il clero, ed i cittadini, quasi avessero ottenuta una vittoria contro i barbari e gl'infedeli, non contro i loro compatriotti, portarono in processione le reliquie di san Giovanni Battista, e ringraziarono Dio nelle chiese degli ottenuti vantaggi e del sangue sparso[34].

Dopo avere in tal modo celebrata la sua vittoria, Roberto partì dalla Liguria il giorno 29 d'aprile con parte delle sue truppe e delle sue galere; e mentre andava in Provenza alla corte del papa, i Ghibellini riconducevano la loro armata sotto Genova per riprenderne l'assedio. Fino dal 25 di maggio alcune galere di Savona erano entrate nel porto di Genova facendovi varie ricche prede, ma l'armata assediante si accampò presso le mura di Genova soltanto il giorno 27 di luglio; ed il 3 di agosto Corrado Doria chiuse il porto agli assediati con ventotto galere. I Ghibellini ripresero nuovamente i sobborghi, e vi rimasero quattro anni, azzuffandosi frequentemente pel possesso d'ogni ridotto, di ogni chiesa, di ogni casa che poteva fortificarsi. La medesima guerra sostenevasi con egual furore nelle due Riviere; ma l'occidentale era principalmente occupata dai Ghibellini, e l'orientale dai Guelfi. I Genovesi si andavano cercando per azzuffarsi anche ne' più rimoti mari, e per fino nelle colonie della Grecia e del Levante[35]. Per altro i principali capi ghibellini dell'Italia non trovaronsi personalmente al secondo assedio di Genova, e tennero viva la guerra nelle altre province.

L'anno 1317, Ferrara era stata tolta alla parte guelfa. Questa città, già da un secolo sottomessa alla casa d'Este, erasi costantemente mantenuta fedele al partito della chiesa; ma era stata governata ed oppressa dai Guasconi mandativi dal papa e dal re Roberto, quando nel 1308 approfittando delle guerre civili che dividevano i principi d'Este, avevano spogliati gli antichi loro alleati della propria sovranità. I marchesi d'Este rifugiati a Rovigo avevano perciò dovuto cercare l'alleanza de' Ghibellini per difendersi contro un papa che gli aveva traditi; ed i Ferraresi dal canto loro accecati da immenso odio confondevano la chiesa coi Guasconi, alle di cui soverchierie erano stati dal papa abbandonati. Improvvisamente presero le armi il 4 agosto 1317, scacciarono i Guasconi da Ferrara, che si rifugiarono in castel Tealdo, ove furono assediati dagl'irritati cittadini, e costretti a capitolare il giorno 15 dello stesso mese. I marchesi d'Este furono di nuovo proclamati signori di Ferrara, e si affrettarono di entrare nella lega ghibellina che sola poteva mantenerli nella loro signoria[36].

Questa lega cercava in tal tempo di consolidarsi per mezzo di più regolare organizzazione. In dicembre del 1318 adunossi in Soncino, grossa borgata posta sulla riva dell'Oglio, una dieta de' principali capi, ove Cane della Scala, signore di Verona, cui il valore e la munificenza avevano fatto dare il nome di Grande, fu di comune consentimento dichiarato direttore e capitano della lega de' Ghibellini in Lombardia[37].

Mentre Cane, per giustificare la confidenza de' suoi alleati, assediava Padova, che avrebbe espugnata, se, impensatamente attaccato dal conte di Gorizia, non avesse dovuto ritirarsi[38], e che Marco Visconti sorprendeva sotto Alessandria Ugo di Baux, che nella totale disfatta della sua armata perdè la gloria e la vita[39], il papa, trovandosi in Avignone al sicuro da tutti i rovesci de' suoi alleati, andava cercando quale nuovo avversario potesse far insorgere contro i Visconti, che mortalmente odiava. Un prelato, universalmente creduto suo figliuolo, Bertrando del Poggetto, cardinale di san Marcello, arrivò in Italia l'anno 1319 col titolo di legato. Egli aveva ordine di perseguitare acremente i Ghibellini, che la corte d'Avignone non esitava di risguardare come eretici. Bertrando, appena giunto in Asti, ordinò a Matteo Visconti di presentarsi entro due mesi alla corte pontificia per giustificarsi, se lo poteva, dalle accuse d'eresia ond'era aggravato; gl'ingiungeva pure di richiamare i Milanesi esiliati, di sottomettersi al re Roberto, vicario imperiale in Italia, e di rinunciare al governo della sua patria[40].

La corte d'Avignone non era più diretta da religioso fanatismo, e lo stesso legato, profanamente ambizioso pensava a tirar profitto dalle guerre civili per formarsi una sovranità in Italia, non già per sostenere colle armi la purità della fede, ed una religione costantemente smentita da' suoi perduti costumi: e s'egli adoperava contro i nemici le armi ecclesiastiche, lo faceva lusingato di fare ancora qualche impressione sullo spirito del popolo; ma non ignorava che i Visconti le avrebbero disprezzate, onde cercava più efficaci sostegni alle sue sentenze.

Filippo di Valois, figliuolo di quel Carlo che un altro papa aveva chiamato in Italia per sottomettere i Bianchi di Firenze, aveva accettato con vivo trasporto una tale missione, mercè la quale sperava di ottenere facile gloria e grandi ricchezze. Filippo, in allora nipote del re di Francia al quale doveva in breve succedere, scese in Italia col magnifico corteggio di sette conti, cento venti alfieri, e circa seicento cavalli. Mille cinquecento cavalieri lo stavano aspettando in Asti, ed altri mille mandati da Firenze e da Bologna si avanzavano per incontrarlo. Carlo di Valois, padre di Filippo, il siniscalco di Beaucaire, il re di Francia ed il re Roberto facevano pure sfilare alcuni corpi di truppa verso la Lombardia; ma Filippo pensò che prima del loro arrivo avrebbe potuto condurre a fine qualche gloriosa impresa, e con circa due mila cavalli entrò nel paese nemico e s'accampò a Mortara posta fra Tortona e Novara.