I Pepoli si comportavano in città come se già ne fossero padroni. Giacomo, figlio di Taddeo, aveva promesso ad un prete suo amico di procurargli un beneficio vacante, ed avendolo chiesto inutilmente al vescovo, in un impeto di collera oltraggiò il prelato cogli schiaffi: il vescovo, preso un coltello, ferì il Pepoli in una guancia. Si corse alle armi da ambe le parti; il palazzo vescovile fu saccheggiato ed abbruciato; ed il capo della Chiesa di Bologna si sottrasse alla morte colla fuga[318].

Non pertanto, la considerazione personale che si era acquistata Brandaligi dei Gozzadini coll'espulsione del legato, conservava alcuna indipendenza al partito Maltraversa di cui era capo. L'anno 1337 Taddeo dei Pepoli eccitò contro i Gozzadini i Bianchi, loro particolari nemici; e quando seppe che gli uni e gli altri erano armati e pronti a battersi, si fece innanzi in mezzo a loro sulla piazza maggiore offrendosi loro mediatore. Prese Brandaligi per la mano, lo chiamò suo fratello e l'arbitro di Bologna; lo ricondusse a casa sua prodigandogli gli attestati del suo rispetto e del suo attaccamento; fece deporre le armi a' suoi proprj figliuoli, ch'eransi associati ai Bianchi, e determinò tutta la fazione dei Maltraversa a deporre le armi ed a disperdersi; ma appena si era il Pepoli ritirato, che i suoi partigiani, adunati in un altro quartiere, piombarono sopra le case dei Gozzadini, le saccheggiarono, le bruciarono, e forzarono Brandaligi a fuggire. Dopo ciò i sediziosi scacciarono dalla signoria tutti i magistrati attaccati al partito Maltraversa, e costrinsero gli altri a condannare all'esilio i Gozzadini ed i loro partigiani[319].

I Bolognesi erano entrati nella lega de' Fiorentini e de' Veneziani contro i signori della Scala, e la guerra in cui trovavansi impegnati, obbligavali a tenere molti cavalieri al loro soldo. Questi mercenarj, per la maggior parte Tedeschi, preferivano il servigio di un principe a quello della repubblica. D'altra parte, i tiranni la di cui potenza era fondata sulla forza militare avevano tutti studiata l'arte di rendersi cari ai soldati. Taddeo dei Pepoli aveva saputo guadagnarsi coloro che stavano allora in Bologna; avevali impegnati per mezzo di segreti emissarj ad accorrere a romore sulla piazza il 28 agosto 1337, gridando: viva messer Taddeo dei Pepoli!... I cittadini si ragunarono alle grida di viva il popolo; ma essi erano senza capo, ed i veri repubblicani erano stati esiliati colla fazione de' Maltraversa. Taddeo incoraggiava i suoi soldati, che disarmarono la guardia della signoria, e senza combattere, anzi senza resistenza, Taddeo fu introdotto nel pubblico palazzo. I mercenarj, che gli avevano aperto l'ingresso, lo proclamarono i primi signore generale di Bologna; alcuni giorni dopo le compagnie delle milizie, e più tardi ancora il consiglio del popolo acconsentirono a questa elezione. Gli amici della libertà erano affatto scoraggiati; e, perduta ogni speranza d'impedire lo stabilimento del despotismo, si assentarono da queste assemblee, nelle quali dieci soli cittadini ebbero la fermezza, di dichiararsi contro Taddeo dei Pepoli[320].

Il nuovo signore scoprì ben tosto, o suppose delle congiure contro di lui per esiliare, sotto questo pretesto, i cittadini che potevano ancora tenerlo inquieto[321]. Cercò poi di rappacificarsi col papa, che aveva messa la sua capitale sotto l'interdetto; riconobbe la sovranità dei pontefici sopra Bologna; promise alla Chiesa un annuo tributo di otto mila lire bolognesi; obbligossi a far marciare le sue truppe qualunque volta ne fosse richiesto dalla corte d'Avignone, ed ottenne a questi patti d'essere ammesso da Benedetto XII in seno della Chiesa, e fu riconosciuta la legittimità del suo potere[322].

La pace di Venezia fu posteriore a queste diverse rivoluzioni di Bologna. Questa pace, smembrando gli stati di Mastino della Scala, aveva posto il rimanente dell'Italia al coperto dalla sua ambizione; ma una casa più potente erasi di già arricchita delle sue spoglie. I talenti e le virtù d'Azzo Visconti, il quale era succeduto in Lombardia alla preponderanza di Mastino, rendeva la sua ambizione ancora più pericolosa. Visconti era in allora il solo signore che si occupasse del ben essere de' suoi popoli, e che sapesse farsi amare. La dolcezza della sua amministrazione gli guadagnava ammiratori e partigiani in ogni luogo, ed i sudditi del tiranno si felicitavano d'essere da lui conquistati. Brescia erasi ribellata contro Mastino per aprire le porte al signore di Milano; ed altre città avevano tentato d'imitarne l'esempio; ma il signore di Verona, facendo la pace con Azzo, occupavasi di già della sua vendetta; e fu precisamente col deporre le armi che suscitò contro al principe che lo aveva umiliato, i più pericolosi nemici.

(1338) Noi abbiamo veduto che i sobborghi di Vicenza erano stati abbandonati all'armata della lega: i Tedeschi assoldati prima da Fiorenza e da Venezia, vi si erano accantonati dopo conchiusa la pace, conservandoli come pegno d'una pretesa indennizzazione; onde rifiutarono di separarsi minacciando egualmente Mastino e gli alleati al di cui servigio erano stati fin allora. Il signore di Verona, volendosene liberare, pensò di rovesciarli addosso ad Azzo Visconti. Incaricò di quest'affare quello stesso Lodrisio Visconti che aveva due volte congiurato contro Galeazzo, e, costretto ad emigrare da Milano, erasi riparato a Verona.

(1339) Enrico VII, Federico d'Austria, Luigi di Baviera, il duca di Carinzia ed il re di Boemia avevano successivamente condotte in Italia nuove armate tedesche, e ben pochi degli avventurieri venuti con loro erano tornati in Germania: i sovrani d'Italia gli avevano assoldati, promettendo loro ricompense maggiori di quelle che trovar potevano nella loro patria. La prodigiosa superiorità che aveva nelle battaglie la cavalleria pesante, dovevasi molto meno al numero che all'abitudine delle armi: il cavaliere aveva un soldo proporzionato al lungo tempo che doveva impiegare, ed ai pericoli cui doveva soggiacere per imparare un tale mestiere; e mentre oggi la paga del soldato è minore di quella dell'ultimo mercenario, era in allora maggiore di quella del più esperto e ricco artefice.

I principi e le città d'Italia non erano in istato di tenere costantemente queste truppe al loro soldo; in tempo di guerra invitavano i mercenarj che avevano militato in altre armate, e li licenziavano all'epoca della pace. I Tedeschi, arrivati in Italia al seguito de' loro principi, erano ben tosto chiamati a servire altre potenze coll'allettamento di più larga mercede; e perchè le contese degl'Italiani erano affatto indifferenti a questi stranieri, vendevansi sempre al migliore offerente.

Generalmente parlando, ai principi tornava meglio d'avere dei Tedeschi al loro soldo, che dei nazionali, perchè la diversità della lingua li faceva più stranieri allo spirito di partito, e meno accessibili agl'intrighi. Sembrò a bella prima che le truppe mercenarie avessero pure altri vantaggi. Le forze degli stati si proporzionarono alle loro ricchezze, non alla popolazione; esse s'accrebbero coll'industria e coll'attività, e si perdettero per l'inerzia; si risparmiò il sangue de' sudditi cittadini; gli stessi soldati vestirono un carattere più umano, e la guerra si trattò con minor ferocia, perchè i combattenti erano quasi tutti compatriotti e non avevano veruna cagione di odio, che gli esacerbasse gli uni contro gli altri. In tempo della battaglia si risparmiavano reciprocamente; dopo la vittoria i vinti venivano spogliati delle loro armi e de' loro cavalli, e posti in libertà senza taglia. Non si previde a principio che l'uso de' soldati stranieri faceva perdere alla nazione il carattere militare, e la privava dei mezzi di respingere colle proprie forze le aggressioni che potevano opprimerla; non si previde che i mercenarj, ne' quali essa riponeva la sua confidenza, potevano un giorno tradirla. La negoziazione di Lodrisio Visconti con quelli che occupavano i sobborghi di Vicenza, fece per la prima volta conoscere ciò che doveva temersi da tali truppe.

Lodrisio Visconti giunse presso ai Tedeschi che occupavano i sobborghi di Vicenza, col danaro datogli da Mastino. Propose loro, poichè allora verun sovrano assoldava truppe, di marciare con lui contro Azzo Visconti; ed in cambio di soldo promise loro il saccheggio della città e del territorio di Milano. Richiamò alla loro memoria la grande compagnia de' Catalani ed Arragonesi che in principio del secolo era passata in Grecia e vi aveva fondato uno stabilimento, e li determinò ad intraprendere la guerra per conto loro proprio. I Tedeschi nominarono generali Lodrisio Visconti ed uno de' loro compatriotti detto Rinaldo di Givres[323]; presero il titolo di compagnia di san Giorgio, ed in principio di febbrajo del 1339 passarono l'Adige per entrare nel territorio milanese. La compagnia quando si pose in cammino era numerosa di due mila cinquecento cavalli e di molta infanteria, e di mano in mano che andava avanzando, faceva sempre nuove reclute.