I Fiorentini non si erano preparati a sostenere una non preveduta guerra; ed i Lucchesi non potevano mantenersi in campagna; onde l'armata Pisana, dopo avere occupate tutte le strade di Lucca, strinse la città stessa con una linea fortificata di dodici miglia di circuito, quasi senza incontrare resistenza. Era questa linea formata da due profonde fosse, difese da una palafitta con ridotti di piazza in piazza. L'armata dividevasi in tre campi, posti di fronte alle tre porte della città, ed il frapposto terreno tra l'un campo e l'altro era stato da ogni luogo appianato ed aperto alla cavalleria. Dopo pochi giorni di servizio le milizie dei due quartieri di Pisa che formavano l'assedio di Lucca, venivano rilevate da quelle degli altri due[380]. Intanto si presentò innanzi a Pisa il Visconti d'Oleggio colle truppe sussidiarie mandate dal signore di Milano. Si dà per certo che fosse segretamente intenzionato di occupare la città che avevalo chiamato in suo soccorso; ma la signoria, che n'ebbe sospetto, aveva spediti ufficiali incontro alla cavalleria per pagarle un doppio soldo nell'istante che giugnerebbe alle porte e farla all'istante partire per raggiugnere l'armata.
I Fiorentini avevano consumati due mesi nell'adunare un'armata capace di attaccare i Pisani nello stato di Lucca. Quest'armata composta di due mila cavalli al soldo della repubblica, di mille seicento ausiliarj somministrati in parte da Mastino della Scala, e di dieci mila pedoni, entrò finalmente in campagna verso la metà di agosto comandata da Matteo di Pontecarali di Brescia, in allora capitano della guardia. Questo generale non era nè pel suo rango, nè per la sua esperienza fatto per così grande impresa, e non tardò a darne prova. Dopo aver fatta inoltrare la sua armata tra Pisa e Lucca in un luogo acconcio a tagliare al campo degli assedianti ogni comunicazione colla loro patria, si ritirò per ripararsi dalle violenti piogge che lo sorpresero[381]. Entrò in appresso nel territorio lucchese per Val di Nievole, seco conducendo i commissarj di Mastino che dovevano dargli il possesso di Lucca. Il signore di Verona, da che seppe essere questa città in pericolo, aveva abbassate le sue pretese; egli la cedeva ai Fiorentini per cento cinquanta mila scudi, e l'avrebbe ceduta ancora a più basso prezzo, se questi avessero saputo tirar profitto dalle circostanze. Pontecarali, avvicinandosi alle linee pisane, s'aprì il passaggio sopra un punto, che attaccò di concerto cogli assediati, e fece entrare in città trecento cavalli e cinquecento pedoni coi commissarj dei due governi; ma invece di approfittare dell'ottenuto vantaggio attaccando l'armata pisana, che il suo avvicinamento aveva già posta in qualche disordine[382], si ritirò sulle colline di Gragnano e di san Gennaro, per isloggiarne alcuni corpi pisani che le occupavano.
Lucca essendo stata consegnata ai commissarj fiorentini da quelli di Mastino, e congedato la guarnigione ghibellina per far luogo alla guelfa, la signoria di Firenze ordinò al suo generale di dar battaglia. Di fatti Pontecarali sfidò i Pisani a battaglia, e questi l'accettarono pel giorno 2 ottobre; onde svelsero le palafitte, per non avere altra difesa che il proprio valore, ed ogni armata appianò dal canto suo il terreno che la separava dal nemico[383].
Alcuni giovani appartenenti alle più nobili famiglie di Siena che si ritrovavano in qualità di ausiliarj nel campo fiorentino, si fecero armare cavalieri la stessa mattina del 2 ottobre prima che cominciasse la battaglia, e subito si posero nelle prime file della prima divisione condotta da Pontecarali. Questa divisione si condusse valorosamente, rompendo le due prime linee pisane che le si opposero consecutivamente, e facendo prigionieri la maggior parte de' loro capi, fra i quali Visconti d'Oleggio. Ma la seconda linea de' Fiorentini non si mosse quando doveva farlo, ed ingannata da un falso avviso sull'esito del precedente combattimento, fuggì senza avere abbassata la lancia. Ciupo degli scolari, che comandava la terza linea dei Pisani, piombò in allora sulla prima divisione fiorentina, i di cui soldati trovavansi in parte spossati dai due sostenuti combattimenti, ed in parte dispersi nell'inseguire i nemici fuggitivi: non gli fu quindi difficile di romperli affatto e di ricuperare tutti i prigionieri, tranne Visconti d'Oleggio, ch'era di già stato mandato all'altro corpo d'armata, e di far prigioniero con mille soldati il generale de' Fiorentini Matteo di Pontecarali[384].
Dopo questa disfatta si affrettò di lasciare il territorio di Lucca, e la signoria, rinunciando per il presente anno ad un secondo attacco, cercò di afforzarsi con nuove alleanze, per ricominciare più vigorosamente la guerra nella seguente campagna. Prima di tutto ella si volse al re Roberto di Napoli, che da lungo tempo non soddisfaceva agli obblighi contratti nelle precedenti alleanze, e acconsentì pure, per fargli cosa grata, di riconoscere i pretesi suoi diritti sopra Lucca[385]; ma perchè Roberto non si mosse per sostenere queste sue pretese nè per difendere i suoi alleati, i Fiorentini scordarono gli antichi odj, come altri aveva a riguardo loro scordata un'antica amicizia, e promossero l'alleanza d'un uomo di cui eransi fin allora mostrati acerbissimi nemici.
Luigi di Baviera, sempre scomunicato dal papa, sempre da lui spogliato di tutte le dignità, non lasciava perciò di regnare come imperatore sopra una vasta parte della Germania. Erasi egli intimamente unito al duca d'Austria, mentre Giovanni, re di Boemia, dichiaravasi suo nemico. La guerra che i Fiorentini avevano fatta al Boemo diventava per Luigi un motivo di scordare la guerra fatta prima a lui medesimo: altronde, dopo l'assenza di quattordici anni, l'imperatore desiderava di rivedere l'Italia, onde entrò in negoziazioni per condurre, a condizione di pagargli un considerabile sussidio, un'armata in servigio de' Fiorentini. I suoi ambasciatori giunsero per quest'oggetto in Firenze, e furono magnificamente ricevuti; ma mentre un tale trattato incontrava di sua natura molte difficoltà e veniva inoltre ritardato da nuovi affari che occupavano l'imperatore in Germania, la sua pubblicità arrecò ai Fiorentini gravissimi danni, perchè si cominciò a tenere per indubitato che fossero in procinto di abbandonare la parte guelfa per allearsi colla ghibellina. I nobili napoletani, che avevano fidate le loro sostanze al mercanti di Firenze, temettero una rivoluzione che obbligherebbe il loro re ad entrare in guerra contro la repubblica, e rivollero i loro capitali; la quale inaspettata domanda fu cagione del fallimento delle migliori case di Firenze[386].
Frattanto Malatesta de' Malatesti di Rimini aveva preso il comando dell'armata fiorentina; ed il 27 marzo del 1342 si pose in campagna accampandosi a Gragnano sui poggi che separano la Valle di Nievole dal piano di Lucca. Colà trovandosi ebbe modo di avere segrete corrispondenze nel campo nemico, ad oggetto di sedurre i Tedeschi che militavano per i Pisani. Ma questi avevano nominato loro capitano Nolfo di Montefeltro, parente di Malatesta, anche esso romagnolo, e non meno di lui addestrato negli intrighi e nelle trame, di cui la Romagna fu sempre maestra. Durante un mese e mezzo cercarono d'ingannarsi vicendevolmente, senza venir mai ad un fatto d'armi. In pari tempo i Fiorentini, sospettando che i Tarlati, signori di Pietra Mala, avessero tramato di sorprendere Arezzo, fecero sostenere in prigione i principali capi di questa famiglia: ma molti altri essendosi rifugiati ne' loro castelli, li fecero ribellare alla repubblica e spiegarono le insegne ghibelline[387].
Mentre ciò accadeva, Gualtieri di Brienne, duca d'Atene, quello stesso che nel 1326 era stato in Firenze luogotenente del duca di Calabria, andando dalla Francia a Napoli passò per Firenze. Era Gualtieri nato in Grecia, ed apparteneva a quella tralignata stirpe ch'era in Levante succeduta ai primi crociati, indicati perciò con ingiurioso soprannome. Era di bassa statura, ed aveva un ributtante aspetto, che nascondeva uno spirito sospettoso e falso, un cuor perfido, costumi corrottissimi. La sua ambizione non sentiva nè il freno della morale, nè quello della religione, e la sola avarizia avanzava l'ambizione: per dirlo in una parola, di tutte le virtù che avevano resi gloriosi i suoi antenati, non aveva ereditato che il valor militare; qualità abbagliante, sebbene non rara, compatibile con ogni sorta di vizj, e talvolta ancora colla stessa viltà. Il ducato d'Atene era stato tolto a suo padre dai Catalani l'anno 1312[388]; il ducato di Lecce, in Puglia, gli rimaneva, e quello era il solo suo patrimonio. Dopo il 1326 la compagnia de' Catalani essendosi sottomessa al re di Sicilia, tre figliuoli di Federico avevano successivamente avuto il titolo ed il governo del ducato d'Atene[389]. Nondimeno Gualtieri era tenuto in molta considerazione perchè supponevasi che avesse il favore dei re di Francia e di Napoli; e quest'ultimo nelle negoziazioni avute colla repubblica fiorentina le aveva annunziato che avrebbe dato a Gualtieri il comando della truppa che disponevasi a mandare in di lei soccorso; onde la signoria lusingavasi di vincere finalmente l'avarizia e l'irresoluzione dell'antico alleato, affidando qualche impiego a colui ch'era stato favorito di suo figliuolo, e che adesso veniva indicato come suo luogotenente[390].
Gualtieri di Brienne recossi effettivamente all'armata fiorentina, che il Malatesta teneva accampata a san Pietro in Campo, presso Lucca, e fu colà raggiunto da molti baroni di Luigi di Baviera, che venivano in qualità di volontarj a militare sotto le bandiere di Firenze. Per le dirotte piogge del mese di maggio le acque del Serchio cresciute a dismisura, avevano rotti gli argini, e resa l'armata affatto inattiva, sebbene i Fiorentini avessero due volte più forze dei Pisani. Non potendo far altro, il duca d'Atene ed i baroni tedeschi si segnalarono vicendevolmente in alcune scaramucce, nelle quali se fossero stati sostenuti da Malatesta, avrebbero più d'una volta potuto romper tutta l'armata pisana: ma il Malatesta diede all'opposto ai Pisani quanto tempo volevano per afforzare le loro linee; e quando vide che più non potevano essere vantaggiosamente attaccati, e che le inondazioni del Serchio impedivano i trasporti delle vittovaglie, s'allontanò da Lucca il 29 di maggio, riconducendo la sua armata in Val d'Arno. Coloro che comandavano a Lucca per parte della repubblica fiorentina, vedendo che l'armata che doveva liberarli, non aveva potuto far levare l'assedio, e mancando affatto di munizioni, capitolarono, cedendo la città ai Pisani il giorno 6 di luglio del 1342[391].
Il malcontento del popolo manifestossi in Firenze con una terribile violenza, allorchè fu veduta entrare la potente armata di Malatesta che aveva lasciato prender Lucca sotto i suoi occhi; il pubblico accusava a vicenda d'inesperienza e di viltà il generale, d'ignoranza, di presonzione o di venalità i signori della guerra. Se avesse comandato, si diceva, il duca d'Atene, non avrebbe sofferta una così dannosa inazione, nè così vile ritirata; ma questi, a dispetto della fortuna de' Fiorentini che aveva loro mandato un così riputato generale, era stato ridotto al rango di semplice spettatore dei mancamenti e dell'ignoranza di un altro. Convenne, per soddisfare al popolo, dare all'istante il titolo di capitano di giustizia al duca d'Atene; ed allorchè il 1º agosto terminò la condotta del Malatesta, si dovette confidare al duca il comando generale dell'armata. In forza delle quali attribuzioni ebbe questi il diritto di alta giustizia nella città e nel campo[392].