CAPITOLO XXXV.

I Fiorentini comprano Lucca, mentre i Pisani l'occupano colle armi. — Guerra tra le due repubbliche. — Tirannide del duca d'Atene in Firenze.

1340 = 1343.

I Fiorentini avevano accettato il trattato di Venezia onde por fine ad una guerra che mantenevasi in Toscana quasi senza intervallo da oltre dieciotto anni. Le ostilità, cominciate da Castruccio nel 1320, eransi continuate contro Gherardino Spinola, Giovanni di Boemia e Mastino della Scala, senza che le campagne di Val di Nievole, dello stato di Lucca e di Val d'Arno godessero un solo anno di riposo. A vicenda guaste dai nemici e dai soldati destinati a difenderle, erano state spogliate delle loro ricchezze, ed abbandonate da non pochi coltivatori. Non pertanto i ricchi commercianti di Firenze, proprietarj di non poche di quelle campagne, soccorrevano i loro spogliati coloni, e riparavano generosamente i danni della guerra. Infinite ricchezze dei Fiorentini non esposte alla rapacità del nemico circolavano continuamente dall'una all'altra estremità dell'Europa. Ne' magazzini d'Anversa e di Venezia, ne' mercati di Parigi e di Londra, sopra le navi che scorrevano il Mediterraneo e l'Oceano, nelle carovane che attraversavano la Germania, la Francia, l'Italia, trovavansi ovunque proprietà fiorentine, ed il mercante cui appartenevano, disponeva con piacere per la difesa della libertà, di que' beni che non erano sottoposti alle leggi del paese.

Come i guasti della guerra erano presto risarciti dai Fiorentini, così erano ben tosto scordate ancora le sue calamità; e lo stato dopo un breve riposo veniva strascinato in nuove guerre. Il rango che oramai occupava la repubblica tra le potenze italiane, più non gli permetteva di rimanersi neutrale nelle rivoluzioni di questa contrada; e la sua ambizione andava acquistando attività in ragione dell'ingrandimento del suo potere. Firenze non era più contenta de' suoi antichi confini, e cercava in ogni occasione di allargarli, aspirando al dominio di tutta la Toscana: per cui non durò che tre anni la pace conchiusa in Venezia, sebbene calamità di altro genere, la peste e le civili discordie, avessero, prima di ricominciare la guerra, privata la repubblica di quella tranquillità che aveva sperato di godere.

La peste tenne dietro, nel 1340, ai cattivi raccolti di due anni consecutivi, che avevano fatto soffrire al popolo la fame, ed indebolito il temperamento dei poveri. Ne' caldi dell'estate l'epidemia colse quindici mila vittime, non lasciando, per così dire, intatta veruna famiglia. Pure per impedire che l'immaginazione si spaventasse alla vista di tanti morti e delle continue processioni funebri, i magistrati vietarono al banditore pubblico d'invitare alle tumulazioni, ed ai parenti di tenersi adunati nella chiesa ov'era portato il morto[370]. I freddi dell'inverno misero finalmente termine al contagio, che dopo pochi anni doveva riprodursi con maggiore violenza, e rinnovarsi altre volte in diverse epoche del 14º secolo, togliendo alla terra la metà de' suoi abitanti.

Quasi senza interrompimento tenne dietro a tanta calamità quella della civile discordia. Dodici cittadini di Firenze eransi in quest'epoca usurpata tutta l'autorità della repubblica; non già mutando le leggi costituzionali, o le magistrature dello stato; ma rendendo le ultime dipendenti dalla propria autorità, ed assicurando che le elezioni dell'estrazione a sorte non cadessero che sopra loro, e sui loro amici clienti. Per conservare questo potere oligarchico, egualmente odioso ai grandi ed al popolo, e per impedire che una più attenta sopravveglianza sullo scrutinio de' priori non correggesse gli abusi da loro introdotti, crearono un nuovo rettore o magistrato; ed in onta della legge che dichiarava quelli di Agobbio incapaci d'esercitare in Firenze veruna signoria, chiamarono, col titolo di capitano della guardia, lo stesso Giacomo Gabrielli d'Agobbio che aveva dato motivo a tale legge; e gli affidarono una guardia di cento uomini a cavallo e di duecento fanti al soldo del comune, destinandolo a mantenere, con una giurisdizione affatto arbitraria, l'usurpato potere[371].