Intanto era stato attaccato e preso da altri insorgenti il palazzo del podestà, aperte le prigioni della Stinca e di Volognano, e liberati i prigionieri. Dall'altra parte dell'Arno gl'insorgenti avevano occupate le porte, le mura ed i ponti e convertito il loro quartiere in una fortezza, nella quale erano disposti a difendere la loro libertà, se i loro concittadini rimanevano altrove soccombenti; ma in sul fare della sera attraversarono essi medesimi i ponti, distrussero le barricate, e riaprirono le comunicazioni cogli altri quartieri della città; poi si avanzarono verso la piazza dei priori ripetendo la parola che aveva servito di segnale all'insurrezione: muora il duca, viva il comune e la libertà! Ebbe allora Firenze sotto le armi mille cittadini a cavallo, e dieci mila, che, quantunque a piedi, erano armati di corazze e di barbuti come i cavalieri. Quelli non avevano intera armatura, o soltanto gli stromenti che avevano mutati in armi non furono contati.
Il duca assediato nel suo palazzo da forze tanto superiori, cercò di calmare il popolo. Armò cavaliere di propria mano Antonio degli Adimari che aveva prima fatto imprigionare, e lo mandò verso i congiurati per cercar di calmare la loro collera. Di già molti satelliti della sua tirannide erano stati sorpresi in varj luoghi, ed implacabilmente uccisi. Da ogni banda giugnevano soccorsi ai Fiorentini, i quali avevano di già organizzato un nuovo governo composto di sette nobili e di sette cittadini; e il duca che difendeva il palazzo con circa quattrocento Borgognoni, cominciava a soffrire la fame. In tale stato di cose il vescovo di Fiorenza, che aveva congiurato contro la tirannide, si fece mediatore tra il popolo irritato ed il tiranno per salvargli la vita; ma il duca non ottenne grazia dal popolo, che abbandonandogli Guglielmo d'Assisi il più odiato de' suoi ministri, il giudice che aveva prestato il proprio ministero a tutte le sue crudeltà. Quest'uomo feroce fu dalla plebe furibonda fatto in pezzi con suo figliuolo, il quale non contava più di quattordici anni, ed aveva un volto fatto per intenerire il popolo; ma era stato veduto sempre assistere ai supplicj ordinati dal padre, e domandare in grazia agli esecutori la continuazione della tortura, ch'era il suo più favorito spettacolo; onde a suo riguardo veniva dato un nuovo colpo di corda a coloro che il carnefice aveva cessato di tormentare.
In forza del trattato convenuto colla mediazione del vescovo, il duca d'Atene rinunciava a qualunque siasi autorità sopra Firenze, ed a qualunque diritto dipendente dalla elezione del popolo. Prometteva di ratificare tale rinuncia tostochè fosse condotto sano e salvo fuori del territorio fiorentino. D'altra parte il vescovo, i quattordici commissarj del popolo, gli ambasciatori dei Sienesi ed il conte di Battifolle, ch'era accorso in ajuto degl'insorgenti, si obbligavano di proteggere la ritirata del duca e de' suoi soldati, assicurandoli dagl'insulti del basso popolo finchè fossero in sicuro fuori del territorio della repubblica. Il duca d'Atene aprì il 3 agosto il suo palazzo ai negoziatori, dopo avere sofferti otto giorni di assedio; ma vi rimase, così da loro consigliato, fino alla notte del mercoledì 6 agosto, onde dar tempo al popolo di calmarsi. Uscì finalmente in quella notte dal palazzo e dalla città sotto la scorta de' più potenti cittadini di Firenze, che dovevano guarentire da ogni insulto la sua persona, e fu condotto per la via di Valombrosa a Poppi, feudo indipendente, posto su le montagne. Giunto in questo territorio neutrale rinunciò a tutti i diritti che aver poteva sopra Firenze, suo distretto, e sopra le città che gli si erano assoggettate, promettendo di non cercare mai più vendetta della loro ribellione. In appresso attraversò la Romagna, e passò a Venezia, ove s'imbarcò, quando meno si credeva, per andare in Puglia, abbandonando senza averli pagati i suoi più fedeli soldati. Il 26 luglio, giorno di sant'Anna, in cui la sua tirannide era stata distrutta, fu dai Fiorentini dichiarata festa solenne[407].
CAPITOLO XXXVI.
Firenze, dopo la cacciata del duca d'Atene. — Grande compagnia del duca Guarnieri. — La regina Giovanna succede a Roberto, e fa uccidere suo marito. — Carlo IV eletto in opposizione a Luigi di Baviera.
1343 = 1346.
La tirannide di pochi mesi basta a distruggere la prosperità, prezzo di molti anni di vittoria, e la saggia economia di molte generazioni. Firenze che uguagliava Venezia in ricchezze ed in potere, e superava tutte le altre repubbliche d'Europa, perdette nel breve corso della signoria del duca d'Atene tutti i suoi tesori, e tutti i suoi stati. In tempo della guerra con Mastino della Scala la signoria aveva guarnigione propria in Arezzo, Pistoja, Volterra e Colle di Val d'Elsa, possedeva diecinove castelli murati nel territorio di Lucca, e quarantasei nel proprio, senza contare quelli che appartenevano ai nobili suoi cittadini. Le pubbliche entrate ascendevano allora a trecento mila fiorini[408]. Il solo re di Francia era più ricco assai fra tutti i monarchi della cristianità; quelli di Sicilia e di Arragona erano più poveri, e quello di Napoli aveva un'entrata eguale appena a quella de' Fiorentini[409].
Le spese del comune in tempo di pace non consumavano il sesto delle entrate[410]. Lo stato ordinario delle spese non oltrepassava i quaranta mila fiorini, senza per altro contare il salario delle truppe a cavallo. Ma perchè la repubblica, appena falla la pace, licenziava i suoi condottieri, essa riprendeva un reggime economico, che la poneva ben tosto in situazione di pagare i suoi debiti[411]. A me pare che nel circostanziato conto della spesa siavi qualche cosa di commovente, quando ci ricordiamo essere un cotal conto di uno de' più potenti stati d'Europa, e che non vi si trova pagato un solo pubblico funzionario quando non sia forastiere. In una repubblica è sufficiente compenso del lavoro l'onore di governare, e quando il buon nome è la sola ricompensa de' magistrati, tutti si sforzano di meritarlo; per lo contrario, ricevendo un salario, conseguono il loro intento quando ottengono la mercede, e l'impiego non lascia d'essere loro utile sebbene non siansi meritato l'amore del popolo, nè il rispetto della posterità.
Tutte le classi della nazione avevano prosperato sotto questo provido governo, e quanto più l'entrate dello stato venivano economicamente amministrate, vedevansi maggiormente crescere le ricchezze de' privati. La sola vista di Firenze annunciava l'opulenza de' cittadini. Deliziosi giardini circondavano la città, ed in quella ridente campagna ogni poggio era coronato da qualche edificio, ed ogni casa privata sembrava un palazzo. Entro la città l'architettura era ancora più magnifica, antichi monumenti, che ne formano anche al presente uno de' più vaghi ornamenti, univano la solidità e la maestà. Il lusso de' nostri antenati aveva su quello della presente età il vantaggio di essere destinato a durare lungamente. L'emulazione de' suoi cittadini nasceva da desiderio di gloria, onde aveva sempre innanzi agli occhi la posterità; la nostra non è che vanità, e, non cercando che l'ammirazione de' contemporanei, i nostri monumenti si distruggono in pari tempo che la nostra fama.