Fra coloro che trovaronsi esposti i primi alla persecuzione di Gabrielli, si credettero le più offese le nobili famiglie dei Baldi e dei Frescobaldi, per essere state condannate ad arbitrarie non meritate ammende, e costrette a deporre in mano della signoria i castelli di Mangona, di Vernia ed altri, che avevano comperati dai loro antichi conti. I Baldi ed i Frescobaldi non si sottoposero senza resistenza all'oppressione; tentarono di disfarsi di Gabrielli e dell'oligarchia che governava; fecero entrare in una congiura i principali capi della nobiltà; in pari tempo mossero una corrispondenza coi signori de' castelli, che ancora si mantenevano quasi indipendenti, i conti Guidi, i Tarlati d'Arezzo, i Pazzi di Val d'Arno, i Guazzallotti di Prato, i Belforti di Volterra, gli Ubertini e gli Ubaldini degli Appennini, e chiesero il loro soccorso. Tutti questi gentiluomini avrebbero dovuto trovarsi presso le mura della città la notte d'Ognissanti, ed all'indomani, in tempo del divino ufficio, i congiurati prendere le armi per disfarsi di Giacomo Gabrielli, e di coloro che lo avevano chiamato.

Ma la congiura fu scoperta un dì prima dell'esecuzione da Giacomo Alberti membro della dominante oligarchia; e la stessa sera d'Ognissanti gli amici del governo si adunarono nel palazzo dei priori, e fecero dar il segno dell'allarme. Le compagnie del popolo vennero in piazza coi loro gonfaloni, e furono chiuse le porte della città prima che i congiurati potessero ricevere i soccorsi dai loro amici di fuori. I Baldi ed i Frescobaldi, vedendo la trama scoperta, si fortificarono oltr'Arno, e tentarono di tagliare i ponti; ma non riuscì loro d'impadronirsi di quello di Rubaconte; onde non essendo impedita la comunicazione tra le due parti della città, convennero col podestà di uscire di Firenze senza venire alle mani[372].

La parte vittoriosa fece condannare i Baldi, i Frescobaldi ed altri gentiluomini all'esilio. In appresso fece atterrare le loro case, ed invitare le città guelfe sue amiche a non accordar loro asilo. Tanta asprezza usata dal governo nel vendicarsi forzò gli esiliati a ripararsi a Pisa, ed unirsi colà ai nemici dello stato, ai quali non fu inutile il loro soccorso[373].

Nel seguente anno 1341 i Fiorentini avendo tentato d'acquistare la signoria di Lucca, fecero esperienza degli ostacoli che i loro emigrati sapevano opporre ai loro progetti. Mastino della Scala aveva posto ad altissimo prezzo il possedimento di Lucca quando questa città gli apriva le porte della Toscana. Il territorio di Lucca comunicava allora per mezzo dello stato di Parma cogli stati degli Scaligeri posti al di là dell'Adige. Parma univa in un solo corpo i diversi paesi sottomessi a questa famiglia, onde per meglio assicurarsi della sua ubbidienza, Mastino l'aveva ceduta in feudo ai suoi zii materni, i figliuoli di Giberto da Coreggio. Egli credeva di potersi fidar loro interamente sia pei legami del sangue, come per la riconoscenza che gli dovevano, e per l'odio inveterato che la casa di Coreggio nudriva contro quella dei Rossi da lui spogliata di Parma, e cacciata in esilio. Ma Azzo, il terzo de' quattro fratelli da Coreggio, non si accontentava del rango di signore feudatario, ed aspirando alla sovranità, sperava di poterla conseguire congiurando contro il suo benefattore. Per riuscire ne' suoi progetti chiese soccorsi a Roberto di Napoli, a Luchino Visconti ed al Gonzaga di Mantova; ed il 17 maggio del 1341, essendogli state aperte dai fratelli le porte di Parma, corse la città alla testa de' cavalieri che aveva adunati, facendosene proclamare signore[374]. Allora fu tolta ogni comunicazione tra Lucca e gli stati di Mastino, il quale trovossi impegnato in una pericolosa guerra coi signori di Milano e di Mantova; onde posto fuori di speranza di ricuperare Parma e di conservare Lucca, risolse di vendere l'ultima ai Fiorentini o ai Pisani, che ne desideravano egualmente la signoria.

I Fiorentini avevano avuto sentore della trama di Azzo da Coreggio, senza che volessero avervi parte; ed avevano pure rifiutata l'alleanza di Luchino Visconti, che loro faceva l'offerta di mille cavalli per attaccar Lucca[375]: bensì accolsero avidamente le prime aperture loro fatte da Mastino. Non si era mai cessato di rinfacciare alla signoria il rifiuto dell'acquisto di Lucca quando i Tedeschi volevano venderla all'incanto; ed il governo credette giunta l'opportunità di riparare quest'errore. Si nominarono venti commissarj con illimitate facoltà di stringere con Mastino il contratto, e di riscuotere le somme necessarie al pagamento[376]. Questi, coll'intervento del marchese d'Este, convennero di pagare duecento cinquanta mila fiorini al signore della Scala pel possesso di Lucca, e si mandarono cinquanta ostaggi a Ferrara dalle due parti contraenti, per rimanervi fino alla totale esecuzione del trattato[377].

I Pisani, che dal canto loro erano entrati in negoziazioni con Mastino, ma che non avevano potuto offrire così alto prezzo, intesero con ispavento che i naturali loro nemici erano in procinto di acquistare così importante città, e di chiuderli con tale acquisto da ogni lato. La signoria avendo adunato un consiglio generale nella chiesa cattedrale, il priore degli anziani si alzò per aprire la deliberazione.

«Signori, egli disse, noi vi abbiamo chiamati presso di noi per avvertirvi che i Fiorentini hanno comperato Lucca: essi pretendono che tale acquisto loro aprirà ben tosto le porte di Pisa, e già ne minacciano di porre steccati fino al piede delle nostre mura, e ridurci in servitù colle privazioni e colla fame: e finalmente quando la nostra città si sarà loro resa, di spianare le fortificazioni, di distruggere tre de' suoi principali quartieri, conservandone un solo, cui daranno il nome di Firenzuola. Vedete voi medesimi ciò che convenga di fare.»

A tali parole tutta l'adunanza fremè di sdegno. Invano alcuni oratori tentarono di richiamarla a pacifici sentimenti.

«È a Lucca, risposero, che dobbiamo marciare; per la guerra impegneremo le nostre fortune e le nostre vite; per la guerra prenderanno le armi anche le nostre spose, e Dio accorderà la vittoria al diritto contro l'orgoglio e l'iniquità!» Allora gli Anziani fecero votare per la proposizione di dichiarare la guerra ai Fiorentini, e fu adottata quasi unanimamente[378].

Gli esiliati fiorentini che si erano rifugiati in Pisa, procurarono a questa repubblica l'alleanza di tutti i signori che avevano presa parte alla loro trama nel precedente anno, i conti Guidi, gli Ubaldini, Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, e tutti i Ghibellini di Toscana e della Romagna. Unironsi inoltre ai Pisani nemici di Mastino il doge di Genova, i Gonzaga, i Carrara, i Coreggieschi di Parma, ed in prima il signore di Milano, Luchino Visconti, che mandò loro due mila cavalli sotto la condotta di Giovan Visconti d'Oleggio, suo nipote. Anche prima che arrivassero le truppe sussidiarie, un'armata pisana, composta delle milizie di due quartieri della città, sostenuta da mille duecento cavalli, e da cinquecento arcieri, aveva invaso lo stato di Lucca nel mese di luglio, ed occupati Ceruglio, Montechiaro, Porcari, ed alcuni ponti sul Serchio[379].