Azzo Visconti trovavasi allora a letto tormentato dalla gotta, onde gli fu forza di affidare il comando della sua armata a suo zio Lucchino Visconti. Quest'armata, composta di tre mila cavalli e di dieci mila pedoni, uscì di Milano il giorno 15 febbrajo per andar contro alla compagnia di san Giorgio ch'erasi accampata a Legnano, e guastava il territorio milanese.

Lucchino divise la sua armata in due colonne, una delle quali sotto gli ordini di Giovanni da Fieno e di Giovanelli Visconti, e stabilì il suo quartiere a Parabiago; l'altra sotto l'immediato comando di Lucchino s'accampò a Nerviano. Lodrisio approfittò di questa divisione, e la notte del 19 al 20 febbrajo piombò improvvisamente sopra la colonna di Parabiago, e la ruppe interamente. Lasciò allora quattrocento cavalli a Parabiago per custodire il bottino ed i prigionieri, ne mandò settecento presso all'Olona per tagliare la ritirata ai fuggiaschi, e col rimanente s'avanzò contro Lucchino. La battaglia si rinnovò con un furore che non erasi da molto tempo veduto nelle guerre d'Italia: la speranza del saccheggio di Milano animava i soldati della compagnia; quelli di Lucchino erano animati dalla difesa di quanto avevano di più prezioso contro una truppa di assassini che non avrebbero usato moderatamente della vittoria. Pure i Milanesi furono vinti, ma dopo una vigorosa difesa che aveva poco meno dei vinti indeboliti anche i vincitori. Lo stesso Lucchino venne in potere de' nemici. Mentre durava la battaglia, un'altra colonna di settecento cavalieri tutti italiani era uscita di Milano sotto la condotta d'Ettore da Panigo, ed entrata in Parabiago, aveva sorpresi e tagliati in pezzi i quattrocento cavalieri lasciati da Lodrisio a guardare il castello, e si era ingrossata coi prigionieri che aveva liberati. Di là marciò verso Nerviano, e giunse sul campo di battaglia mentre lo truppe di Lucchino di già rotte si difendevano ancora debolmente. Ettore da Panigo piomba su la compagnia rifinita dalla fatica di due battaglie e disordinata dalla caccia data al vinti, fa un orribile macello di questi avventurieri; libera Lucchino e fa Lodrisio prigioniero.

In una sola giornata la compagnia aveva ottenute due vittorie, e due ne aveva pure ottenute il conte da Panigo suo avversario. Questi ricondusse allora le vittoriose sue truppe verso Milano. Al passaggio dell'Olona incontrò il capitano tedesco Malerba che da Lodrisio era stato posto alla custodia di quel fiume per tagliare la ritirata ai fuggitivi. Fu anche questi disfatto dopo un ostinato combattimento che fu il quinto di questo giorno e pose fine alla battaglia di Parabiago distruggendo la compagnia di san Giorgio. Questa rapida campagna, terminata in meno di venti giorni, richiamò a sè gli sguardi di tutta l'Italia: l'incredibile accanimento con cui aveano combattuto i mercenarj in quest'occasione, nella quale portavano le armi contro l'intera società, ispirava tanto maggiore spavento, in quanto che si paragonava alla mollezza con cui sostenevano le altre guerre. La spedizione di Parabiago disvelò il loro segreto.

Si osservò che le loro ordinarie battaglie non erano che un trastullo nel quale cercavano di guadagnare la paga col minor sangue e fatica possibile; ma che non facevan uso di tutte le loro forze, che quando le destinavano alla sovversione dell'ordine sociale. Più di quattro mila cavalieri delle due armate erano rimasti sul campo di battaglia[324]: assai maggiori erano i morti dell'infanteria. I soli Milanesi avevano perduti più di cinquecento cavalieri e di tre mila fanti[325]. Lodrisio Visconti ed i due suoi figliuoli furono chiusi nelle prigioni di Milano. Si rimandarono senza taglia gli altri prigionieri dopo aver loro tolti i cavalli e le armi e avuta da loro la promessa che più non servirebbero contro i Visconti. Non si sarebbero potuti ritenere senza condannarli ad una perpetua prigionia, perchè veruna potenza sarebbesi curata di comperare la loro libertà[326].

Sebbene la guerra di Parabiago togliesse al Visconti alcune migliaja di soldati, aveva non pertanto accresciuta la sua riputazione e la sua potenza. Era a quest'epoca sovrano di dieci città lombarde prima indipendenti[327], senza contare Pavia di cui ne divideva il dominio colla casa Beccaria. Cercava occasione d'acquistare qualche diritto in Toscana, onde aprirvi una nuova carriera alle sue pratiche ed alla sua ambizione; nè dovette aspettarne lungo tempo l'occasione: sua madre Beatrice d'Este aveva avuto dal suo primo marito, il giudice Nino di Gallura, una unica figliuola detta Giovanna, sorella uterina d'Azzo Visconti; la quale morì ed era l'ultima erede dei Visconti di Pisa, signori di una parte della Sardegna. Azzo presentossi subito per raccogliere l'eredità di quest'illustre famiglia; chiese ed ottenne la cittadinanza pisana, entrò in possesso dei beni di sua sorella, e per far comprendere che le sue pretensioni stendevansi altresì sul terzo della Sardegna, che gli Arragonesi avevano tolta ai giudici di Gallura, inquartò i suoi stemmi coi loro[328]. I Pisani desideravano ardentemente la sua alleanza, e le loro forze riunite avrebbero potuto togliere agli Arragonesi quest'isola, sulla quale i Pisani avevano così giusti diritti, ed il di cui possesso era tanto necessario alla sua potenza marittima. Ma Azzo Visconti fu colpito dalla morte nel colmo delle sue prosperità e de' suoi vasti progetti. Spirò il 16 agosto del 1339 nella fresca età di 37 anni[329]; e perchè non lasciava figliuoli maschi, i suoi due zii, Giovanni, vescovo di Novara, e Lucchino, ambedue figliuoli di Matteo, furono dall'elezione della nobiltà e del popolo chiamati insieme alla sovranità di Milano[330]. Il primo rassegnò ben tosto al fratello la parte della sua signoria, per sollecitare l'investitura del vacante arcivescovado di Milano, che ottenne dalla corte d'Avignone contro il pagamento di cinquanta mila fiorini, e la riserva di dieci mila fiorini di rendita[331].

Fu pure quest'anno memorabile per una importante rivoluzione nella repubblica di Genova. Dopo liberata dall'assedio, ci siamo limitati, rispetto a questa città, d'indicare sommariamente gli avvenimenti della guerra civile che laceravano questa repubblica: indebolita da continue zuffe, non impiegava nelle sue guerre intestine tali forze che richiamar potessero l'attenzione dell'Italia. Ma le nuove fazioni, che si manifestarono nel presente anno, meritano di essere più circostanziatamente descritte, poichè produssero nel governo della repubblica un durevole cambiamento, che forma epoca nella sua storia.

Era questo il tempo in cui Filippo di Valois sosteneva contro gl'Inglesi una ruinosa guerra. L'anno 1338 aveva prese al suo servigio venti galere armate dai Guelfi di Monaco e venti armate dai Ghibellini genovesi. Queste quaranta galere passarono in Francia sotto il comando d'Antonio Doria. I marinai genovesi dopo un anno di servigio lagnaronsi che questo ammiraglio loro non pagasse l'intero soldo. In una sedizione, ch'ebbe luogo sopra le galere, furono scacciati il Doria ed i suoi capitani, ed i marinai nominarono altri ufficiali[332]. Il re di Francia si dichiarò a favore dell'ammiraglio; fece porre in prigione Pietro Capurro di Valtaggio risguardato quale capo dei sediziosi e quindici suoi compagni. La subordinazione si ristabilì sulla flotta, ma fu abbandonata da moltissimi marinai, che tornarono alla loro patria lagnandosi dell'ammiraglio.

Al loro arrivo questi uomini inquieti trovarono molti concittadini mal disposti contro gli Spinola, i Doria, i Fieschi ed i Grimaldi. Da oltre sessant'anni queste quattro grandi famiglie avevano scossa la repubblica colle loro rivalità. A vicenda vittoriose o fuggitive, avevano a vicenda oppressi gli altri nobili ed il popolo. Sembrava che aspirassero ad assoggettare Genova ad una oligarchia ereditaria; attribuivansi tutte le funzioni onorevoli sia nella capitale, sia nelle città e castelli che ne dipendevano, come nelle flotte e nelle armate. Gli abitanti di Valtaggio presero i primi le armi per difendere o vendicare il loro compatriota Pietro Capurro, capo de' sediziosi della flotta. Il loro esempio fu seguìto dagli abitanti delle valli della Polsevera e di Bisagno ed in ultimo dai cittadini di Savona; nella quale città i sediziosi si adunarono nella chiesa di san Domenico, ove uno de' loro capi, salito sulla cattedra dei predicatori, e richiamando alla memoria de' suoi uditori le ingiurie e l'orgoglio della nobiltà, gli eccitò a scuotere il giogo di quest'ordine, ed a vendicarsi. «L'arroganza de' nobili è tanto grande, egli disse, che sdegnansi perfino che il popolo riclami i diritti guarentiti dalle leggi. Colui che alza gli occhi sopra di loro, e che ricordandosi d'essere Genovese osa invocare la libertà, viene strascinato in prigione o punito di morte come un ribelle. Chi dobbiamo però accusare di una così ingiuriosa oppressione? La nobiltà che l'impone, o noi che la soffriamo? La nobiltà prima di tutto nulla fece di nuovo, nulla che non sia conforme alla sua natura: ma noi con una vergognosa viltà, con una imperdonabile debolezza, noi non impieghiamo in nostra difesa le armi che d'ogni tempo sono state riservate al popolo. Non lo sappiamo noi forse, che agli oppressi non rimane che una risorsa, la sollevazione? E che in questa sola trovano la guarenzia dei loro diritti? Speriamo noi forse che un giudizio, o procedure giudiziali ne ridonino i nostri privilegi? Che potremmo noi sperare dai consigli composti di soli nobili, da tribunali creati da loro, da giuristi che sviano con tutti i sutterfugi della cavillazione? Il popolo ha egli un mezzo regolare d'ottenere giustizia quando la domanda contro i suoi magistrati? Può egli invocare in suo soccorso l'ordine sociale, quando questo istesso ordine sociale è corrotto? Non temete, cittadini, i giudizj dei tribunali venduti ai vostri nemici, l'obbrobrio di cui vorrebbero vedervi coperti, o i supplicj di cui vi minacciano; non temete i nomi di ribelli e di sediziosi di cui vi caricano; voi conoscete i vostri diritti, le leggi che devono proteggervi, e ch'essi violano senza pudore; voi le avete tutte scolpite nella vostra memoria; queste medesime leggi si sono fatte delle vostre braccia l'ultima guarenzia[333]

Gli abitanti di Savona, riscaldati da questo discorso, assediano il pretorio, ove Odoardo Doria governatore della città erasi rifugiato coi magistrati e con pochi gentiluomini. Dopo averli costretti ad arrendersi, li rinchiusero nella fortezza di santa Maria; nominarono capitani del popolo due plebei, e formarono loro un consiglio di venti marinai. Marciarono in appresso contro Genova, ove tutto era disposto per un'eguale rivoluzione che non tardò a scoppiare. La repubblica era governata da due capitani di parte ghibellina, un Doria ed uno Spinola, i quali avevano spogliato il popolo dell'elezione del suo Abate, magistrato che come i tribuni di Roma era specialmente incaricato della protezione e della difesa de' plebei. I malcontenti di Genova, tosto che videro arrivare in loro soccorso gli ammutinati di Savona, domandarono che fosse loro restituito il diritto d'eleggere il magistrato del popolo; ed il governo riconobbe la giustizia di questa domanda.

Venti plebei scelti dai loro concittadini per l'elezione dell'Abate adunaronsi in pretorio il 23 settembre del 1339[334]. I capitani, i nobili ed il popolo riuniti intorno a loro ne aspettavano la decisione; quando un uomo oscuro, alzando la voce, propose di nominare alla vacante piazza Simone Boccanigra, uomo attivo e pieno d'esperienza, che a somma prudenza univa un coraggio a tutte prove, e che sempre aveva protetti i plebei sebbene appartenente ad una delle più antiche famiglie della nobiltà. Questo nome venne ripetuto con entusiasmo; il popolo unendo la sua voce a quella degli elettori proclama il nuovo Abate che malgrado la sua resistenza fu costretto a sedersi tra i due capitani del popolo, e gli fu posta in mano la spada del comando.