Il Petrarca, pieno la mente ed il cuore delle opere de' Romani scrittori, non credeva esservi altre scienze oltre quelle da loro coltivate, nè maggiore grandezza di quella della loro patria. Egli aveva adottati perfino i pregiudizj dell'antica Roma, che per lui continuava ad essere la capitale del mondo, risguardando come barbaro tutto quanto non era romano. Perciò non poteva tenere segreto il suo sdegno contro i papi per avere trasportata la loro sede in un'oscura e schifosa città delle Gallie, preferendola alla capitale dell'universo ricca di magnifici palazzi. I Barbari francesi ed allemanni che osavano scendere armati in Italia, eccitavano egualmente la sua collera, non vedendo in costoro che schiavi ribelli, cui di continuo rimproverava i ferri che avevano infranti[354].
Non pertanto il Petrarca credette ben fatto di raccogliere da que' popoli, che tanto spesso chiamava barbari, tutto quanto conservavano di scienza. Visitò Parigi nel 1333, poi le città delle Fiandre, Aquisgrana e Colonia, di dove, passando per Lione, tornò ad Avignone[355]. Stefano Colonna, suo protettore, andava intanto a Roma, di modo che la fama del Petrarca dilatavasi in tutta l'Europa per mezzo suo e de' suoi amici. L'anno 1336 venne per mare in Italia, ove visse alcuni mesi in casa dei Colonna, allora in aperta guerra cogli Orsini; ed avanti di tornare in Provenza, visitò pure le coste della Spagna[356]; dopo i quali viaggi comperò in Valchiusa una piccola casa per istabilirsi in quel solitario paese. Nel 1339 diede principio ad un poema epico in versi latini, di cui Scipione doveva essere l'eroe, e che intitolò l'Africa. Lusingavasi di eternare con quest'opera la sua memoria; ma l'effetto non corrispose alle sue speranze[357].
Ritirato nella sua solitudine, nulla trascurava il nostro poeta che potesse giovare alla sua celebrità. Le lettere che gli furono ricapitate nello stesso giorno, per invitarlo a Parigi ed a Roma, gli arrecarono più gioja che sorpresa; poichè già da lungo tempo andava egli stesso preparando questo glorioso avvenimento. La sua ammirazione per la romana grandezza non lo lasciò nell'incertezza; ma per dare maggiore splendore al suo coronamento in Roma, risolse di subire un esame che non gli veniva richiesto; e prima di cingersi l'offerto alloro, si addirizzò a Roberto, re di Napoli, il più letterato sovrano di que' tempi, e grande protettore de' letterati, pregandolo di giudicare intorno alle sue cognizioni ed ai suoi talenti. Quando seppe accolta la sua domanda, Petrarca s'imbarcò alla volta di Napoli, ove sbarcò alla metà di marzo del 1341[358].
Il vecchio Roberto che aveva più gusto per lo studio, e rispetto per le scienze letterarie che militari, pareva scontare finalmente i delitti da suo avo Carlo I, il conquistatore di Napoli ed il carnefice di Corradino. Nel 1328 Roberto aveva perduto l'unico figlio Carlo, duca di Calabria, il quale morendo aveva lasciata una fanciulla, e la consorte gravida di un'altra. Il nipote di Roberto, Carlo Uberto, figlio di Carlo Martello, e nipote di Carlo II di Napoli, regnava allora in Ungheria. Roberto che gli aveva tolta la corona di Napoli col favore della corte pontificia, quando vide spenta la sua maschile discendenza, pensò di ritornare la corona alla casa d'Ungheria. Carlo Uberto venne a Manfredonia colla sua famiglia, e, valendosi della dispensa del papa, fece sposare ad Andrea suo secondogenito, allora di sette anni, Giovanna, maggior figliuola del duca di Calabria, che ne aveva cinque. Tale maritaggio si celebrò il 26 settembre del 1333; ed Andrea che fu dal padre lasciato alla corte di Napoli per esservi educato dall'avo della sposa, ricevette il titolo di duca di Calabria, e fu riconosciuto erede presuntivo della corona[359].
D'altra parte il re di Sicilia, Federico, quello stesso che dal 1295 innanzi aveva difesa la Sicilia con tanto coraggio e fortuna contro gli attacchi de' Napoletani, de' Francesi e della Chiesa, morì assai vecchio il 14 giugno del 1337, lasciando la corona a D. Pedro suo maggior figliuolo, che, lungi dall'avere i talenti e le virtù del padre, aveva opinione di scimunito[360].
Roberto tentò invano di approfittare della debolezza del nuovo re siciliano e della ribellione che si manifestò ne' suoi stati. I Napoletani, dopo un'inutile campagna nel 1338, furono forzati di ritirarsi[361]. Genova e molte altre città della Lombardia e del Piemonte eransi sottratte al dominio di Roberto. La guarnigione che aveva posta in Asti, non vedendosi pagata, vendè quella importante piazza al duca di Monferrato[362]. Intanto l'avarizia e la debolezza di Roberto davano il regno in preda a gravissimi disordini. I conti di Minerbino e di san Severino si facevano la guerra; e le città di Barletta, Sulmona, Aquila, Gaeta e Salerno erano divise in accanite parti che distruggevansi a vicenda. I fuorusciti eransi fatti assassini, e tutto il regno era esposto alle vessazioni dei proscritti e dei malviventi[363]. Roberto non andava dunque debitore alla prosperità de' suoi stati, o alla gloria delle sue armi del titolo di più saggio re della Cristianità. I letterati da lui beneficati furono i soli artefici della sua fama, celebrando quali prodigi di scienza e di buon gusto le lettere del monarca, i suoi editti, le sue scritture d'ogni genere. In fatti la sua pedantesca erudizione somministrava materia ai loro elogi[364].
Tale fu l'esaminatore scelto da Petrarca per giudicarlo degno di ricevere la corona in Campidoglio. Dopo l'esame, il poeta addirizzò una lettera alla posterità per informarla di tutte le particolarità del suo trionfo. «Roberto, egli scrive, fissò per quest'esame un giorno solenne, e mi tenne sotto le prove da mezzodì fino a sera; ma perchè discutendo ogni materia, la vedevamo andar crescendo, ricominciò l'esame ne' due susseguenti giorni. Così dopo avere tre giorni scossa la mia ignoranza, il terzo mi dichiarò degno dell'alloro poetico[365]». Allora Roberto cercò d'indurre Petrarca a ricevere la corona in Napoli; ma non potendo ottenere l'assenso del poeta, destinò Giovan Barili, uno de' suoi cortigiani, a rappresentarlo in questa cerimonia, impedito da vecchiaia di recarsi egli stesso a Roma[366]. Il Barili che sulla strada di Roma erasi separato dal Petrarca, fu svaligiato dagli assassini e costretto di rifare la strada di Napoli.
Roma aveva allora due senatori, Orso, conte d'Anguillara, di casa Colonna, e Giordano Orsini. Il primo, amico e protettore del Petrarca, aveva operato per la sua coronazione. Egli usciva di carica all'indomani di Pasqua, ed il giorno appunto destinato a tale funzione, che nel 1341 cadeva nell'otto d'aprile, fu scelto per la cerimonia[367].
Erano passati dodici secoli dopo che il Campidoglio più non vedeva trionfi; ed il popolo di Roma applaudì il poeta che saliva la sacra scala collo stesso trasporto con cui applaudiva in altri tempi i vincitori de' barbari, i liberatori della patria. Alcuni giovanetti vestiti di porpora indirizzavano ai Romani, in nome del Petrarca, versi fatti dal poeta per questa cerimonia. Le più illustri famiglie della nobiltà eransi conteso l'onore di far entrare i loro figli nel corteggio del grand'uomo[368].
Il Petrarca, coperto da una veste di porpora, donatagli dal re Roberto, era preceduto dal suono delle trombe e dei tamburi. Giunto nella sala della giustizia si rivolse al popolo che lo accompagnava, dicendo ad alta voce: «Dio conservi il popolo romano, il senato e la libertà!» Indi postosi ginocchioni innanzi al senatore, questi, che teneva in mano la corona di lauro, la collocò sul capo di Petrarca, ed il popolo fece allora eccheggiare il palazzo e la piazza de' suoi applausi, gridando: «viva il Campidoglio ed il poeta[369].»