Due fazioni erano di que' tempi in Firenze che miravano a distruggere la pubblica libertà. Formavasi la prima dell'antica nobiltà. Esclusi i nobili dal governo da un'ordinanza di giustizia, vedevansi esposti ad arbitrarie e talvolte ingiuste procedure qualunque volta il solo loro nome veniva pronunciato in qualche sommossa, e la gelosia del popolo rimproverava loro perfino il potere di cui esso gli aveva spogliati: perciò erano essi disposti a tutto intraprendere per rovesciare quella libertà cui essi non partecipavano. Un'altra non meno potente fazione trovavasi alla testa del governo, indicata col nome di popolani grassi; i quali in una repubblica, le di cui leggi erano tutte democratiche, avevano trovato il modo di arrogarsi esclusivamente la sovranità che doveva appartenere a tutto il popolo. La loro oligarchia borghese era oggetto dell'universale gelosia; erano accusati d'imprudenza e d'incapacità nel trattare gli affari, e di venalità negl'impieghi. Il Villani attesta che costoro s'arricchivano con vergognosa impudenza, appropriandosi il danaro dello stato, e che a Mastino della Scala per la compra di Lucca avevano dati cinquanta mila fiorini meno della somma portata nel conto. Questi per deviare la pubblica censura dalla loro amministrazione, progettarono di abbandonare il popolo alle vessazioni di un giudice crudele, lusingandosi di nascondere le azioni loro dietro questa subalterna tirannide. Sperarono di dirigere a voglia loro il duca d'Atene, come due anni prima avevano diretto Jacopo Gabrielli, senza che venisse perciò loro rimproverata la crudeltà del capitan generale. Eccitavano dunque segretamente Gualtieri ad abusare del potere ch'essi medesimi gli avevano affidato. Ma questi più di loro esperimentato nell'arte degl'intrighi, più di loro straniero alla pubblica ruina ed alle private disgrazie, si offerse come strumento a que' medesimi, di cui voleva essere padrone, promettendo di servire a tutte le passioni di que' malaccorti che di già sagrificava alla propria avarizia ed ambizione.
Ma le prime sentenze capitali che pronunciò il duca d'Atene, lasciarono travedere le sue intenzioni di non limitarsi ad un potere subalterno. Egli fece decapitare Giovanni de Medici che aveva il comando della fortezza di Lucca quando s'arrese ai Pisani, ed a Guglielmo Ottoviti, governatore d'Arezzo, che con alcune ingiustizie aveva provocata la sommossa dei Tarlati; sottopose a disonoranti processi Riccardo dei Ricci e Naddo Rucellai, accusati d'arricchirsi a spese del tesoro, e condannati avendoli ad enormi ammende a stento si lasciò piegare a salvar loro la vita[393]. Le quattro famiglie così duramente trattate dal duca nel primo mese della sua amministrazione facevano parte di quella dominante oligarchia, cui lo stesso Gualtieri andava debitore della sua autorità. Mentre le pronunciate sentenze spargevano il terrore nella classe de' grassi borghesi, rallegravano la nobiltà ed il popolo, soddisfacendo alla gelosia dei primi, ed all'odio degli altri. La scure della giustizia vedevasi posta in mano al vendicatore degli ordini oppressi, innanzi al quale il favore e l'intrigo restavano impotenti, ed i meglio radicati abusi sarebbero stati distrutti. Avendo Gualtieri dato a conoscere la strada che voleva tenere, e quali parti desiderava di rendersi amiche, accolse favorevolmente i loro progetti e s'unì coi più stretti vincoli ai nemici del governo. Promise ai grandi di far rivocare l'ordinanza di giustizia, se col mezzo loro poteva ottenere più stabile dominio, e con tale promessa le principali famiglie della nobiltà si dichiararono per lui[394]. Poi ch'ebbe guadagnata la nobiltà, si volse ad alcuni mercanti in procinto di fallire, promettendo loro grosse sovvenzioni dal tesoro dello stato onde potessero sostenere il ritardato pagamento de' loro crediti; e molte delle più riputate famiglie borghesi presero a favorirlo[395]: finalmente non contento di farsi strumento dell'odio e delle vendette del basso popolo contro la classe superiore, lo accarezzò mostrandosi popolare con affettata famigliarità e promettendogli di metterlo a parte de' pubblici onori.
Frattanto l'ufficio de' venti commissarj, o signori della guerra nominati per l'acquisto di Lucca, era spirato in principio di settembre; onde i partigiani del duca, liberati dalla loro sopraveglianza, ardivano più apertamente manifestare i loro progetti; dichiaravano che la repubblica aveva bisogno di essere riformata; che l'esito dell'ultima guerra dava a conoscere la totale corruzione del governo; che soltanto una mano vigorosa poteva svellere gli abusi, e riconciliare le parti esacerbate le une contro le altre; finalmente che il duca d'Atene aveva già fatto esperimento della sua capacità per così eminente carica, che richiedeva appunto quella fermezza di carattere, e quella giustizia, che aveva fin qui mostrata nella sua amministrazione. Simili discorsi ripetuti nelle adunanze de' corpi de' mestieri, e nelle taverne, ove i soldati del duca frammischiavansi al popolo per corromperlo, incoraggiarono alcuni grandi a proporre ai priori di offrire al duca la signoria di Firenze.
Il gonfaloniere fece, prima di rispondere, adunare il collegio de' dodici buoni uomini ed i sedici gonfalonieri delle compagnie della milizia, onde deliberassero colla signoria; e dopo aver manifestati a questi consiglieri i pericoli che sovrastavano alla pubblica libertà, si volse ai gentiluomini che avevano parlato per il duca. «Con estremo dolore, loro disse, vi vediamo dimentichi della virtù de' vostri antenati, e de' costumi della vostra patria; la repubblica, per la quale chiedete così estremo rimedio, non conosce verun altro pericolo fuor di quello, cui l'esponete al presente. Andate non pertanto, e dite al duca d'Atene, che in altri assai più infelici tempi che questi non sono, i vostri ed i nostri maggiori chiesero più volte ajuto a stranieri principi; i Ghibellini a Federico ed a Manfredi; i Guelfi ai due Carli ed a Roberto; ma non mai, per grande che fosse la dignità del monarca ed il pericolo dello stato, non mai fu sagrificata la pubblica libertà; giammai non fu dato a Firenze un signore sovrano. Le nostre consorti ed i nostri figliuoli non sapranno mai perdonarci la vergogna della schiavitù; noi medesimi mai non rinuncieremo alla felicità di vivere liberi»[396].
Il duca d'Atene si affrettò di calmare quel movimento d'entusiasmo che risvegliato aveva il discorso del gonfaloniere, assicurando ch'egli medesimo non desiderava un potere che sovvertisse la libertà dello stato, che soltanto chiedeva di aver libere le mani per breve tempo, finchè avesse potuto fare quel bene di cui sentivasi capace; che non pretendeva cosa insolita a Firenze, e che un'autorità dittatoriale in tempi calamitosi era stata più volte accordata a principi che assai meno di lui amavano la repubblica. Mentre rassicurava in tal modo i consiglieri della signoria, i suoi araldi d'armi sparsi per la città chiamavano il popolo a parlamento sulla piazza di santa Croce per deliberare intorno ai bisogni della repubblica.
L'autorità sovrana del parlamento era riconosciuta in tutte le repubbliche italiane; il governo non agiva mai che quale rappresentante della nazione, onde cessava il suo potere tosto che la nazione medesima era adunata. Non si era potuto far capire al popolo che il numero de' suoi suffragi non è l'espressione della sua volontà; che, supponendo ancora tutti i cittadini eguali, nè tutti vogliono, nè tutti sentono egualmente, e che il popolo non è sovrano che allora quando l'interesse di tutte le sue classi è ugualmente sacro, non quando la loro voce è confusa col clamore popolare. Per altro tutti i governi sapevano che l'interesse nazionale non è mai con tanta facilità sacrificato da qualunque altra adunanza, come da quella della nazione medesima; e che mentre i consigli mantenevansi fedeli al proprio dovere, i parlamenti avevano frequentemente acconsentito alla ruina della libertà, o alla sovversione della costituzione. I priori di Firenze temettero che il parlamento dasse la repubblica in mano al duca d'Atene. Essi non potevano impedire una convocazione che Gualtieri aveva diritto d'ordinare come capitano del popolo; si rivolsero perciò subito a lui medesimo, onde impegnarlo a ratificare solennemente le promesse che andava facendo. Gualtieri vi acconsentì di buon grado, convenne che i priori aprissero le deliberazioni, a condizione che eglino chiedessero al popolo la proroga per un anno dell'autorità data al duca d'Atene cogli stessi privilegi accordati sedici anni prima al duca di Calabria, e sotto le stesse riserve e restrizioni. Gualtieri obbligò la sua parola di cavaliere a non chiedere nè accettare maggiori poteri, quand'anche gli venissero dal popolo offerti. Questa vicendevole convenzione venne ridotta a formale contratto, ratificata dai notai e confermata con giuramento[397].
All'indomani 8 settembre, giorno della festa della Vergine, il popolo si adunò nella piazza del palazzo, ove giunse il duca in mezzo a cento venti uomini d'armi ed ai trecento fanti che formavano la sua guardia; ma tutti i nobili, tranne la famiglia della Tosa, avevano prese le armi, ed ingrossato il suo corteggio. I priori e gli altri magistrati scesero di palazzo e si collocarono presso al duca innanzi alla balaustrata di ferro. Francesco Rustichelli, uno de' priori, fece, a nome della signoria, la proposizione, convenuta il giorno avanti, di prorogare per un anno il potere del duca. Allora molti della più abbietta plebe, appostati da Gualtieri, interruppero all'istante il priore con grida da forsennati, chiedendo che gli si accordasse a vita la sovrana autorità. Nello stesso tempo, strettisi intorno a lui, lo sollevarono sulle loro braccia, mentre le guardie atterravano le porte del palazzo, e lo portarono sulla tribuna nelle sale riservate ai priori. Il popolaccio avido di oltraggiare ciò che aveva sempre rispettato, costrinse la signoria a ricoverarsi in una sala terrena, e poco dopo ad uscire di palazzo; diede in mano ai nobili il libro delle ordinanze di giustizia perchè lo facessero in pezzi, strascinò nel fango il gonfalone dello stato, indi lo abbruciò sulla pubblica piazza. Per ultimo gittò ovunque a terra gli stemmi del comune di Firenze, sostituendogli le insegne del duca[398].
Pochi giorni dopo il duca approfittò dello spavento dei consigli per far da loro ratificare quella signoria a vita, che si era arrogata colla forza. Invece di risguardare le diverse città conquistate da Firenze, come una dipendenza del medesimo stato, egli si fece successivamente dare dai popoli delle rispettive città le signorie di Arezzo, di Pistoja, di Colle di Val d'Elsa, di san Gemignano e di Volterra, onde lusingare la vanità loro e ravvivare l'animosità che conservavano contro i Fiorentini. In pari tempo il duca chiamò presso di sè tutti i Francesi ed i Borgognoni che servivano in Italia, e adunò in tal modo sotto i suoi ordini ottocento cavalieri suoi patriotti: fece inoltre venire dalla Francia molti suoi parenti ed amici per affidar loro i comandi militari. In tal modo egli credeva d'avere solidamente fondata la sua signoria; ma Filippo di Valois, cui il viaggio a Napoli del duca d'Atene era stato annunziato come un pellegrinaggio, rispose a chi gli parlava della recente sua grandezza: «il pellegrino ha trovato albergo, ma in cattiva locanda[399]».
Speravano i Fiorentini che il duca d'Atene li vendicarebbe almeno dell'affronto ricevuto sotto Lucca; ma il duca era povero, e voleva prima di tutto impinguare il suo tesoro, per rassodare il suo dominio se gli veniva fatto di conservarlo, o per avere un compenso se gli accadeva di perderlo. La guerra sempre dispendiosa non poteva perciò piacergli; altronde l'avrebbe obbligato ad abbandonare la città di fresco sottomessa, che avrebbe approfittato del primo rovescio per ricuperare la libertà. Propose quindi ai Pisani ed ai loro alleati condizioni di pace, che furono subito accettate. Loro cedette per quindici anni la sovranità di Lucca, riservando a sè la nomina in tutto questo tempo del podestà. Dopo tale epoca Lucca doveva tornare libera; essere richiamati tutti i Guelfi fuorusciti, e posti in possesso dei loro beni; ma in pari tempo dovevano pure rientrare in Firenze tutti i suoi esiliati, e rendersi i prigionieri senza taglia: Pisa inoltre si obbligava a pagare un annuo tributo di otto mila fiorini, ed accordava per cinque anni l'assoluta franchigia de' suoi porti ai Fiorentini[400].
Come tale trattato, che si pubblicò il 14 ottobre nelle due città, non cancellava pei Fiorentini la vergogna delle ultime disfatte, scontentò perfino i partigiani del duca. Invano cercava questi di accarezzare il popolaccio, non chiamando agl'impieghi che persone della più bassa classe, gli artigiani de' mestieri minori, che appunto allora vennero a Firenze chiamati ciompi, voce derivata dal viziato vocabolo di compères che loro davano nelle orgie loro i soldati francesi[401]. Ma gl'impieghi del duca più non appagavano nè meno l'ambizione della plebaglia. Gualtieri aveva cacciati i priori dal loro palazzo, e rilegatili in quello in addietro abitato dal giudice esecutore; gli aveva spogliati di ogni appariscenza e di ogni autorità; distrutto l'ufficio de' gonfalonieri di compagnia, levati i gonfaloni, e distrutta egli stesso la ricompensa che mostrava di promettere al popolaccio. In appresso annullò tutte le ordinanze intorno alle arti e mestieri, e successivamente indispose tutte le classi del popolo, tranne i macellai, i mercanti di vino ed i conduttori delle lane, de' quali cercava di conservarsi l'attaccamento con vili adulazioni.