Accrebbero ben tosto il malcontento altre novità: voleva rendere il pubblico palazzo da lui abitato una fortezza capace di tenere in freno la città; ed a tale oggetto fece atterrare molte case vicine; altre fece occupare dai suoi soldati cacciandone i proprietarj senza dar loro verun compenso. Ai creditori dello stato levò le gabelle loro date in pagamento, appropriandosene i profitti; accrebbe l'imposta del territorio, che portò dai trenta mila agli ottanta mila fiorini; assoggettò i più ricchi cittadini a prestiti forzati, e stabilì nuove gabelle delle prime assai più onerose; di modo che in dieci mesi e mezzo cavò da Firenze più di quattrocento mila fiorini, de' quali ne mandò più di duecento mila in Puglia o in Francia[402].
Non era ignoto al duca d'Atene il malcontento da lui eccitato; onde si assicurò i soccorsi degli stranieri contro i suoi sudditi, naturali nemici di un tiranno, facendo, in primavera del 1343, alleanza coi Pisani, con Mastino della Scala, col marchese d'Este e col signore di Bologna. Obbligavansi i confederati a mantenere reciprocamente il loro governo ed a difenderlo contro tutti i nemici: e questa lega parve formarsi tra tutti i tiranni d'Italia per privare affatto questa contrada della sua libertà. Ma il duca d'Atene di mano in mano che vedeva rendersi più stabile la sua signoria, abbandonavasi con minore riserva alle proprie passioni. Le mogli de' più riputati cittadini erano esposte alle seduzioni che loro preparava il suo libertinaggio; e gli uomini che osavano lagnarsi, coloro che domandavano gli antichi privilegi, o in qualsiasi altro modo rendevansi sospetti al tiranno, erano condannati ad atrocissimi supplizj[403].
Il potere di un solo era stato creato dalla discordia degli ordini della nazione; ma tutte le classi de' cittadini provavano a vicenda l'oppressione e si adiravano contro il giogo che le opprimeva. I grandi che avevano procurata al duca la signoria, erano disgustati della sua ingratitudine, vedendo che non dava loro parte alcuna nel governo. La superior classe de' borghesi, che prima di lui era la sola potente, l'odiava mortalmente trovandosi da lui ingannata e spogliata degl'impieghi; nè meno di questi erano irritati i borghesi del second'ordine a cagione dell'accrescimento delle imposte, del sovvertimento d'ogni giustizia, e pei vergognosi trattati fatti in nome della loro patria; finalmente il minuto popolo, sedotto da ineseguibili promesse, aveva aperti gli occhi; all'odio contro i suoi magistrati, era succeduta la compassione, onde la gioja che a principio avevano manifestata pei supplicj ordinati dal duca, eccitava adesso l'orrore. Una carestia probabilmente non imputabile a Gualtieri accresceva il malcontento del popolo. Firenze, dice un antico suo proverbio, non si muove se tutta non si duole. Firenze soffriva tutta intera, e tutta intera si sollevò. Ogni classe era separatamente oppressa; ed ogni classe cercò separatamente di liberare la patria senza l'altrui soccorso. Tramaronsi molte congiure senza che le une avessero sentore delle altre; ma tre furono più potenti delle altre, e più delle altre a portata di presto eseguire i loro progetti. Capo della prima era lo stesso vescovo di Firenze, di casa Acciajuoli, e vi entravano quasi tutti i grandi e spezialmente i Bardi, i Rossi, i Frescobaldi, gli Scali, ed alcuni potenti borghesi, come gli Altoviti, i Magalotti, gli Strozzi ed i Mancini. Questi congiurati erano uniti coi Pisani, coi Sienesi, coi Perugini e coi conti Guidi. Erano intenzionati d'attaccare il duca d'Atene nel proprio palazzo nell'atto che riunirebbe il consiglio; ma il duca che facevasi ogni giorno più sospettoso, licenziò una parte delle sue guardie, tra le quali trovavansene molte guadagnate dai congiurati, e loro sostituì nuovi soldati più fedeli ed in maggior numero, onde porsi in sicuro contro qualunque attacco; fece inoltre chiudere con cancelli di ferro tutti i passaggi pei quali i congiurati, delusi ne' loro progetti precedenti, pensavano d'entrare in palazzo[404].
Dirigevano la seconda congiura Manno e Corso Donati coi Pazzi, coi Cavicciuoli ed alcuni Albizzi. Avevano questi determinato d'attaccare il duca il dì della festa di san Giovanni nell'atto ch'entrerebbe nel palazzo degli Albizzi per vedere una corsa di cavalli. Ma il duca ebbe qualche sospetto del pericolo, e non v'andò.
Principali della terza congiura erano Antonio degli Adimari, i Medici, i Bordoni, gli Oricellai, gli Aldobrandini e moltissimi altri ricchi borghesi. Saputosi da questi che il duca manteneva una corrispondenza amorosa in una delle case Bordoni, fecero alcuni preparativi per sbarrare la strada, e posero cinquanta uomini de' più coraggiosi alle due estremità, i quali dovevano chiudere l'uscita tosto che il duca sarebbe entrato nella casa dei Bordoni; ma Gualtieri che rendevasi ogni giorno più sospettoso, cominciò appunto allora a farsi accompagnare, anche nelle visite galanti, da cinquanta cavalli e da cento pedoni ben armati, che restavano di guardia presso la casa in cui entrava; ed erano tali da sostenere vantaggiosamente un primo attacco.
Le tre congiure, sebbene continuamente impedite dal timore o antivegenza del duca, sussistevano sempre, e meditavano nuove imprese, quando la terza fu scoperta per l'imprudenza d'un uomo d'armi ch'essa aveva guadagnato. Tostochè il duca ebbe un leggero sospetto, fece il 18 luglio arrestare due oscuri cittadini del numero de' congiurati, e per mezzo della tortura strappò loro di bocca la confessione della congiura, ed il nome di Antonio di Baldinaccio degli Adimari che n'era capo; il quale fu subito per ordine del duca posto in prigione ed avvisato di prepararsi alla morte[405].
Ma la notizia dell'imprigionamento di così distinto cittadino, e dell'imminente suo pericolo, sparse il terrore in tutta la città: ciascuno trovavasi a parte di qualche congiura, o conoscevasi colpevole d'avere assistito a qualche adunanza in cui disponevansi nuove trame; ciascuno credevasi compromesso, e cercando di porsi in istato di difesa, mostrava di essere reo. Il duca, veduto questo generale movimento, s'accorse che tutta la città era contro di lui congiurata, e trovandosi troppo debole per incrudelire all'istante contro coloro che aveva fatti sostenere, volle prima di tutto assicurarsi i soccorsi de' suoi alleati, ond'essere poi in istato d'avviluppare i capi di tutte le congiure in una sola vendetta. Fece chiedere a Taddeo Pepoli, signore di Bologna, di spedirgli alcuni rinforzi, e quando seppe che trecento cavalli eransi avanzati negli Appennini per venire in suo ajuto, ordinò a trecento de' principali cittadini di Firenze di portarsi all'indomani, 26 luglio, nel suo palazzo, per deliberare con lui intorno alla sorte de' colpevoli. Per l'adunanza di questo consiglio scelse una sala le di cui finestre erano difese da cancelli di ferro, ed ingiunse alle sue guardie di chiudere le porte del palazzo tosto che sarebbersi adunati i cittadini, di assalirli all'impensata ed ucciderli, promettendo loro in premio di tanta barbarie il sacco della città[406].
Tra coloro che il duca aveva chiamati nel suo consiglio, trovavansi i principali capi di tutte le congiure, i quali avevano ragione di credere il tiranno almeno in parte informato delle loro trame, e non erano altrimenti disposti di porsi essi medesimi nelle sue mani. Altronde un confuso bucinamento dei preparativi che facevansi in palazzo erasi sparso in tutta la città, e ne accresceva ii terrore. Fin allora eransi tutti per timore taciuti, ma un nuovo motivo di timore più grande e più imminente fece rompere questo silenzio; tutti presero a domandare consiglio o assistenza ai loro vicini, ai loro amici; tutti fecero conoscere la situazione in cui si trovavano; durante quella notte tutti i diversi conciliaboli comunicarono assieme, ed i Fiorentini vennero in chiaro che tre congiure indipendenti le une dalle altre erano in procinto di scoppiare nello stesso tempo. L'occasione di sorprendere il tiranno non era più sperabile, ma le forze per attaccarlo apertamente erano maggiori assai che non lo avevano creduto gli stessi congiurati. Tutti coloro che il duca aveva chiamati, convennero prima di tutto di non andare al consiglio, tenendosi invece armati nelle proprie case coi loro servi, clienti ed amici. Intanto molte persone s'andavano in silenzio adunando senza che si facesse per le strade verun movimento: seicento cavalli del duca occupavano diversi quartieri della città per mantenervi la quiete, e gli ajuti che aspettava da Bologna e dalla Romagna avevano di già passata la sommità degli Appennini. Tutto ad un tratto alcuni oscuri plebei diedero il segno della rivoluzione gridando alle armi sulla piazza di mercato vecchio ed alla porta di san Pietro. A questo grido tutti i palazzi di Firenze s'aprirono, e le truppe che vi si erano adunate in silenzio marciarono rapidamente alle loro piazze d'armi; le strade furono barricate, ovunque spiegati gli stendardi del comune e del popolo, e tutti i cittadini chiamaronsi e si risposero col grido di viva il popolo, il comune, la libertà.
La cavalleria del duca, sorpresa ne' diversi quartieri della città, faceva ogni sforzo per ritirarsi verso il palazzo ed unirsi presso al duca, ma non ve ne giunsero che trecento, essendone stati uccisi molti, altri fatti prigionieri e spogliati delle loro armi. Frattanto il principale corpo della cavalleria del duca occupava la piazza de' priori innanzi al palazzo, onde il popolo vi accorse affollato, e, barricando tutte le strade che vi conducevano, impedì alla cavalleria d'attaccare i cittadini, e di scorrere la città. Allora tutte le case che circondano la piazza si aprirono ai cittadini armati per la libertà; tutti i tetti si cuoprirono di assalitori che passando dagli uni agli altri, lanciavano pietre e tegole contro i soldati, bersagliati ancora dagli arcieri che stavano alle finestre. La cavalleria chiusa in piazza ed esposta ad una grandine di saette, fu avanti sera forzata a fuggire in palazzo, abbandonando i cavalli al popolo, che occupò pure la piazza medesima.