Quando Boccanigra potè ottenere un istante di silenzio, disse: «Io sento, cittadini, tutta la riconoscenza ch'io debbo a tanto zelo, a tanta benevolenza; ma il titolo che voi mi date, non era ancora entrato nella mia famiglia, ed io non voglio essere il primo ad introdurvelo. Accordate dunque, vi prego, quest'onore ad alcun altro cui meglio che a me si convenga[335].» I cittadini sentirono allora che il titolo di Abate del popolo non poteva appartenere che ad un plebeo, e che Boccanigra, che contava un capitano del popolo tra i suoi antenati, non poteva, senza far loro torto, accettare una così diversa magistratura[336]. «Siate dunque nostro signore, nostro doge, gridarono essi; ma siete voi, voi solo che vogliamo riconoscere per nostro protettore.» I medesimi capitani del popolo, temendo che la rivoluzione si rendesse più feroce, supplicarono Boccanigra ad accettare la sua elezione; e perchè il titolo di doge, che per accidente eragli stato offerto, ricordava il doge di Venezia, capo d'uno stato libero simile a Genova, la nuova costituzione, stabilita in mezzo ai clamori popolari, rimase libera e repubblicana: Boccanigra ebbe un consiglio popolare, e la sua autorità venne limitata dai poteri che si riservò la nazione[337].
Boccanigra nel corso de' cinque anni che tenne l'affidatogli potere, ne usò gloriosamente: con mano vigorosa represse gli eccessi cui il popolo si abbandonava ne' primi istanti della rivoluzione; trasse di mano ai sediziosi Rebella Grimaldi, sebbene suo particolare nemico; contenne il marchese del Carretto e gli altri feudatarj che commettevano frequenti ladronecci in vicinanza de' loro feudi; assoggettò ai magistrati della repubblica le fortezze tutte ed i castelli delle due riviere, tranne Monaco, difeso dai Grimaldi, e Ventimiglia in cui si erano uniti i capi delle quattro grandi famiglie[338]. E la sua amministrazione fu pure illustrata da alcune vittorie ottenute dalle flotte della repubblica sui Turchi nel mar nero, sui Tartari presso Caffa, ed in Ispagna sui Mori[339].
Peraltro dovette lottare incessantemente contro gl'intrighi delle quattro potenti famiglie escluse dal governo; le quali avevano dimenticate le vicendevoli nimistà ed i nomi di Guelfi e di Ghibellini, che le tennero tanti anni divise, per collegarsi contro di lui; ed unitesi in Venti miglia mossero guerra alla repubblica ed al suo capo[340]. Vedremo altrove il Boccanigra, stanco di così lunga guerra, deporre spontaneamente il comando, e lasciare in altrui mano la cura di proteggere il popolo contro la nobiltà.
E per tal modo gli stati d'Italia o monarchici o repubblicani andavano perdendo per le interne loro convulsioni i vantaggi dell'ordine sociale; verun riposo compensava sotto il governo dei principi la perdita della libertà; nelle repubbliche veruna stabile amministrazione rassicurava dai timori d'un tempestoso avvenire. Ogni anno un'improvvisa rivoluzione precipitava dal suo trono un principe italiano, o in una città libera privava un partito dell'autorità che godeva. Masnadieri riuniti in regolari corpi d'armata movevano guerra ai sovrani, e ne minacciavano l'esistenza; avventurieri, scesi in Italia dalla Francia e dalla Germania, innalzavano rapidamente grandiosi edificj di nuovi potentati che venivano rapidamente distrutti. Siamo perciò costretti di presentare ai nostri lettori, come sopra una mobile scena, nuovi stati e nuovi personaggi che si premono e incalzano e distruggono gli uni gli altri, senza dar tempo di fissare sopra di loro lo sguardo. Non è da dubitarsi che i popoli soffrissero per questa instabilità d'istituzioni, ma i loro patimenti ci pajono ancora più grandi di quel che lo fossero realmente, perchè nella narrazione storica gli avvenimenti lontani si vanno gli uni sugli altri ammucchiando. Era l'Italia più tosto agitata che infelice; e lo sforzo energico e costante di tutti i cittadini rialzava la fortuna nazionale abbattuta da ogni pubblica calamità: la piccolezza degli stati favoreggiava la fuga de' proscritti, cui prestava facile asilo la gelosia de' sovrani, e conforto nel loro esilio la speranza di non lontana vendetta. Quell'attività di spirito, quella energia di carattere, quella fermezza di volontà, di cui i moderni tempi non ci offrono verun esempio, erano per l'intera popolazione il risultato d'una vita agitata. L'uomo non può giungere alla grandezza, cui fu destinato dalla divinità, finchè ogni individuo non si risguarda come un essere indipendente, e come una potenza isolata rimpetto agli altri. Guasto è l'ordine sociale e degradata l'umana natura, quando ogni uomo cessa d'essere lo scopo della sua propria esistenza, e non è che un mezzo impiegato dal sovrano per soddisfare alla propria ambizione.
Passioni più violenti di quelle della presente età strascinavano gli uomini nei pubblici affari: ma al potere politico non andava congiunta molta celebrità; e nell'agitamento d'una vita tanto attiva, più che la vanità, era soddisfatta l'ambizione. Il magistrato d'una repubblica, il ministro d'un principe appena potevano sperare di rendersi noti a tutta l'Italia; e un nome che fosse noto a tutta Europa, non poteva acquistarsi che colla superiorità dell'ingegno. La considerazione era la ricompensa accordata ad una vita consacrata al ben pubblico; la gloria si acquistava soltanto colle lettere; e questa divisione riusciva egualmente utile all'amministrazione ed alla scienza. La piccolezza degli stati tanto favorevole alla indipendenza, diminuendo alquanto il lustro de' principi, dava ai sommi ingegni un rango superiore a quello de' sovrani.
Era infatti convenevole cosa che a coloro, i quali consacravano allo studio que' talenti che avrebbero potuto procurar loro le principali cariche ed il supremo potere dello stato, si accordassero le più onorevoli ricompense. La lingua era appena formata, ed il capo d'opera di Dante faceva soltanto conoscere quel che poteva diventare. Non erano per anco stabilmente fissati i confini tra l'italiano ed il latino idioma; il primo non aveva ancora la sua grammatica, ed ancora incerto ne era il carattere. Il Villani, il Boccaccio e Franco Sacchetti formarono la prosa, e lasciarono eccellenti esemplari d'eleganza, di chiarezza, d'ingenuità e di gusto, che i susseguenti secoli non superarono. Cino da Pistoja, Cecco d'Ascoli, Petrarca, Zanobio Strada crearono, o perfezionarono la poesia lirica; facendo a vicenda parlare ne' loro versi l'amore, la religione, l'immaginazione e l'entusiasmo; fissarono per l'Italiano il linguaggio poetico, quel linguaggio pittorico, ove non sono ammessi vocaboli che non presentino alcuna immagine. L'antichità era mal conosciuta, e su la terra la più doviziosa d'ogni altra per antiche memorie, il popolo poteva appena approfittare dell'esperienza de' passati secoli. Ma Albertino Mussato, Ferreto Vicentino e Giovanni da Cermenate mostrarono come doveva studiarsi la lingua de' Romani per possederla come se fosse la propria. Cola da Rienzo, Petrarca e Boccaccio insegnarono il modo di cercare lo spirito dell'antichità ne' suoi monumenti e ne' suoi scrittori, di spiegar gli uni col soccorso degli altri, riunendo in un solo corpo le parti staccate dell'erudizione classica. Giovanni Calderino e Giovanni Andrea consacrarono un'erudizione dello stesso genere nell'interpretazione delle leggi civili e canoniche; Giovanni Gianduno e Marsiglio di Padova rischiararono coi lumi della filosofia i rapporti che esistono tra l'autorità civile e l'autorità religiosa; la medicina, la fisica, le scienze naturali cominciarono in pari tempo ad uscire dalle tenebre che le avevano affatto ricoperte. Lo zelo dei discepoli era più caldo di quello de' maestri: ogni città voleva avere un'università, per leggere nella quale chiamava gli uomini più famosi per dottrina, cercando colle ricompense e cogli onori, che loro accordava, di soverchiare le città vicine. A fronte di tanti studi pubblici, nella sola Bologna contavansi dieci mila scolari che udivano le lezioni de' più illustri professori. In altro tempo non eransi giammai con tanta passione coltivate le scienze e le lettere; al merito letterario non era mai stata accordata così larga ricompensa di gloria, nè così magnifici trionfi ai poeti ed ai filosofi.
Tra i sommi ingegni, che illustrarono il quattordicesimo secolo, parve che il Petrarca fosse scelto dai suoi contemporanei per ricevere in nome di tutti i poeti e di tutti i dotti la più luminosa ricompensa che sia mai stata accordata al merito letterario. Nel 23 agosto del 1340 ricevette una lettera dal senato di Roma, che lo invitava in quella capitale del mondo, per ricevervi in Campidoglio la corona d'alloro, che ne' tempi della romana grandezza accordavasi talvolta ai poeti in occasione de' giuochi capitolini. La sera dello stesso giorno ebbe Petrarca una seconda lettera da Roberto de' Bardi Fiorentino, cancelliere dell'università di Parigi, in allora la più celebre dell'Europa, che in nome della medesima lo invitava colle più lusinghiere espressioni a Parigi per esservi egualmente coronato d'alloro. Francesco Petrarca aveva in allora trentasei anni, e vivea nel suo tranquillo ritiro di Valchiusa, presso Avignone, quando le due più grandi città del mondo sembravano disputarsi l'onore di preparargli un trionfo[341].
Petrarca, per la sua coronazione, diventò un personaggio affatto degno di storia: e fu così altamente collocato nell'opinione del suo secolo, che da qui innanzi lo vedremo pronunciare i suoi oracoli sulla politica e sulla letteratura; giudicare i pontefici e gl'imperatori, ed ottenere un rispetto talvolta esagerato da que' medesimi ch'egli condannava. Notabile fu l'influenza di tanta gloria sopra un carattere pieno di vanità: Petrarca non cessò mai nella sua carriera politica di essere un trovatore; e tutti i tiranni d'Italia, lusingando il suo amor proprio, ottennero da lui ricompensa di bassa adulazione. Alcuni lo impegnarono in azioni contrarie a' suoi principj ed a' suoi doveri come cittadino di Fiorenza e come Guelfo[342]. Anche il suo merito letterario medesimo può essere attaccato. Molti critici accusarono le sue poesie di ricercatezza e di affettazione; molti osservarono che nelle sue lettere ed altre opere latine traspare una stentata vanità, mentre in mezzo ai continui sforzi che fa l'autore per comparire eloquente, non sanno ove trovare i suoi veri sentimenti e pensieri; per ultimo molti lo accusano in particolare d'avere guasto il gusto della sua nazione, ritraendo gl'Italiani dal cercare il vero bello per farli tener dietro a futili gentilezze, ad apparenti bellezze. Ma per altro costoro devono confessare che Petrarca fu dotato di talenti tali, di un tal genio, di cui non possono forse portar essi giudizio; imperciocchè non è possibile di riscuotere l'ammirazione d'un intero secolo, nè di trasmettere il proprio nome alle più remote nazioni, e di generazione in generazione alla posterità, se tali veri o supposti difetti non vengono largamente compensati da una vera grandezza degna di una gloria così universale e durevole.
Era Petrarca figlio di ser Petracco dell'Ancisa, notajo fiorentino, originario del castello dell'Ancisa posto sulla strada d'Arezzo, quattordici miglia lontano da Firenze. Ser Petracco era notajo delle riformagioni[343] quando furono esiliati i Bianchi di Firenze. Bandito con Dante del 1302, si stabilì in Arezzo, ove nacque Petrarca nella notte del 19 al 20 luglio del 1304 quasi all'epoca del mal diretto tentativo fatto dai Bianchi sotto la condotta di Baschiera dei Tosinghi, per rientrare in Firenze[344].